giovedì 15 marzo 2012

Mancanza di reputazione




Ancora una volta nessuna universita' italiana e' riuscita ad entrare fra le prime 200 (duecento!) universita' al mondo, secondo il piu' autorevole ranking internazionale (LINK). L' Alma Mater Studiorum si e' classificata oltre il 225° posto complessivo, non riuscendo ad entrare tra le prime 50 in nessuna categoria. Particolarmente sconsolante e' il risultato di 22/100 nella valutazione per la ricerca.

Forse, qualche riflessione operativa andrebbe fatta in Via Zamboni 33, invece di continuare a trastullarsi con gadget, cotillons ed amenita' varie come i recenti "sigilla magna" a Junker e Prodi o il rosario perpetuo di lauree honoris causa.


mercoledì 14 marzo 2012

Il grande mistero del dolore




In memoria dei ragazzi belgi morti in Svizzera


domenica 11 marzo 2012

Lettera aperta ai nostri due CT




Egregio Ivano Dionigi,
Egregio Sergio Venturi,

permettete la metafora calcistica di identificarvi nei commissari tecnici di quella squadra di calcio che e' il Policlinico Ospedaliero - Universitario Sant'Orsola - Malpighi. In fondo, la nomina dei direttori di unita' operativa o di struttura semplice dipartimentale, ovvero la convocazione in prima squadra, spetta a voi.

Ammettiamo che nel Bologna si infortuni un attaccante, ad esempio Di Vaio o Ramirez, e che Stefano Pioli metta in formazione al suo posto un difensore, ad esempio Morleo, voi cosa pensereste? Nessuno mette in discussione il valore di Morleo come giocatore e, probabilmente, piuttosto di rimanere in panchina, lo stesso Morleo potrebbe essere contento di giocare in attacco, ma la cosa in se' ha senso? La squadra nel suo complesso ne trarra' giovamento? Non credo.

Allora permettetemi di non capire che senso ha mettere Vincenzo Stanghellini a dirigere una unita' operativa di medicina interna, di medicina generale ad impronta cardiologica? Vincenzo Stanghellini e' uno dei maggiori esperti internazionali di motilita' intestinale, un uomo intorno al quale andrebbe costruito una struttura, un centro, un programma di motilita', in cui coinvolgere direttamente anche Roberto De Giorgio e Francesco Torresan. Ripeto, che senso ha mandarlo a dirigere una medicina interna ad indirizzo cardiologico? Probabilmente, lo stesso Vincenzo Stanghellini e' contento, finalmente, di andare a dirigere qualcosa, di andare a fare il "primario". Ma la cosa non ha obiettivamente molto senso. In una squadra di calcio di rilievo, una situazione similare, non potrebbe succedere.

E, d'altro canto, la rigida struttura delle unita' operative e delle strutture semplici dipartimentali, riflesso di una organizzazione medico-chirurgica antiquata ed ingessata, non permette di fatto molte alternative.

Il punto centrale e', probabilmente, la volonta' di modificare il sistema, di riconoscere le eccellenze, di livello nazionale ed internazionale che abbiamo in casa, e di costruire intorno a loro delle nuove forme organizzative di ricerca, didattica ed assistenza che superino le vecchie articolazioni strutturali. Il miglior esempio che siamo riusciti a produrre e' certamente il centro trapianti di fegato e multiviscerale diretto da Antonio Pinna. Una struttura finalizzata intorno ad un programma ben definito. Ma le unita' di medicina interna e di chirurgia generale a che servono? Servono a garantire la risposta assistenziale generalista, di buon livello, che il nostro Policlinico deve garantire alla domanda assistenziale che viene dal territorio. Sono i polmoni di smistamento di primo livello del pronto soccorso e della medicina d'urgenza. Il loro ruolo e' fondamentale ed insostituibile, ma non possono essere, al contempo, strutture organizzative specialistiche di secondo e terzo livello.

Le strutture specialistiche di secondo e terzo livello non possono rispecchiare l'articolazione ingessata delle unita' operative. E' finito il tempo delle unita' operative specialistiche, nate quando la specialistica era ben delimitabile e delimitata e la divisione tra ambito medico ed ambito chirurgico era netta. La maggioranza delle problematiche un tempo specialistiche, possono essere gestite in polmoni polifunzionali di medicina e chirurgia generale. Il passo successivo non puo' piu' essere quello di nuove unita' operative, ma di centri per lo studio e la cura, medica e chirurgica, di patologie d'organo o apparato. Ed in questi centri coinvolgere le eccellenze specialistiche che abbiamo in casa le quali, ovviamente, dovranno lasciare l'afferenza alle loro attuali strutture ed afferire ai nuovi centri.

Convogliare insieme esperti di patologie d'organo ed apparato permette di poter strutturare ed offrire alla comunita' locale e nazionale dei centri di studio, diagnosi, cura, ricerca, didattica ed assistenza di eccellenza. E nel contempo permette ai medici universitari ed ospedalieri, che si definiscono esperti di eccellenza, di dimostrare quotidianamente la loro eccellenza senza alcun alibi. Accorpare diagnosi e cura per patologie d'organo o di apparato, sia medica sia chirurgica, consentirebbe inoltre una profonda razionalizzazione delle risorse e la possibilita' per il paziente di trovare davanti a se' un percorso ben definito di eccellenza. E tali centri sarebbero polo di attrazione extraregionale, non solo dalle regioni a minor qualita' di cura, ma da tutte le regioni indistintamente.

I rettori ed i direttori generali passano. Di alcuni non si ricorda nulla, di altri qualcosa, di alcuni molto. Se i nostri due CT facessero sorgere al Sant'Orsola-Malpighi, ad esempio, un Centro Medico-Chirurgico per lo Studio e la Cura delle Malattie del Fegato, con al suo interno una sezione sulle epatiti virali, una sezione bilio-pancreatica, una sezione sull'epatocarcinoma, in cui afferissero, abbandonando le loro attuali unita' operative di appartenenza, esperti riconosciuti di tali patologie, la cosa rappresenterebbe il primo passo concreto verso una ristrutturazione del Policlinico che anticiperebbe cio' che fra 10 anni dovra' avvenire, molto probabilmente, se si vuole essere o tornare ad essere in un ambito di eccellenza.

E, fatto il primo passo, gli altri verrebbero di conseguenza.


giovedì 1 marzo 2012

In memoria di un grande bolognese




Lucio Dalla
(1943-2012)


venerdì 24 febbraio 2012

Una sanita' che non serve il cittadino, anche a Bologna




I recenti episodi di sovraffollamento dei pronto soccorsi, in diversi ospedali italiani, hanno rilanciato con vigore il problema della qualita' del servizio sanitario offerto ai cittadini. Con molti distinguo loco-regionali, si e' indicato subito due soluzioni che migliorerebbero il sistema al servizio del paziente:

1. ambulatori dei medici di medicina generale aperti 12 ore al di' per 6-7 giorni alla settimana

2. fine della libera professione dei medici in "intra-moenia" allargata, con rientro obbligato della libera professione entro le mura fisiche degli ospedali

Entrambe queste presunte e sbandierate soluzioni, purtroppo, non sono destinate a ridurre i disagi dei pazienti e a migliorare la qualita' dell'offerta sanitaria.

Il vero problema della sanita' italiana ed anche bolognese e' che la sanita' non e' disponibile quando il paziente ne ha bisogno. In altri termini, il problema centrale e' quello delle liste di attesa delle prestazioni ambulatoriali specialistiche e delle indagini diagnostiche strumentali. Se il medico di medicina generale prescrive una visita specialistica, una radiografia, un esame endoscopico ed il paziente si rivolge al CUP per la prenotazione, si sente rispondere che il primo posto disponibile e' dopo minimo 3 mesi, se va bene, spesso 6-12 mesi. Per non parlare, poi, dei tempi di attesa per interventi chirurgici come, ad esempio, un'ernia inguinale sintomatica o una colecistectomia per litiasi, tanto per citare due casi comuni.

Non si tratta quindi della mera mancanza di disponibilita' del medico di medicina generale, che fa la prescrizione, ma della impossibilita' ad ottenere la prestazione. Spesso il problema si aggrava col passare del tempo, il paziente diventa sempre piu' ansioso e preoccupato ed inevitabilmente finisce col rivolgersi al pronto soccorso. Da qui l'eccesso di domanda a cui i pronto soccorsi sono sottoposti e a cui fanno difficolta' a rispondere.

La situazione e' progressivamente destinata a peggiorare al punto che gli ospedali non potranno piu' rispondere agli eccessi della domanda sanitaria.

Non e' certamente facile razionalizzare un sistema cosi' complesso e sensibile, ma la priorita' principale e' rappresentata dal problema delle liste d'attesa. Per ridurre le liste di attesa non e' importante aumentare il tempo di permanenza dei medici generali nei loro ambulatori, ma, innanzitutto, migliorare l' appropriatezza delle prescrizioni. Almeno un quarto, se non un terzo delle visite specialistiche e degli esami strumentali richiesti dai medici generici sono inutili e/o inappropriate. Basta guardare le impegnative rosse, in cui quasi sempre manca il quesito diagnostico, e chiedere al paziente se il medico generico, prima di fare la prescrizione, abbia visitato o meno il paziente.

La grave colpa dei medici generici e' non tanto quella di non essere sufficientemente presenti in ambulatorio, ma semplicemente di non fare i medici nei confronti dei loro assistiti e di demandare ad altri e ad altro la decisione diagnostica o terapeutica.

Un secondo punto importante per ridurre le liste di attesa sarebbe quello di assicurare la presentazione dei pazienti alle prestazioni prenotate. Molte prestazioni specialistiche prenotate vengono disertate dai pazienti, con conseguente danno nei confronti degli altri pazienti in attesa ed erariale nei confronti delle aziende sanitarie. Non presentarsi ad una prestazione prenotata dovrebbe comportare per il soggetto colposo un onere da identificare e quantificare. Forse, fare pagare sempre la prestazione al momento della prenotazione potrebbe scoraggiare l'assenteismo dei pazienti.

Un altro problema comune e' la necessita' sempre piu' frequente di dover ricorrere a piu' indagini strumentali per arrivare ad una diagnosi. E' esperienza frequente quella di un reperto "anomalo" riscontrato, ad esempio, ad una ecografia cui viene consigliato un approfondimento diagnostico mediante TAC la quale, tuttavia, non risolve il dubbio e si rimanda ad una risonanza magnetica. In regime SSN, tramite CUP, si puo' tranquillamente pensare ad almeno un anno intercorso dal primo all'ultimo esame. Se si tratta di un tumore, significa passare da potenzialmente curabile ad incurabile. Buona parte della responsabilita' di cio' e' legata alla "tuttologia" imperante oggi anche nella sanita' medica.

L'assenza di una politica di specializzazione degli operatori per metodica, organo od apparato fa si' che molti medici ospedalieri facciano un po' di tutto e di tutto un po'. Un buon ecografista esperto, nel caso sopra riportato, avrebbe chiuso la diagnosi senza rimandare al radiologo "tacchista". Il radiologo, a sua volta, se fosse chiamato sempre o quasi a fare TAC dello stesso apparato avrebbe una competenza tale da non dover demandare ad una ulteriore RM la soluzione del problema. E' inutile continuare a pretendere di fare della medicina diagnostica di alto livello passando dal menisco, alle vie biliari, al mediastino. Bisogna tornare a diagnostiche ed operatori sanitari dedicati per specializzazione e sub-specializzazione. Per diventare un anatomopatologo d'eccellenza, non si puo' passare dal linfonodo, al colon, all'ovaio ed alla mammella. E di questa tuttologia la responsabilita' primaria sta negli amministratori della sanita'.

Infine il mito della libera professione intra-moenia come soluzione alle liste d'attesa. La libera professione intra-moenia rappresenta un enorme ed evidente conflitto d'interesse sia per il medico ospedaliero sia per l'azienda. E' evidente che il bias intrinseco del doppio canale di prenotazione non puo' far altro che il cittadino che sceglie il pubblico si trovi a viaggiare su un treno locale, mentre il cittadino che sceglie il privato nella struttura pubblica viaggi in freccia rossa. Questo non e' etico e nessuno puo' realmente credere che lo stesso fornitore di servizi preferisca, consciamente o inconsciamente, incanalare i pazienti nel canale SSN invece che nel canale libero-professionale. Se il cittadino paga le tasse ha diritto ad avere la stessa prestazione dalla struttura pubblica negli stessi tempi sia che scelga il canale pubblico sia che scelga il canale libero-professionale. La libera professione garantisce la scelta del medico ed il livello del comfort alberghiero, ma non puo' e non deve garantire tempi di attesa mostruosamente piu' celeri e solerti rispetto al canale pubblico SSN.

In un periodo di governi tecnici ed impopolari chissa' se la Direzione Generale e Sanitaria del nostro Policlinico sapranno mettere mano in modo concreto a questi veri problemi della sanita' bolognese. La vera eccellenza e' contemporaneamente quella di offrire mirabolanti trapianti multiorgano dal richiamo mediatico, ma anche quella di offrire un esame diagnostico che sia veramente diagnostico in se', senza bisogno di dover ricorrere ad altro, semplicemente perche' effettuato da un vero specialista di quel settore ed ambito, e di garantire una colecistectomia in tempi dignitosi.

E' questa eccellenza nella quotidianita' che garantisce la quotidianita' dell'eccellenza. Per ora a Bologna non c'e'.


lunedì 20 febbraio 2012

MIKIS THEODORAKIS : AN OPEN LETTER TO INTERNATIONAL PUBLIC OPINION THE TRUTH ABOUT GREECE




Κ. Α. Π.: MIKIS THEODORAKIS : AN OPEN LETTER TO INTERNATIONA...: There is an international conspiracy whose target is the complete destruction of my country. They began in 1975 aiming at Modern Greek civil...


domenica 12 febbraio 2012

Whitney Houston




In memoria di Whitney Houston, morta l' 11 febbraio 2012, Giornata Mondiale del Malato


venerdì 3 febbraio 2012

Catarsi




lunedì 30 gennaio 2012

Un' inaugurazione non condivisibile




L'inaugurazione dell'Anno Accademico dell'Universita' di Bologna e' stata caratterizzata dal conferimento della laurea "honoris causa" in Scienze Politiche al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano.

Non e' nostra intenzione sindacare o criticare la scelta del conferimento della laurea. Riteniamo invece che non sia stato condivisibile l'aver fatto coincidere il conferimento della laurea con l'inaugurazione dell'anno accademico.

L'inaugurazione dell'anno accademico e' da sempre un fatto oserei dire intimo e personale della comunita' degli studenti e dei docenti dell'Alma Mater Studiorum. E' da sempre il loro, il nostro momento di incipit annuale. E' anche il momento di formale affermazione di quella unicita' spirituale del sapere e della scienza che costituisce l'unita' spirituale dei popoli e la propria indipendenza dal potere politico.

Aver frammisto un valore universale, quello del sapere, con un valore temporale, quello del potere politico, non giova alla comunita' accademica. Non credo che il nostro Magnifico Rettore avesse il bisogno di dover ringraziare ed aggraziare il potere politico, ne' prestare il lato a possibili pensieri di servilismo nei confronti della politica e dello stato.

Ripetiamo che in nessun modo riteniamo inadeguato il conferimento della laurea "honoris causa" al Presidente della Repubblica Italiana. Riteniamo, tuttavia, che avere abbinato tale conferimento all'inaugurazione dell'anno accademico, abbia di fatto snaturato il significato di tale inaugurazione, impoverendo invece di arricchire la comunita' del sapere e della scienza dell'Alma Mater.


sabato 21 gennaio 2012

Pensare un nuovo Policlinico




La riforma dell'Universita', con il nuovo Statuto ed i nuovi Dipartimenti, rappresenta un'importante occasione di ripensamento del ruolo del Policlinico nell'ambito della medicina universitaria bolognese, regionale e nazionale.

E' un dato di fatto che da quando e' stata istituita l'Azienda Ospedaliero-Universitaria tutta la politica sanitaria del Policlinico e' stata decisa dalla direzione generale aziendale, sotto le direttive dell'assessorato regionale alla sanita'. Il Policlinico universitario ha di fatto abdicato ad ogni seria proposta organizzativa di strutturazione di ampio respiro a medio-lungo termine, subendo, spesso obtorto collo, le imposizioni aziendali. Questo non significa una critica all'operato aziendale, anche perche' dall'altra parte, quella universitaria, vi e' stato spesso un vuoto propositivo.

Questo vuoto propositivo si e' manifestato anche nella incapacita' di creare delle vere scuole in grado di selezionare al loro interno i migliori, i leader da imporre a livello nazionale, in grado di costituire quei centri di riferimento nazionale, fonte di attrazione regionale e nazionale. Non e' un caso che per rilanciare il centro trapianti di organo si sia chiamato a dirigere un chirurgo di provenienza esterna.

La parcellizzazione della sanita' ospedaliera, nella miriade di unita' operative, strutture semplici dipartimentali e strutture semplici operative ha di fatto disgregato quel tessuto di coesione che costituisce la forza e l'essenza di ogni centro di alto livello. La vana vanita' dei singoli, che si sono sentiti appagati perche' hanno ottenuto la "direzione" di una SSD con 2 o 4 letti, e' stata patetica ed ha rappresentato il punto piu' basso per il rilancio di un policlinico di ampio respiro. E purtroppo, la componente universitaria ha contribuito a questa politica "sistemando" ed "appagando" cosi' varie posizioni di singoli docenti.

La costituzione dei nuovi dipartimenti universitari, a componente sia medica sia chirurgica, rappresenta una nuova importante occasione per l'Universita' di proporre lei, invece di subire, nuove forme di aggregazione su base scientifica e culturale che vadano al di la' delle singole unita' operative. Forte della possibilita' di disporre, in modo unitario e inscindibile, delle competenze di ricerca e di assistenza, i nuovi dipartimenti possono proporre la costituzione di centri medici-chirurgici per lo studio e la cura di importanti patologie d'organo o di apparato, in grado di concentrare risorse intellettuali ed economiche e di proporsi in modo unitario nel panorama sanitario regionale e nazionale. Se la proposta sara' forte e lungimirante, l'azienda non potra' che condividere il progetto ed avvallarlo nella sua valenza assistenziale.

Il modello delle unita' operative e' un modello finito e superato, come pure finita e superata e' la figura del primario e la distinzione tra unita' mediche ed unita' chirurgiche. Questo modello parte da una visione antiquata della medicina e delle presunte competenze mediche e non e' in grado di rispondere alle esigenze moderne del paziente che richiede un approccio multidisciplinare al suo problema di salute. I dipartimenti assistenziali ad attivita' integrata (DAI), che potevano essere fonte di nuove proposte organizzative, sono stati invece, da questo punto di vista, un fallimento, risultando un' accozzaglia di singole unita' male amalgamate.

Per passare dall'ideazione alla creativita' ed alla fase propositiva, un esempio di nuova organizzazione di ricerca ed assistenza potrebbe essere un Centro Medico e Chirurgico per lo Studio e la Cura delle Malattie del Fegato. Non esiste in Italia una struttura cosi' nominata e concepita e potrebbe essere esportabile per altre patologie di organo o apparato. In tale centro verrebbero "accentrate" tutte le competenze di ricerca ed assistenza clinica, sia medica sia chirurgica, in grado di affrontare ad alto livello tutte le problematiche che possono affliggere un paziente con malattia di fegato.

Non mi si venga a dire che, di fatto, tale organizzazione gia' esiste, coinvolgendo trasversalmente ricercatori e medici afferenti a diverse unita' operative. Mettetevi nei panni di un paziente che ha una malattia epatica e vuole essere seguito in un centro di alto livello nazionale e pensa di rivolgersi al Sant'Orsola. Tramite CUP gli viene detto che in realta' esistono al Sant'Orsola almeno 5 diversi ambulatori "epatologici" distribuiti in 5 diverse unita' operative ed allocati in almeno 3 diversi padiglioni. Ma non c'e' un centro per le malattie del fegato al Sant'Orsola? La patria dei Barbara, dei Pisi e dei Gozzetti? No, non c'e'. Ci sono tanti orticelli, diverse unita' operative di medicina interna e di gastroenterologia, delle strutture dipartimentali che hanno al loro interno un ambulatorio che si definisce "epatologico". Difficile ipotizzare che tale dispersione possa essere funzionale al percorso del paziente e favorire l'attivita' di ricerca.

L'esempio delle malattie epatiche, che possono richiedere trattamenti medici e/o chirurgici, non e' certamente l'unico, anzi altri esempi si possono solo sprecare nel nostro Policlinico. Un Centro, di nome e di fatto, che riunisca in un unico building i medici, i chirurghi ed i ricercatori con skillness, experience, ed expertise in malattie di fegato, costituirebbe una importante razionalizzazione delle risorse ed offrirebbe all'esterno una immagine di aggregazione ed organizzazione in grado di competere a livello nazionale ed internazionale. Similmente, sempre ad esempio, si potrebbe ipotizzare un Centro per le Malattie del Rene e delle Vie Urinarie, che superi la divisione tra nefrologi ed urologi, un Centro Medico e Chirurgico per le malattie del Colon-Retto, ed altri esempi di aggregazione scientifica, culturale ed assistenziale sono facilmente pensabili.

Il modello delle unita' operative, delle strutture dipartimentali, dei primari, e, soprattutto, della divisione tra medici e chirurghi e' un modello finito e superato. Ci auguriamo che i nuovi dipartimenti universitari sappiano proporre dei centri, a componente sia medica sia chirurgica, in grado di formare quelle squadre vincenti che permetteranno al nostro Policlinico di tornare ad offrire al paziente malato quella gestione unitaria e di avanguardia che solo una struttura universitaria di alto livello puo' offrire.


venerdì 13 gennaio 2012

All set !




Entro pochi giorni i tre nuovi megadipartimenti universitari di Medicina eleggeranno i loro rispettivi direttori. Si tratta di direttori di nuovi dipartimenti non ancora attivati, ne' ancora amministrativamente costituiti, ma saranno i tre dipartimenti su cui si imperniera' l'intera Scuola (ex-Facolta') di Medicina e Chirurgia dell' Alma Mater dal prossimo anno accademico.

Chi si aspettava competizioni elettorali accese e contrapposte restera' probabilmente deluso. Non so se si tratta di un segno di maturita' e moderazione del sistema, ma a quanto pare, andremo a votare per un solo candidato unico per ogni dipartimento. La campagna elettorale, le primarie, se ci sono state (e dubitiamo che non ci siano state), sono avvenute in cenacoli ristretti da cui, dopo presumibili tensioni, i professori ordinari dei tre dipartimenti hanno dato un'idea di compattezza, moderazione ed unita' d'intenti tale da far uscire allo scoperto un solo candidato.

Per chi si aspettava pluralismo e possibilita' di scelta tra visioni e missioni diverse del fare ed essere universita' medica, probabilmente e' rimasto deluso. L'impressione e' che sia nella fase costituente di aggregazione dei dipartimenti, sia nella fase di raccolta e coagulo di consensi, l'azione di lobby sia stata molto forte, decisa e decisiva.

Sicuramente i tre candidati rappresentano persone giovani, esperte e di provata frequentazione delle normative e procedure accademiche ed istituzionali. Un bene importante in questa fase di costruzione e strutturazione delle tre dimore comuni. Forse, non soddisfano fino in fondo chi sperava in leader nuovi, trascinatori e con forte personalita', ma fra tre anni si tornera' a votare e allora forse...

Il giudizio e' pertanto positivo, fermo restando che potrebbero ancora uscire allo scoperto dei nuovi candidati last-minute. Per ora, accettiamo con gusto quanto ci sfornano i tre dipartimenti, anche se l'impressione e' un po' quella di dover mangiare dei buoni 4 salti in padella, precotti da altri.

p.s.: dimenticavo, i tre candidati ufficiali, uno per ogni dipartimento, sono il prof. Marco Zoli, il prof. Davide Trere ed il prof. Raffaele Lodi. Spicca l'assenza di un chirurgo.


giovedì 29 dicembre 2011

Rulli di tamburi a medicina





E finalmente siamo giunti al momento delle elezioni dei Direttori dei tre nuovi Dipartimenti Universitari, che raggruppano ed organizzano la vita accademica di tutti i docenti della Scuola (ex-Facolta') di Medicina e Chirurgia. Entro un mese i tre neodipartimenti assisteranno alla presa di servizio dei loro rispettivi neodirettori. Un ruolo fondamentale e ben piu' importante del passato, vista la ristrutturazione megadipartimentale ed il progressivo minor ruolo del futuro presidente (ex-preside) della scuola (ex-facolta').

Tre sono i Dipartimenti con tre candidati "in pectore":

Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale: candidato "in pectore" prof. Sergio Stefoni

Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie: candidato "in pectore" prof. Sandro Giannini

Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche: candidato "in pectore" prof. Roberto Corinaldesi.

Questi tre candidati probabilmente raccoglierebbero il consenso necessario per essere eletti e la loro presenza ha trattenuto, fino ad ora, potenziali candidature alternative uscite allo scoperto.

Ma la recente normativa richiede che i direttori eletti siano in servizio attivo sino al termine del loro mandato triennale, ovvero sino al febbraio 2015. Per cui chi compira' i 70 anni entro il 31 ottobre 2014 non potra' essere eletto. Improvvisamente, le tre candidature eccellenti "in pectore" saltano. Infatti sia il prof. Stefoni, sia il prof. Giannini, sia il prof. Corinaldesi compiranno settantanni prima del 31 ottobre 2014.

Ecco allora che, improvvisamente, si aprono le danze, iniziano a rullare i tamburi e dall'ombra avanzano le nuove candidature. Non sono ancora a diretta conoscenza dei movimenti in corso nei dipartimenti specialistico-diagnostico e biomedico-neuromotorio, ma nel dipartimento medico-chirurgico si cominciano a profilare i candidati.

Il dipartimento di scienze mediche e chirurgiche riunisce oltre 160 professori e ricercatori del Policlinico S.Orsola-Malpighi. Riunisce in se' medici internisti, gastroenterologi, endocrinologi, chirurghi generali e dei trapianti, pediatri, ostetrici e ginecologi ed altre componenti minori. La vera sfida sara' se il blocco medico internistico riuscira' ad essere compatto e ad esprimere un candidato di equilibrio o se, invece, la direzione spettera' ad un chirurgo. Tra poche settimane le candidature saranno ufficiali, ma gia' circolano nomi "pesanti" tra cui quello di Luigi Bolondi ed Antonio Pinna.

Vedremo e seguiremo insieme anche questa puntata della nostra storia universitaria, ed ovviamente ci sbilanceremo sul toto-direttore.


domenica 25 dicembre 2011

Santo Natale 2011




Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Giovanni 1, 18)


venerdì 21 ottobre 2011

Cosi' l'occidente esporta la democrazia




Il corpo del colonnello Muammar Gheddafi linciato a Sirte
( 20 ottobre 2011)


mercoledì 14 settembre 2011

Dipartimenti: la scadenza che non c'e'




E siamo giunti al 16 settembre (venerdi' prossimo per l'esattezza), la scadenza per afferire ai nuovi dipartimenti universitari. In realta', tale scadenza non esiste. Basta leggere con attenzione la rettorale del 28 luglio scorso e l'articolo 40 del nuovo Statuto d'Ateneo per capire come il 16 settembre sia una data raccomandata per fare ordine dei nascituri dipartimenti universitari e, possibilmente, identificare in anticipo chi vorra' farne parte.

Da un punto di vista normativo, in questa fase, come correttamente esplicita la rettorale, si puo' solamente parlare di "ipotesi di inquadramento" dei singoli docenti nei nascituri dipartimenti. Da un punto di vista pragmatico, l'art. 40 e' ben chiaro in merito al fatto che gli organi accademici (Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione) valutano e decidono le proposte di inquadramento dei docenti. A questo punto, pero', sorge una questione cui lo statuto non da' una risposta chiara: come fa il singolo docente, in modo libero e volontario, entro il 16 settembre, fare domanda di afferenza o inquadramento in un Dipartimento Universitario che ancora non e' costituito, ancora non esiste e di cui non e' possibile conoscere nel dettaglio la composizione?

E' evidente che i docenti che si ritengono, in gruppo, forza propositrice di un costituendo dipartimento possono sottoscrivere una proposta che sia al contempo di costituzione ed inquadramento, ma i singoli docenti che desiderano poter afferire dove si possano attuare le compatibilita' con l'assetto riformato d'Ateneo possono e devono attendere che i Dipartimenti Universitari siano costituiti e definiti nella loro specificita' didattica e di ricerca. Non si puo' chiedere ad alcuno di dover aderire a cio' di cui non si puo' ancora conoscere natura e specificita'.

Pertanto, tutti i docenti ancora indecisi possono attendere con fiducia che passi la data del 16 settembre, prendano finalmente forma i costituendi nuovi dipartimenti universitari, e poi decidere in scienza e coscienza, in modo libero e volontario, a quale dipartimento fare domanda di afferenza. Ovvio che la domanda di afferenza dovra' essere motivata ed ovvio anche che gli organi accademici possano ritenere tale domanda di afferenza non compatibile. Ma questo e' indipendente da prima o dopo il 16 settembre.


martedì 6 settembre 2011

La lectio magistralis del Blasco




Riportiamo dalla pagina Facebook di Vasco Rossi in data di oggi:

" Il dottor [...] ha tutta la mia stima per il mestiere che fa ogni giorno e che sicuramente svolge con impegno e competenza. Questo non gli concede pero' il diritto di imporre il comportamento che ritiene più opportuno (certamente a ragione) in situazioni che ognuno può e deve comprendere con e soprattutto sulla propria pelle.

Io rivendico il diritto di decidere a quali cure sottopormi e quali condizioni sopportare, Lui, se posso permettermi, cerchi di guarire più gente possibile rispettando anche chi non e' disposto a sopportare ogni dolore per tentare una guarigione che purtroppo in molti casi nessuno può garantire.

Vorrei essere sicuro che non si salga sul carro dei buoni maestri solo allo scopo di leggere il proprio nome sulla stampa, cosa non sempre utile a garantire l’avvenire dei ...miracoli.  V.R.
"
 
Nei tumori solidi, il grosso problema clinico, sociale ed etico degli effetti collaterali e degli eventi avversi sempre "certi" della terapia antineoplastica, verso la probabilita' di guarigione sempre "incerta", resta ancora oggi di estrema attualita', nonostante se ne parli oramai troppo poco e poco spesso.
 
Ringraziamo Vasco Rossi per essere stato ancora una volta stimolatore di un confronto e di una discussione oramai ingiustamente abbandonata e da riproporre nella comunita' medica senza preconcetti e pregiudizi.


domenica 17 luglio 2011

Dipartimenti universitari: evitiamo forzature!




Finalmente varati i nuovi Dipartimenti Universitari della Scuola di Medicina del nostro Ateneo. Come auspicato e previsto sono tre:

1. Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie, imperniato sullo IOR Rizzoli e sul Polo delle Neuroscienze del Bellaria, con dentro anatomici e fisiologi

2. Dipartimento di Medicina Diagnostica e Sperimentale, imperniato sull'Istituto Seragnoli di Oncoematologia e con dentro radiologi, patologi generali e forse microbiologi

3. Dipartimento di Medicina e Chirurgia, ovvero il mare magnum di tutto il resto del Policlinico Sant'Orsola.

Questi nuovi futuri dipartimenti universitari non sono ancora attivati, lo saranno probabilmente entro il 2012. Per ora si tratta di una avanzata e condivisa proposta di razionalizzazione delle strutture deputate alla ricerca ed alla didattica della nostra Scuola di Medicina.

Da un punto di vista legislativo e normativo, i docenti universitari sono ancora tutti incardinati negli attuali dipartimenti. La stessa normativa prevede che l'afferenza di un docente ad un dipartimento universitario avvenga dietro richiesta motivata dello stesso. Ma per fare cio' bisogna che il nuovo dipartimento esista e sia stato attivato. Allo stato attuale nessuno dei tre nuovi dipartimenti esiste ne' e' stato attivato, pertanto nessun docente puo' fare domanda di afferenza a qualcosa che non esiste.

In questa fase costituente i direttori degli attuali dipartimenti hanno convocato riunioni dei consigli dipartimentali nei quali e' stata chiesta la sottoscrizione nominale dei singoli docenti della propria opzione di adesione ad uno dei tre dipartimenti che nasceranno. Questa procedura, seppure comprensibile, non trova riscontro o base procedurale legislativa o normativa.

Nessun docente universitario puo' essere obbligato ad aderire preventivamente ad un dipartimento che deve ancora nascere. Anche perche' non sappiamo ancora come saranno esattamente composti tali dipartimenti e quali connotazioni e progettualita' di ricerca e didattica avranno. Per evitare questa forzatura, basta non esprimere formalmente, per ora, nessuna opzione di adesione. I docenti universitari non possono essere cooptati in alcun modo. E' uno dei principi sacrosanti dell' Universitas!

Altro concetto che in questa fase costituente si vuole far passare e' che tutti i docenti afferenti allo stesso settore scientifico disciplinare debbano essere incardinati nel medesimo dipartimento. Si tratta di un altra forzatura che non trova basi nella legislazione e normativa universitaria. L'afferenza di un docente ad un dipartimento deve essere motivata dalla condivisione e dal contributo a progetti di ricerca e a percorsi formativi didattici. Appare comprensibile che docenti che appartengono allo stesso settore scientifico disciplinare convoglino nello stesso dipartimento, condividendo ricerca e didattica. Ma, di nuovo, non vi puo' essere alcun obbligo di incardinamento per alcun docente in un dipartimento indipendentemente dalla sua libera e volontaria richiesta di afferenza. A volte, anzi, l'appartenenza a dipartimenti diversi permette maggiore competizione e l'apertura di possibilita' carrieristiche altrimenti negate.

Infine, i rapporti con i Dipartimenti Assistenziali (DAI) sono ancora tutti da chiarire. Se non si pone attenzione a costituire dei dipartimenti universitari forti, evitando di nominare come direttori dei docenti che siano contemporaneamente anche direttori dei DAI, il rischio che tutto questo lavoro costituente partorisca dalla montagna un topolino e' piu' che mai concreto, specie al Policlinico Sant'Orsola. E' giunta l'ora che l'Universita' affronti in modo concreto il problema dei DAI la cui fase sperimentale e' ampiamente conclusa e la cui utilita', per il versante universitario, e' stata fallimentare. Se non si superera' il dualismo DU-DAI con una piena appropriazione decisionale da parte dell'universita' delle dinamiche del Policlinico, possiamo anche illuderci di aver costituito le basi dipartimentali di un grande futuro, ma rischiamo di presentarci al confronto con i laboratori, i pazienti e gli studenti privi di quegli strumenti che ci permettono di essere medici universitari.


sabato 7 maggio 2011

E la nave va ...




Rivoluzione storica a Medicina. Per la prima volta medici e chirurghi confluiranno negli stessi Dipartimenti Universitari. Da sempre sono esistiti la Clinica Medica e la Clinica Chirurgica, due o piu' istituti prima, e dipartimenti poi, in cui erano incardinati i docenti, i professori delle discipline mediche e chirurgiche. Per ricordare i decenni piu' recenti, vi era la Clinica Medica di Sotgiu, Labo', Barbara, e la Clinica Chirurgica di Placitelli, Possati, Gozzetti, due realta' distinte, basate sul diverso modo di approcciare la malattia ed il malato: il modo medico ed il modo chirurgico.

La riforma universitaria dovuta alla legge Gelmini, impone una riorganizzazione dei dipartimenti universitari che dovranno essere di consistenza numerosa (minimo 50 docenti, meglio un centinaio) ed in grado di attivare corsi di studio. In una febbrile ed apparentemente sterile conflittualita' dovuta alla necessita' di doversi accorpare, la Scuola di Medicina e Chirurgia del nostro Ateneo vedra' il nascere di due nuovi Dipartimenti Universitari composti non solo da medici, non solo da chirurghi e non solo da biomedici o preclinici, ma bensi' da medici, chirurghi e preclinici.

Si tratta di fare di necessita' virtu', ma questa volta si puo' affermare che la necessita' ha prodotto la virtu'. Concepire la scienza medica come un insieme di competenze integrate precliniche, mediche e chirurgiche e' quanto da sempre avviene nella formazione universitaria dei laureandi in medicina e chirurgia. Superare le divisioni tra medici e chirurghi e metterli insieme nello stesso dipartimento costituisce la concreta possibilita' di realizzare ricerca e didattica integrata con ripercussioni positive anche sul lato assistenziale.

Purtroppo la parcellizzazione e' una forte tentazione di chi si illude di poter comandare nel proprio orticello. Ma il destino e' oramai segnato e progetti alternativi e complementari, quali un dipartimento di diagnostica (onco-ematologico e radiologico) o di area materno-infantile (pediatria, ginecologia ed ostetricia) non sembrano avere la dignita' scientifica, di ricerca e di attivazione di corsi di studio, e politica sufficiente per potersi sostenere ed imporre. Ovviamente i giochi sono ancora aperti, in particolare la volonta' degli ematologi, oncologi universitari, patologi clinici e radiologi di mantenersi autonomi in un dipartimento e' ancora forte. Eppure e' un progetto che fallira'.

Nonostante o grazie alla legge n. 240, e grazie alla supervisione attiva degli organi accademici, gli attuali venti dipartimenti universitari si ridurranno a tre, uno extra-policlinico, e due intra-policlinico:

1. Dipartimento di Scienze Neuro-Senso-Motorie (IOR e Bellaria)

2. Dipartimento di Medicina Interna e Chirurgia Generale e dei Trapianti

3. Dipartimento di Medicina e Chirurgia Specialistica

E tutto cio' sara' un bene sia per la ricerca, sia per la didattica sia per l'assistenza al malato. Nonostante tutto, e apparentemente, quasi a dispetto di molti, la nave va. La storia quando chiama sa trovare chi risponde e non delude. Un grazie va sicuramente all'opera svolta dai ricercatori universitari ed alla comprensione dell'utilita' scientifica e politica di un passo innovativo manifestata dai chirurghi. A questo punto basta un piccolo soffio, veramente piccolo, ma nella direzione giusta e le tre barche possono salpare.

Chi dovra' dare questo ultimo soffio sta gia' inspirando l'aria.


mercoledì 27 aprile 2011

Facolta': divisi alla meta




Il nodo della riorganizzazione dei Dipartimenti Universitari (DU) e' finalmente arrivato al pettine. I tempi per formalizzare una proposta condivisa da sottoporre all'approvazione del Senato Accademico ed alla ratifica del CdA sono praticamente scaduti. Gli attuali DU sono in via di disattivazione ed i nuovi DU saranno attivati dall'Ateneo entro l'estate.

La roadmap prevista dal Magnifico Rettore prosegue senza intoppi. La Facolta' di Medicina e Chirurgia, anch'essa in via di disattivazione, domani si riunisce per fare il punto della situazione e giungere ad una decisione comune e condivisa sui nuovi dipartimenti. Ma di comune e condiviso sembra esservi ben poco, per ora, o, meglio, vi sono due linee comuni e contrapposte. Da un lato la stragrande maggioranza dei professori ordinari e parte dei professori associati propone una ristrutturazione di Medicina imperniata su 5 dipartimenti (Medicina, Chirurgia, Materno-Infantile, Onco-Ematologia, Rizzoli + Neuroscienze), dall'altro la stragrande maggioranza dei ricercatori e parte dei professori associati propone un massimo di tre dipartimenti, preferibilmente due. Ma perche' questa frattura?

Credo che valga la pena fare una breve messa a punto sulla problematica. La legislazione vigente fa riferimento, sostanzialmente, al D.P.R. 382/1980 ed alla L. 30-12-2010 N. 240. I DU debbono intendersi come "l'organizzazione di uno o piu' settori di ricerca omogenei per fini o per metodo e dei relativi insegnamenti" con funzioni di promuovere e coordinare la ricerca (art. 83 D.P.R. 382/1980). La legge Gelmini (N. 240) non ha stravolto il dettame del 1980, ma lo ha modificato ed arricchito. In particolare, vale la pena sottolineare:

Art. 2. par. 2: ...le universita' statali modificano, altresi', i propri statuti in tema di articolazione interna, con l'osservanza dei seguenti vincoli e criteri direttivi:
a) semplificazione dell'articolazione interna, con contestuale attribuzione al dipartimento delle funzioni finalizzate allo svolgimento della ricerca scientifica, delle attivita' didattiche e formative, nonche' delle attivita' rivolte all'esterno ad esse correlate o accessorie;
b) riorganizzazione dei dipartimenti assicurando che a ciascuno di essi afferisca un numero di professori, ricercatori di ruolo e ricercatori a tempo determinato non inferiore a trentacinque, ovvero quaranta nelle universita' con un numero di professori, ricercatori di ruolo e a tempo determinato superiore a mille unita', afferenti a settori scientifico-disciplinari omogenei.

Da questo punto di vista, la proposta dei professori ordinari di cinque dipartimenti appare tecnicamente corretta (i numeri dei docenti ci sarebbero), anche se sembra problematica l'organizzazione dipartimentale delle attivita' didattiche e formative, con docenti suddivisi in cinque blocchi dipartimentali. Ma allora perche' la maggioranza dei ricercatori universitari non e' d'accordo? A parte le motivazioni di evitare inutili ed eccessive frammentazioni e di favorire l'organizzazione della didattica, credo che vadano aggiunte alcune considerazioni che sembrano sfuggite ai nostri professori ordinari ed al nostro preside che li supporta:

1. La legge 240 (Gelmini) ristruttura sostanzialmente l'organizzazione ed il funzionamento delle universita' statali anche, e soprattutto, nell'ottica delle attribuzioni e della distribuzione delle risorse. Non esistera' piu' il budget integrato di Dipartimento, ma vi sara' il budget integrato di Ateneo, con la nuova figura del Direttore Generale con cui annualmente i dipartimenti dovranno contrattare il loro budget. Nel budget saranno comprese tutte le risorse da attribuire ai dipartimenti, non solo quelle per il funzionamento, compresi i punti di budget per la programmazione dei ruoli docenti. La tanto cara programmazione ruoli, ovvero i concorsi e le chiamate per professori ordinari ed associati sara' possibile se l'Ateneo, nella figura del Direttore Generale e con la ratifica del CdA, avra' concordato l'attribuzione a quel dipartimento dei fondi necessari. E l'assegnazione dei fondi da parte dell'Ateneo, recita sempre la legge 240 all'art 2, dovra' tenere in sostanziale conto dell' "attribuzione al nucleo di valutazione della funzione di verifica della qualita' e dell'efficacia dell'offerta didattica, anche sulla base degli indicatori individuati dalle commissioni paritetiche docenti-studenti, (...) nonche' della funzione di verifica dell'attivita' di ricerca svolta dai dipartimenti e della congruita' del curriculum scientifico o professionale dei titolari dei contratti di insegnamento di cui all'articolo 23, comma 1, e attribuzione, in raccordo con l'attivita' dell'ANVUR, delle funzioni di cui all'articolo 14 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, relative alle procedure di valutazione delle strutture e del personale, al fine di promuovere nelle universita', in piena autonomia e con modalita' organizzative proprie, il merito e il miglioramento della performance organizzativa e individuale".

Secondo voi, ha piu' probabilita' di eccellere in qualita' ed efficacia della didattica ed in qualita' di produzione scientifica e di ricerca un dipartimento formato da 70 docenti senza componente preclinica o biomedica, od un dipartimento con 150 docenti, di cui parte preclinica o biomedica? Polemicamente, mi chiedo come un dipartimento di chirurgia possa guadagnare fondi per la programmazione ruoli in confronto ad un dipartimento di medicina. Impact factor alla mano, e considerando che alcuni colleghi chirurghi non si sono mai presentati in aula ad insegnare agli studenti durante tutto l'anno accademico, puo' esservi competizione per i fondi? Eppure, i nostri lungimiranti ordinari continuano a sostenere che almeno 5 dipartimenti vanno benissimo.

2. Altro aspetto sara' la rappresentanza di componenti dei dipartimenti negli organi elettivi dell'universita', come ad esempio il Senato Accademico. La' dove si decidono le strategie d'Ateneo, avra' piu' probabilita' di risultare eletto un docente espressione di un dipartimento di 150 membri o un docente che proviene da uno striminzito dipartimentucolo di 50 anime?

3. Terza considerazione, di non minore importanza, riguarda il personale tecnico amministrativo dei dipartimenti. L' Ateneo sara' piu' propenso a rimpiazzare o fornire nuove risorse unane ad un grande dipartimento attivo e che richiama fondi e investimenti, o ad un piccolo agglomerato di compagni di merenda?

Sembra ovvio che convenga a tutti ridurre la proposta ad un massimo di tre dipartimenti "verticali", con i docenti preclinici e biomedici inseriti in essi e non in un raggruppamento a parte. Considerando che il dipartimento dei colli sembra cosa fatta e inscindibile (Rizzoli + Bellaria Neuroscienze), la partita si gioca ora al Sant'Orsola e nelle strade dei preclinici (Belmeloro, San Giacomo, Irnerio). Il tutto, anche nell'ottica futura di un' auspicabile costituzione del Policlinico S. Orsola-Malpighi, coi preclinici, in IRCCS. Inoltre, la proposta di almeno 5 dipartimenti, gia' avanzata in sede di audizione alla Commissione Statuto, era stata bocciata senza mezzi termini dal Magnifico Rettore. Eppure i nostri lungimiranti ordinari perseverano!

Fortunatamente, la stoltezza di chi si ostina a proporre di spartire il gregge dei circa 450 docenti in almeno 5 dipartimenti non tiene conto di due nodi cruciali che potrebbero risultare insuperabili: (1) i dipartimenti universitari per essere attivati devono essere approvati dal Senato Accademico e firmati dal Rettore, (2) l'incardinamento dei docenti nei dipartimenti avviene per richiesta individuale di afferenza dei singoli e non per coercizione. Questi due punti fermi possono portare ad una o due conseguenze che di fatto renderebbero inattuabile il pentaprisma dipartimentale: (a) il Senato Accademico non approva l'attivazione di uno o piu' dipartimenti, (b) i dipartimenti, seppure attivati, non raggiungono il numero minimo di docenti richiesti.

E qui viene il ruolo fondamentale dei tanto snobbati, finora, ricercatori universitari e di molti professori associati. Se non faranno domanda di afferenza, distribuendosi, nei 5 o piu' dipartimenti proposti, ma rimarrano fermi e compatti sulla proposta di non piu' di tre dipartimenti, i 5 o piu' dipartimenti non si potranno costituire. La facolta' di medicina subirebbe una sorta di commissariamento da parte degli organi accademici, indice ulteriore dell'inettitudine e della mancanza di leadership dell'attuale presidenza. Ma cio' non avverra', almeno lo speriamo per tutti noi, perche' non ve ne sara' bisogno.

A domani.

venerdì 22 aprile 2011

Cristo Figlio di Dio condannato e ucciso: il giorno della memoria




" Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre "
(Prima Lettera di Giovanni, capitolo 2, versetto 23).

Il Dio in cui credono i cristiani e' il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Non ci si puo' definire cristiani negando la divinita' di Cristo. Ricordiamocelo, quando abbiamo il tabu' di chiamare col proprio nome quello che avvenne duemila anni fa: deicidio.

Cristo e' la pietra dello scandalo, scartata dai costruttori e divenuta testata d'angolo.

In questo giorno di tristezza e riflessione, invitiamo a leggere il breve lavoro di padre Isidoro da Alatri o.f.m., pubblicato nel 1961, con il titolo "Chi ha ucciso Gesu' Cristo?" ed "Il Grande Inquisitore" nel libro V del capolavoro di Dostoevskij, I Fratelli Karamazov.


venerdì 15 aprile 2011

Un testimone troppo scomodo




Vittorio Arrigoni, pacifista ed attivista per i diritti umani nella Striscia di Gaza e' stato sequestrato ed ucciso.

Da anni testimone ed accusatore dei soprusi e dei crimini compiuti dall'esercito israeliano contro la popolazione civile palestinese, e' stato sequestrato ed ucciso da un fantomatico gruppo terroristico.

Vedere la longa manus di Israele dietro questo delitto sembra fin troppo facile.

Invitiamo a leggere il suo blog http://guerrillaradio.iobloggo.com/ vera voce di uno che grida nel deserto.

A questo ennesimo martire rispetto e memoria.


martedì 5 aprile 2011

Roadmap medicina: la necessita' di una scelta




E venne l'ora dell'audizione dell'Area delle Scienze Mediche e Medico-Veterinarie da parte della Commissione Statuto, la commissione d' Ateneo che ha il difficile compito di redigere il nuovo Statuto Generale d'Ateneo, che dovra' essere approvato dal Senato Accademico e dal CdA.

Redigere un nuovo statuto generale d'ateneo corrisponde, per una universita', a quello che e' la redazione della Carta Costituzionale per uno stato sovrano, ovvero un atto fondativo. I principi ispiratori della riforma dello statuto sono quelli di facilitare il conseguimento degli obiettivi primari - didattica e ricerca -, dell'internalizzazione e della diffusione ed applicazione della conoscenza, per il progresso culturale, civile ed economico della societa'.

L'approvazione della legge 240 di riforma dell' universita' - Legge Gelmini - ha aperto una nuova fase di organizzazione dell' Universitas Studiorum, con la finalita' di incentivare qualita' ed efficienza del sistema universitario. Buona o cattiva che possa essere considerata, la legge Gelmini offre la straordinaria opportunita' di ridisegnare la struttura della trasmissione del sapere, di riscrivere l'universita'. In questa nuova fase costituente il nostro Ateneo si avvale di un Magnifico Rettore la cui intelligenza e cultura fanno molto ben sperare. Ma in tutta questa nuova fase costituente di riforma del sistema dalle fondamenta, la "prestigiosa" Facolta' di Medicina e Chirurgia che cosa sta proponendo?

Non e' chiaro che cosa il nostro signor preside, prof. Sergio Stefoni, e la sua delegazione proporranno domani nell'audizione alla Commissione Statuto, ma da quanto e' emerso nell'unica Conferenza di Facolta' organizzata e dai documenti piu' o meno formali che circolano, le aspettative appaiono molto dimesse.

Le maggiori preoccupazioni emerse finora in seno a Medicina appaiono di tipo quantitativo e formale e non, come ci si dovrebbe aspettare, di natura qualitativa e sostanziale. Alla nostra presidenza sembra stare a cuore innanzitutto la permanenza in autonomia della "Facolta'" di Medicina e Chirurgia. Nemmeno il nome Facolta' vorrebbe essere dismesso, e, soprattutto, si vuole conservare una coordinazione sovra-dipartimentale, con competenza nella programmazione ruoli. Invece di essere un "service" di collegamento fra i dipartimenti, la facolta' vuole continuare ad essere sede decisionale. In quest'ottica, naturalmente, piu' saranno i dipartimenti universitari meglio sara', poiche' cosi' si dovra' necessariamente ricorrere non ad un servitore ma ad un arbitro. La figura ed il potere del preside resterebbero salvi, nonostante e a dispetto della legge Gelmini.

Fortunatamente, il termine di Facolta' non restera' nel nostro Ateneo, ma verra' adottato il termine di "Scuola", intesa come struttura che coordina le attivita' didattiche programmate dai dipartimenti. Resta invece ancora aperto il ruolo delle scuole nella programmazione del personale e nella programmazione didattica e nell'istituzione ed attivazione dei corsi di studio. Sebbene la Commissione Statuto definisca con chiarezza le scuole come "strutture di raccordo" non e' invece chiaro il loro compito e potere in materia di reclutamento del personale docente e di chiamata di docenti con idoneita' nazionale a professori di prima e seconda fascia. Non e' cosa da poco. Ne vien da se' che maggiore sara' il numero dei dipartimenti, maggiore sara' la necessita' di un coordinamento "superiore" delle esigenze programmatorie di didattica e di ricerca avanzate dai singoli dipartimenti. In sintesi: piu' dipartimenti piu' potere per il preside, definito in futuro presidente del consiglio della scuola, a scapito dell'autonomia gestionale dipartimentale .

Da questa disanima deriva come la riorganizzazione e ristrutturazione dei dipartimenti biomedici, medici e chirurgici rappresenti la pietra angolare da cui conseguira' gran parte dell'intero impianto riformatore. Ai dipartimenti sono attribuite le responsabilita' delle funzioni finalizzate alla ricerca ed alla didattica. I dipartimenti devono soddisfare requisiti di "congruita'" culturale e scientifica e devono avere una numerosita' minima di almeno 50 docenti. Ovviamente, i dipartimenti propongono il reclutamento del personale e l'offerta formativa di ogni livello e l'affidamento dei compiti didattici. Viene quindi meno la dicotomia attuale fra compiti prevalentemente di organizzazione della ricerca per i dipartimenti e di organizzazione della didattica per le facolta'.

Con circa 450 docenti, usando un criterio puramente quantitativo, a Medicina si potrebbero costituire ben 9 dipartimenti. E' chiaro che, nell'ottica della riforma Gelmini, che punta a valorizzare il ruolo centrale dei dipartimenti nell'organigramma accademico, nove piccoli dipartimenti sarebbero un non senso, incapaci di attrarre e veicolare risorse e servizi messi a disposizione sulla base dei risultati conseguiti nella didattica e nella ricerca. Ma, cosi', si salverebbero tanti piccoli interessi personali e corporativi. Dall'altro, si potrebbe invece proporre la costituzione di due mega-dipartimenti, orientati ad esempio, come proposto dai ricercatori universitari, uno prevalentemente alla specializzazione ed alla tecnologia e l'altro prevalentemente alla medicina sociale, del territorio e dei servizi.

Sebbene la proposta dei due mega-dipartimenti, uno per la ricerca e formazione in ambito specialistico e tecnologico ed uno per la ricerca e formazione in ambito di medicina generale e dei servizi, appaia molto interessante, sembra anche essa nascere da una logica di tipo "reverse look-up": prima fissare il numero necessario per costituire una massa critica e poi decidere che cosa metterci dentro. Sembra anche qui che la logica quantitativa e formale preceda quella qualitativa e sostanziale.

Non credo che ci siano in questo momento soluzioni facili o semplici, ma decisioni si devono prendere e le decisioni derivano da scelte che bisogna fare. Il numero dei dipartimenti e, di converso, del rapporto docenti/dipartimenti non appare al momento fondamentale. Ovvio che una massa critica di circa 100 docenti per dipartimento sia auspicabile, doverosa e necessaria. Tuttavia il quesito fondamentale cui probabilmente occorre rispondere e' questo: l'Universita' deve unicamente rispondere alle richieste della societa' e ad esse adeguarsi o puo' farsi promotrice culturale di nuovi modelli che possono modificare la societa'? Da come rispondiamo a questa domanda deriva, probabilmente, la logica strutturale ed organizzativa di quella "domus scientiae" che e' il dipartimento universitario.

Se crediamo che la ricerca e la formazione universitaria possano creare nuova cultura e nuovo sapere, allora i modelli pre-esistenti della societa' sono importanti, fondamentali, ma non imprescindibili. Tre sono i punti cardini che dovrebbero regolare la nuova fase costituente dei dipartimenti:

1. Non esiste una scienza di base pura ed una scienza applicata pura. La conoscenza e' dinamica, fluida e traslazionale. Se si deve fare ricerca la ricerca va fatta per macroaree del sapere e della conoscenza, con all'interno, gomito a gomito, docenti e ricercatori pre-clinici, biomedici, medici e chirurghi. Gomito a gomito significa superare la divisione storica dei dipartimenti per nozioni del sapere ed arrivare a dipartimenti logisticamente verticali, in cui convivono esperti di un campo del sapere con diverse metodologie di studio di quel campo del sapere. Non continuiamo a sbirciare la luce dal buco della serratura, ma entriamo nella luce insieme ed apriamo le porte perche' tutti possano entrare.

2. L'assistenza clinica ai pazienti richiede strutture, organizzazioni e logiche che non si possono integrare con lo sviluppo conoscitivo della ricerca e della formazione. I dipartimenti universitari rispondono a logiche ante-quam, di ricerca, scoperta, invenzione e trasmissione del sapere. I dipartimenti ospedalieri rispondono a logiche post-quam, di applicazione di sapere e conoscenze consolidate. In nessun modo possono coincidere. Sarebbe come applicare nel settore ricerca e sviluppo di un'azienda le logiche organizzative e di funzionamento della catena di montaggio.

3. La congruita' culturale e scientifica di un dipartimento esula dalla omogeneita' e dalla somma dei settori scientifici disciplinari dei singoli docenti che lo compongono. L'afferenza di ogni singolo docente ad un dipartimento e', e deve rimanere, libera e volontaria, frutto di una scelta profonda ed interiore di adesione, compartecipazione, affinita' ad un working-team di colleghi, indipendentemente dal loro burocratico SSD. Non si dovra' ingabbiare gli scienziati a priori, ma permettere che si raggruppino liberamente e, certamente, valutarli, a posteriori.

Se la Commissione Statuto, il Senato Accademico ed il CdA porteranno alla formazione nella scuola medica di dipartimenti che rispondono a tutti e tre questi principi, molto probabilmente il rettorato di Ivano Dionigi sara' ricordato nei tempi, alla stregua di Enrico De Nicola.


sabato 12 marzo 2011

17 marzo 2011: festeggiamo che cosa?




" Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:
 
Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
 
Da Torino addì 17 marzo 1861 ".

Ogni stato "costituzionale" nasce nel momento della stesura ed adozione della propria Carta Costituzionale. Ma non vi fu né in tale occasione, né in alcuna altra antecedente o susseguente, alcuna costituzione ex novo di una entità politica statale. Lo Stato Italiano non e' mai nato 150 anni fa. Piu' precisamente non e' mai nato: non e' altro che l'antico Regno di Sardegna.

Se invece vuole essere una festa celebrativa del Risorgimento, forse sarebbe meglio festeggiarla andando al lavoro ed offrendola in memoria di uno dei tanti "martiri" del risorgimento.

Personalmente, giovedi' andro' in ospedale e timbrero' il cartellino, pur non essendo di guardia o di servizio, e dedichero' la mia giornata di lavoro ad un martire risorgimentale: Nunzio Ciraldo Fraiunco, fucilato a Bronte il 10 agosto 1860 da Nino Bixio e dal suo battaglione di garibaldini.


mercoledì 9 marzo 2011

Un cadavere ambulante




Riorganizzazione, aggregazione, accorpamento dei Dipartimenti universitari. E' questo l'hot topic quotidiano delle conversazioni sul processo di ristrutturazione dell'organizzazione universitaria stabilita dalla legge di riforma Gelmini.

Ma con chi ci accorpiamo? Secondo quali criteri? Facciamo un megadipartimento di almeno 200 docenti con dentro clinici e preclinici, oppure e' meglio un dipartimento piu' piccolo di 50 docenti accorpati sulla base dei settori scientifici disciplinari? Ma no! E' forse meglio un dipartimento intermedio, diciamo di 100 docenti, che si aggregano sulla base di una condivisione di progetti e programmi, indipendentemente dai settori disciplinari? E poi, i DU a medicina devono accorparsi in modo speculare ai DAI, come a Modena, oppure e' giusto e meglio che preservino la loro autonomia ed indipendenza? 

Nel paese di 50 milioni di CT della nazionale di calcio, e' sicuramente difficile trovare piu' di due o tre docenti che abbiano la stessa identica idea operativa. La Commissione d'Ateneo per la revisione e la riscrittura dello Statuto sta lavorando alacremente, ma nulla di ufficiale trapela. Nei prossimi giorni, a livello di facolta' e dipartimenti, si sprecano e sprecheranno le conferenze convocate. Eppure tutto sembra ancora in alto mare. Francamente, forse, e' meglio cosi'.

Mi permetto di dire che questi temi, seppure fondamentali, sono al momento di importanza secondaria. Secondaria alla definizione del ruolo e del futuro delle facolta', dei consigli di facolta', dei presidi di facolta'. Nel nostro caso della facolta' medica.

L'orientamento del nostro illustrissimo signor preside e' gia' ben chiara: l'Ateneo "deve" capire ed accettare che la Facolta' di Medicina e Chirurgia e' una facolta' particolare e singolare, diversa dalle altre per via del ruolo sociale che ha nei confronti dei cittadini, legato alla formazione dei medici ed alla sanita'. Pertanto, l'Ateneo "deve" preservare e salvaguardare la facolta' di medicina ed il suo preside!

In una facolta' di molti dipartimenti, il consiglio di facolta' ed il preside avevano un ruolo di "garanzia". Erano cioe' i garanti di quegli equilibri e di quel coordinamento "superiore" in grado di armonizzare in modo equo e programmatico le esigenze dei molti per il bene di tutti. I dipartimenti si sentivano in un certo senso limitati nei loro poteri programmatori, ma accettavano di delegare ad un coordinamento superiore parte dei loro poteri per una convivenza equilibrata. Si trattava di una delega importante, impegnativa e difficile, ma doverosa, accettabile ed accettata.

Eppure, la facolta' medica, il consiglio di facolta' ed il suo preside non hanno saputo ricambiare tanta delega, tanto affidamento, tanto rispetto. Lo hanno tradito. Hanno pugnalato alle spalle la fiducia loro concessa. Questo e' avvenuto in varie occasioni, ma in modo particolare uno e' stato il momento e la situazione di "alto tradimento" che il preside ed il consiglio di facolta' hanno compiuto nei confronti dei dipartimenti.

Il momento incriminato e' ancora fissato in modo indelebile nella mente e nel cuore di molti: lo "scandalo" Viale! Mai e poi mai il preside ed il consiglio di facolta' avrebbero potuto e dovuto rinnegare la sovranita' di un dipartimento nel poter decidere, in modo libero e volontario, se indire o meno la chiamata di un docente nel proprio dipartimento, in un settore scientifico disciplinare di quel dipartimento. Ma l'arroganza del potere dei pochi lobbisti pretese di calpestare ed ignorare la delibera sovrana del Consiglio di Dipartimento che, a netta maggioranza, si esprimeva contro la chiamata per trasferimento da altra sede di un professore ordinario del SSD MED/17. Appare evidente che il merito di chi poi e' arrivato a Bologna nulla ha a che vedere con quella pugnalata che il prof. Sergio Stefoni volle dare, ricorrendo anche alla menzogna, ad un equilibrio istituzionale estremamente difficile ma, fondamentalmente, garantista del potere sovrano dei dipartimenti a casa loro.

Da quel momento l'autorita' morale del Consiglio di Facolta' e del signor Preside e' finita. Ed e' finita la volonta' dei dipartimenti di affidare ad alcun ente superiore e coordinatore la possibilita' di pugnalarti alle spalle. Nel momento in cui i dipartimenti medici saranno poche unita', ben organizzate, il senso, il ruolo ed il perche' di mantenere il consiglio di facolta' ed il suo preside e' ben poco comprensibile. Si tratta inesorabilmente di un orpello anacronistico che non puo' reggere l'evoluzione storica che stiamo vivendo.

Il cadavere ambulante della facolta' medica, pugnalata alla schiena dal suo preside, e' giunto al termine.

Amen.


venerdì 4 marzo 2011

Medico condannato perche' ha seguito le linee guida




Corte di Cassazione Penale
Sentenza n. 8254 del 2 marzo 2011

" Il medico risponde a un preciso codice deontologico e ha il dovere di anteporre la salute del malato a qualsiasi altra diversa esigenza: il professionista, dunque, si pone rispetto al paziente in una chiara posizione di garanzia e non è tenuto a osservare le direttive o la prassi delle cosiddette “linee guida” laddove esse siano in contrasto con le esigenze di cura del paziente mentre non può andare esente da colpa ove se ne lasci condizionare. "


giovedì 3 marzo 2011

Programmazione: il grido dei preclinici




INTERVENTO DELLA PROF.SSA DI BIOLOGIA APPLICATA MARINA MARINI AL CONSIGLIO DI FACOLTÀ DEL 3/3/2011 SUL PUNTO “UTILIZZO DEI PUNTI BUDGET”


Ho scritto questo intervento non solo per evitare di farmi prendere dal tema e parlare troppo a lungo, ma anche per dimostrare che il mio intervento non è legato alla scelta specifica di come utilizzare questo piccolo punteggio che la facoltà si ritrova, scelta che apprendo adesso.

Il reclutamento è sicuramente l'aspetto che più sta a cuore a tutti noi, ma non solo o non tanto per le aspettative di carriera che una persona può avere, ma perché su tale aspetto si gioca il futuro di una scuola o, semplicemente, di una disciplina.

Personalmente sono mossa dalla preoccupazione che continui il declino numerico dei docenti delle discipline di base, declino che porterà inevitabilmente a fare delle scelte che ritengo tutte disastrose per la facoltà: 1) si possono chiudere dei corsi (il che significa trovarsi con un rapporto docenti/studenti ancora più squilibrato); 2) si possono eliminare progressivamente dai corsi le discipline dei settori biomedici carenti, il che sarebbe un considerarle superflue, e permetterete che i docenti interessati si sentirebbero quanto meno offesi, non voglio neanche discutere se ciò avrebbe un senso didattico; 3) affidare gli insegnamenti a docenti di altre discipline o addirittura a personale ospedaliero e vorrei che tutti i colleghi clinici che fossero d'accordo su tale soluzione si dichiarassero disponibili ad affidare un insegnamento di cardiologia a uno pneumologo sulla base che cuore e polmoni sono sempre racchiusi nella cavità toracica.

Ho registrato con piacere e con la mia personale sensibilità l'affermazione fatta dal Preside durante la scorsa facoltà, in cui ha detto che le discipline di base fanno parte della facoltà medica perché la facoltà medica vuole che esse siano insegnate fin dal primo anno in maniera specifica, tenendo conto della formazione del medico. Se la facoltà intende veramente questo, non deve lasciare morire tali discipline di pensionamenti e di eccesso di didattica.

La scarsità dei punti budget disponibili è stata determinata non solo dalla crisi finanziaria e dalla scelta governativa di portare a lenta morte l'università pubblica (scelta implicita, e che, mi rendo conto, non tutti vedono, ma non è questo il momento e il luogo per discuterne). In primo luogo, vorrei sottolineare che la scarsa o nulla incidenza della CRUI ha consentito il mancato inserimento del cosiddetto “sconto” nel decreto mille-proroghe; poi c'è un aspetto locale, legato alla cosiddetta eccedenza di docenti della nostra facoltà. Dico “cosiddetta” perché la specificità della nostra facoltà non è stata accettata dal Senato Accademico e anch'io penso che il nostro Preside dovrebbe essere più ascoltato. 

Resta tuttavia il fatto che, in momenti di razionamento di risorse, se si decide che la tessera annonaria dà diritto a una pagnotta a testa è ben difficile sostenere il diritto di averne ancora se se ne ha già una e mezza. L'unica possibilità è sostenere che, per circostanze di tipo “storico”, c'è chi in famiglia ha solo le briciole e chi rischia l'indigestione.

Vi ricordo che la facoltà ha scelto di attivare tutte le lauree triennali proprio per giustificare, con l'aumento dell'offerta formativa, l'eccesso di docenti. Lauree il cui peso ha gravato soprattutto sui settori biomedici.

E qui vengo al secondo punto. Noi seguiamo attualmente una programmazione ruoli che non condivido per due motivi. Innanzitutto, è stata fatta all'inizio del primo mandato del Preside, ma è entrata per così dire in vigore con molto ritardo, quindi è vecchia di almeno 4 anni, anni durante i quali molte cose sono cambiate. Secondariamente, è stata fatta senza esaminare le necessità dei singoli settori, ma dipartimento per dipartimento, con la conseguenza che potrebbero avere la priorità settori non in sofferenza rispetto ad altri in grave carenza.

Vorrei sottolineare il fatto che il Senato suggerisce di utilizzare questi scampoli di punti budget preferenzialmente per gli scorrimenti da ricercatore ad associato in quanto la protesta dei ricercatori ha dimostrato, soprattutto in facoltà con carenza di docenti, che la didattica non si può sostenere sul “volontariato” dei ricercatori e quindi il suggerimento del Senato è volto a risolvere qualche problema di copertura di insegnamenti. In breve, sono punti dati per le necessità didattiche.

Riassumendo, vengo alla mia proposta. Chiedo al Preside di dedicare la prima seduta di Facoltà utile a discutere i principi con cui improntare la prossima programmazione ruoli. Chiedo di esaminare in tale sede quali possono essere i modi in cui possiamo sostenere il Preside nelle sue richieste presso il Senato e suggerisco di basare le argomentazioni sulla programmazione didattica. Infatti, mi sembra che tutti possiamo concordare che i ruoli vanno distribuiti tenendo conto degli aspetti di ricerca, didattica e assistenza, ma che le necessità didattiche debbano venire per prime se si vuole mantenere il livello attuale sia di offerta formativa (ossia il numero dei corsi di laurea) sia di qualità (ossia non affidare i corsi a docenti improvvisati).


venerdì 25 febbraio 2011

Unita' d'Italia: un libro da leggere




«L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia».

L’introduzione dei Promessi sposi è notoriamente una parodia del linguaggio e della cultura seicenteschi ma Alessandro Manzoni, pur sorridendo, intende anche cominciare in medias res, mettendo subito in chiaro la grande importanza della ricerca storica: fare storia significa ridare la vita ad un passato che non si conosce o si conosce male.

1796-1861: ricordando fatti noti e meno noti, questo libro si propone di ricostruire l’ambiente rivoluzionario che caratterizza l’Italia del XIX secolo, senza la pretesa di raccontare tutto ma, almeno, con l’obiettivo di raccontare quello che serve per capire, per «richiamare in battaglia» fatti e persone prigionieri, del tempo certamente, ma soprattutto degli uomini che li hanno voluti tali.

L’immagine del Risorgimento che ci è stata tramandata è quella voluta da coloro che lo hanno costruito: i governanti del Regno di Sardegna, innanzi tutto, ma anche tutti gli uomini che ne hanno appoggiato la politica, e, non ultimi, i governi delle potenze alleate che ne hanno reso possibile la realizzazione. Cosa è stato, dunque, il Risorgimento, dal loro punto di vista?

Risorgimento per costoro significa l’agognata riconquista, dopo tanti secoli, dell’unità e dell’indipendenza nazionali, indispensabili per occupare un «posto al sole» all’interno del consesso «civile»; significa la vittoria della libertà sull’oscurantismo, l’arretratezza e la violenza dei governi pontificio e borbonico; significa farla finita con i privilegi e la monarchia assoluta realizzando una monarchia costituzionale dove la legge è uguale per tutti e dove Stato e Chiesa siano liberi ciascuno in casa propria, ma distinti e separati l’uno dall’altra.

Nella lettura del Risorgimento tramandataci dai suoi protagonisti ci sono però molti fatti che restano senza spiegazione. Uno per tutti: i Savoia e i liberali sostengono di avere la forza morale dalla loro perché costituzionali e liberali, eppure la formazione del primo governo costituzionale coincide con la sistematica violazione dei più importanti articoli dello Statuto. Non appena ripudiata la monarchia assoluta, per esempio, in violazione del primo articolo che stabilisce «La religione cattolica apostolica e romana è l’unica religione di stato», il governo sardo scatena in Piemonte la prima seria persecuzione anticattolica dall’epoca di Costantino, immediatamente estesa al resto d’Italia dopo l’unificazione. L’1,70% della popolazione di fede liberale (quella che ha diritto di voto) decide la soppressione, uno dopo l’altro, a cominciare dai gesuiti, di tutti gli ordini religiosi della religione di stato. Iniziate nel 1848 dal Regno di Sardegna, le soppressioni sono ultimate dal Regno d’Italia nel 1873, dopo l’annessione di Roma. Un numero davvero ingente di persone, 57.492 fra uomini e donne, tanti sono i membri degli ordini religiosi soppressi, vengono messi sul lastrico, cacciati dalle proprie case, privati del lavoro, dei libri, degli arredi sacri, degli archivi, della vita che hanno scelto.

Tutto in nome della libertà e della costituzione. In questo secolo la storiografia liberale sia laica che cattolica ha dato voce alle dichiarazioni di intenti della classe dirigente risorgimentale ma ha dimenticato i fatti ed ha messo la sordina alla stampa e alla storiografia cattoliche dell’Ottocento col risultato che, oggi, si conoscono solo le ragioni dei liberali, cioè dei vincitori.

Eppure in decine di encicliche ed allocuzioni Pio IX afferma che le cose non stanno come la propaganda liberale vuol far credere. Il papa descrive nel dettaglio quali persecuzioni, violenze e rapine facciano seguito alle sbandierate ragioni di costituzionalità e libertà, e denuncia la lotta senza quartiere che le società segrete, a cominciare dalla Massoneria, conducono in tutto il mondo contro la Chiesa cattolica. La Chiesa ha sempre combattuto contro tanti nemici, questa volta però l’insidia è più grande perché i nemici non combattono a viso aperto ma si dichiarano cattolici e sinceramente devoti al bene della Chiesa.

Pio IX e Leone XIII (e la Chiesa con loro) sono convinti che il tanto decantato Risorgimento sia solo un tentativo di «sterminare la religione di Gesù Cristo», voluto e promosso dalla Massoneria nell’intento di distruggere il potere spirituale usando come grimaldello la fine del potere temporale. Il risveglio del sentimento «nazionale» avrebbe di mira, secondo questo punto di vista, la distruzione dell’universalismo cattolico per soppiantarlo con un potere internazionale di tipo nuovo, al passo con i tempi, radicalmente anticattolico.

Se i papi, e le popolazioni meridionali con loro, hanno qualche ragione nel sostenere che Risorgimento significhi risorgimento del paganesimo e gigantesca rapina ed ingiustizia perché, con la scusa della «pura morale» e della «vera religione», i liberali diventano proprietari con due soldi di tutti i beni sottratti al 98% della popolazione (Chiesa e pubblico demanio), allora ad esser in gioco non è un aspetto marginale della nostra vicenda storica; è qualcosa che ha a che fare con l’essenza stessa del nostro essere italiani, con la nostra identità collettiva.

Se le cose stessero come tutta la letteratura sia cattolica che massonica del secolo scorso non si stanca di ripetere, se fosse vero che la Massoneria scatena in Italia una guerra senza quartiere contro la Chiesa cattolica utilizzando i Savoia e i liberali come testa di ponte, allora gli artefici del Risorgimento sarebbero non i primi italiani ma i primi antiitaliani. Allora la nostra storia unitaria, e non solo quella, andrebbe vista sotto un’altra ottica. E chissà che questa ottica non ci procuri elementi per capire qualcosa di più. Il 18 agosto 1849 Pio IX scrive alla granduchessa Maria di Toscana: sebbene «la tutela del dominio temporale della S. Sede sia in me un dovere di coscienza, pur nonostante è un pensiero assai secondario in confronto dell’altro che mi occupa, di procurare cioè che i popoli cattolici conoscano la verità».Quale è la verità? Questo libro si propone di cercarla.

(Dalla prefazione di L' Altro Risorgimento, Edizioni Ares, di Angela Pellicciari)