domenica 28 dicembre 2008

Natale in Terra Santa




Le vittime civili dell'attacco israeliano nella striscia di Gaza costituiscono un crimine di guerra secondo tutte le norme dei diritti umani e del diritto internazionale.

La mancanza di proporzionalita' tra la "colpa" dei militanti di Hamas e la "pena" inflitta dall'attacco dell'esercito israeliano, unitamente alla punizione collettiva e agli atti contro le popolazioni civili, costituiscono crimini di guerra secondo la Convenzione di Ginevra ed ogni norma di diritto naturale.

L'Universita' di Bologna non puo' tacere.


mercoledì 24 dicembre 2008

Et Verbum caro factum est




Auguri di un Buono e Santo Natale. Al di la' delle critiche un po' qualunquiste sulla banalizzazione delle festivita' natalizie, proprie della societa' consumista, credo che un augurio sincero di Buon Natale sia quanto di piu' vero possiamo farci reciprocamente.

Non penso che esista un significato vero del Natale o da dare al Natale. Il Natale non e' un mistero da svelare e comprendere, e' semplicemente la memoria di un fatto. Un fatto, non un credo, un pensiero, una religione, una gnosi.

Semplicemente un fatto: Gesu' Cristo, figlio di Dio, e' nato nel mondo.


sabato 20 dicembre 2008

Finalmente a casa




E bravo Pier Ugo Calzolari! Meduni e' sempre stato molto critico sull'operato dell'attuale rettore, ma la volonta' con cui l'anziano e malato Calzolari, ed il pro-rettore vicario Busetto, hanno voluto insistere e tener duro sull'eta' massima di pensionamento per i docenti universitari va elogiata.

Grazie al suo insistere, il rettore ha ottenuto dal senato accademico e dal consiglio di amministrazione l'approvazione del limite massimo di eta' lavorativa a 70 anni, invece di 72. In un periodo di tagli drastici al fondo di finanziamento ordinario per l'universita' (circa 40 milioni di euro per la nostra Alma Mater), questo recupero di 14-16 milioni era indispensabile. Si parla tanto di aumentare e favorire il turn-over all'universita', di favorire l'inserimento dei giovani, ma poi, quando si prende una sacrosanta decisione come questa, ecco sorgere la levata di scudi della casta degli ordinari.

Come sempre, il rinnovamento va bene quando riguarda gli altri, mai quando tocca il nostro piccolo interesse personale. Complimenti al prof. Martinelli che ha pubblicamente sostenuto la bonta' della decisione.

Molto meno significativa, piu' demagogica e fondamentalmente ingiusta e' stata, invece, la riduzione delle indennita' stipendiali per i presidi, i direttori di dipartimento ed i membri del senato accademico, sempre approvata dal CdA. Chi lavora attivamente per il funzionamento della cosa pubblica non dovrebbe farlo volontariamente, ma la cosa pubblica dovrebbe riconoscergli almeno un'indennita' per questo.

Ritornando alla decisione del limite massimo per il pensionamento dei docenti a 70 anni, appare patetico il tentativo di giustificarne la permanenza con il bene, l'utile, l'esperienza che tali docenti possono ancora fare e dare. Se a 70 anni non sei stato in grado di creare una scuola, di circondarti di allievi capaci e di affidare e demandare a loro la guida del tuo operato, allora sei un docente non cosi' utile e capace da dover rimanere a sottrarre uno stipendio ad un giovane. Se invece sei stato capace di fare cio', hai gia' dato e fatto abbastanza per l'universita' ed e' giusto che ti accomiati. Con un turn-over legato al 35-50% dei pensionamenti, e' inutile parlare di innovazione se non si accelerano i pensionamenti.

Interessante notare come abbiano reagito i candidati al futuro rettorato dell'universita' alla decisione del limite a 70 invece di 72 anni: Braga, Grandi, Sassatelli si sono dichiarati a favore, Segre' a mezza strada, Cantelli Forti e Dionigi contrari. Ne va, di conseguenza, che su un tema cosi' importante, si sono gia' delineati alcuni tratti dei candidati. Sicuramente legati al potere della casta e del potere organizzato sono apparsi Cantelli Forti e Dionigi, finora ne' carne ne' pesce Segre', non un fulmine di guerra Sassatelli, decisamente piu' rinnovatori Braga e Grandi. Quando a giugno dovremo concretamente votare per il nuovo rettore, varra' la pena di ricordarsi di questo passaggio.


domenica 14 dicembre 2008

Una facolta' da riscrivere




Le indagini del pm Cieri sulla vicenda "concorsopoli", che ha coinvolto il Settore Scientifico Disciplinare MED/09 (Medicina Interna), si sono concluse con la richiesta di rinvio a giudizio per molti dei professori universitari coinvolti. L'esito era scontato, dato il sistema di predeterminazione dei vincitori, proprio della casta degli ordinari universitari che controllano e pilotano tutti i concorsi dell'accademia. I vari Bartoli, Corinaldesi, Stanghellini e Vaira si sono trovati "scoperti" per via di una serie di intercettazioni telefoniche predisposte per altra indagine. Si sono cioe' trovati "pescati" in una rete tesa per altri motivi.

Analoga situazione sarebbe successa se nella rete fossero finite altre intercettazioni, riguardanti telefonate di professori universitari coinvolti in valutazioni comparative concorsuali riguardanti altri settori scientifici disciplinari. In un settore che conosco bene, quello MED/12 (Gastroenterologia), da anni tutti i concorsi nazionali locali sono stati pilotati e predeterminati. Quella sorta di associazione chiamata CONAGEOS, che raggruppa i professori ordinari di gastroenterologia italiani, ha sempre predefinito i candidati da eleggere nelle commissioni e predeterminato a tavolino, con logica di lottizzazione, sia il vincitore sia l'idoneo, per ogni concorso locale da svolgere. Il grande manovratore, l'analogo del Bartoli della medicina interna, e' stato ed e' ancora il prof. Francesco Pallone, dell'Universita' di Roma Tor Vergata. La sola differenza e' che non sono state intercettate le telefonate utili per poter incriminare anche codesti signori.

Il sistema di concorsopoli e' ancora talmente vivo e vitale, che se non fosse intervenuta la Gelmini a scombinare le carte della composizione delle commissioni concorsuali, tutti i concorsi in fieri avevano gia' la commissione predeterminata ed i vincitori prefissati.

Non credo si possa sostenere che poiche' il sistema e' cosi', anche se palesemente illegittimo ed illegale, lo si dovrebbe accettare. Questo sistema e' inaccettabile e, di conseguenza, dovrebbero essere inaccettabili i vincitori di concorsi recenti o passati in cui i reati di falso ideologico ed abuso di ufficio, perpetrati da uno o piu' commissari, sono palesi ed ovvi.

Invito, al riguardo, a rileggere il nostro post del 23 giugno 2007: Concorsopoli: una riflessione.

Anche questa vicenda supporta la necessita' di riscrivere la nostra facolta' di medicina e chirurgia. L'esodo dei ricercatori universitari e dei giovani professori associati verso una nuova realta' universitaria, lontana dal Policlinico e da Bologna, sulla base di progetti e programmi di ricerca e formazione precisi e definiti e' sempre di piu' l'unica via possibile.

Onestamente, chi di noi ha voglia di rimanere incancrenito nel Policlinico Sant'Orsola Malpighi e nei fattiscenti edifici preclinici per i prossimi vent'anni? Io no, e come me siamo in molti.

Armiamo la prora e salpiamo verso oriente!


giovedì 11 dicembre 2008

Quando la corporazione non basta




Le corporazioni delle arti e mestieri erano delle associazioni, create a partire dal XII secolo in molte città italiane ed europee, per regolamentare e tutelare le attività degli appartenenti ad una stessa categoria professionale. Esse si fondavano sul sodalizio dato dal giuramento che impegnava i loro membri all’assistenza reciproca e alla difesa degli interessi comuni. Indipendentemente dalle diversità e dal coinvolgimento politico più o meno profondo, il compito primario di ogni corporazione era la difesa del monopolio dell’esercizio del proprio mestiere e chi lo praticava pur non essendovi iscritto veniva considerato, dalla corporazione, un lavoratore che costituiva un potenziale pericolo verso gli iscritti.

In assenza di uno stato di diritto e democratico, rappresentato e rappresentativo delle diverse realta' sociali, le corporazioni permettevano ai loro membri di nominare dei propri rappresentanti in grado di sedersi ai tavoli del potere decisionale. Si trattava, in sintesi, di una forma di "democrazia partitica" ante-litteram.

Il sistema della democrazia partitica funziona quando sono garantiti alcuni elementi essenziali: la chiarezza e trasparenza dell'appartenenza e degli interessi e valori da tutelare, il sistema della rappresentanza supportata per cui pochi sono a prendere decisioni in nome e per conto di chi li ha nominati, ma, soprattutto, la condivisione di obiettivi ed ideali super-partes e la disponibilita' ad accettare compromessi per un bene superiore.

E' evidente che se un sistema prevede un esecutivo decisionale ristretto, che non debba costantemente rendere conto del proprio operato ad una base allargata, e nel quale la distribuzione ed assegnazione degli utili personali ed individuali per i molti deriva, a pioggia o a cascata, dal volere dei pochi al vertice, allora e' naturale e logico prevedere al suo interno delle corporazioni forti e compatte in grado di occupare le posizioni di potere e di vertice. Un sistema di questo tipo, cioe' di un potere organizzato in modo rigidamente piramidale, all'interno del quale si organizzano e strutturano tante altre piccole piramidi, e' in grado in qualunque momento di far riversare verso il vertice un consenso che parta dalla base. In ultima analisi, un sistema piramidale, rigidamente strutturato, puo' svolgere progetti e programmi di sviluppo e di espansione che, se anche frutto iniziale degli interessi e dei voleri di pochi, puo' riversare vantaggi per tutti, trattandosi per l'appunto, di progetti e programmi che comportano sviluppo ed espansione.

Se pero' il sistema si configura non piu' come una piramide, ma bensi' come un cilindro, senza tante piramidi minori organizzate al suo interno, o con solo una parte di se' organizzata internamente in piramidi, nel quale i vertici non sono piu' in grado di assicurare e distribuire gli utili personali ed individuali alle basi, allora il controllo dei vertici sulle basi diventa piu' problematico. La problematicita' si rivela soprattutto quando, formalmente, legittimamente e legalmente, il sistema deve richiedere alle basi di riversare il proprio consenso, ad esempio elettorale, verso l'alto. In un sistema cosi' configurato, l'operato delle corporazioni, soprattutto se non e' trasparente e permeabile, rendendosi conto di non potere raggiungere e condizionare i veri e grandi poteri decisionali ed esecutivi, comporta inesorabilmente l'interesse non per lo sviluppo e l'ampliamento delle risorse disponibili, ma, bensi', solamente l'accaparramento e la distribuzione delle risorse esistenti. In altri termini, un sistema cilindrico, che sia condizionato da corporazioni interne, non risulta in grado di svolgere progetti e programmi di sviluppo e di espansione, soprattutto a causa di veti incrociati e mancanza di visioni lungimiranti e super-partes.

Quando poi le risorse esistenti scarseggiano e diminuiscono, un sistema in grado solo di mantenere lo "status quo", in cui prevale la logica "mors tua, vita mea" e l'immobilismo, diventa insostenibile, poiche' fonte di miseria e depauperamento per tutti i singoli individui che lo compongono. Nella necessita' vitale di slanciarsi verso lo sviluppo e l'espansione, ogni corporazione, che in modo miope remi contro, rappresenta un problema da superare. Il superamento non prevede necessariamente la lotta alla corporazione. Elementi illuminati delle corporazioni possono comprendere la necessita', vitale ed utile per tutti e per ognuno, di superare il particolarismo e, trasversalmente, guidare la nave verso lo sviluppo e l'espansione. Diversamente, il sistema, per sopravvivere, tendera' inesorabilmente a rigettare le corporazioni.

La base, svincolata da obblighi e riconoscenze verso i vertici, puo' innescare un movimento di ristrutturazione che causi anche un vero terremoto. Quando non c'e' piu' niente da perdere o guadagnare, l'istinto di sopravvivenza puo' portare i singoli individui ad azioni anche violente e di rottura. Perche' il sistema non imploda e non collassi, vittima del suo immobilismo cieco, non esistono poi molte soluzioni. O si collabora insieme per obiettivi migliori di sviluppo ed espansione, o si collassa insieme e dalle macerie emerge un nuovo ordine e sistema, o il sistema si divide, con una parte che emigra verso nuovi obiettivi, programmi e prospettive. La prima soluzione sarebbe, a tutti gli effetti la migliore ed auspicabile, ma onestamente non credo che il sistema italiano della medicina universitaria, del nostro ateneo e della nostra facolta' sia veramente in grado di seguirla. Restano pertanto le due soluzioni piu' dolorose e traumatiche, ma inevitabili. La soluzione dell'esodo di una parte giovane e progressista verso terre, ad esempio romagnole, di sviluppo ed espansione sembra la piu' logica ed auspicabile. Se pero', il sistema fara' di tutto per boicottarla, allora l'implosione sara' violenta ed estremamente traumatica.

In fondo, la storia insegna che quando un sistema non sa evolvere, evolve per forza al suono delle trombe rivoluzionarie. Credo che nel clima elettorale per il nuovo rettore della nostra Alma Mater, e di fronte ai continui attacchi che danneggiano la nostra facolta' di medicina e chirurgia, sia opportuno fermarsi a riflettere ed agire di conseguenza.


giovedì 4 dicembre 2008

Senza via d'uscita ?




La medicina clinica universitaria e' senza via d'uscita. L' azienda integrata ospedaliero-universitaria, con i suoi dipartimenti ad attivita' integrata (DAI), rappresenta il punto di passaggio verso la regionalizzazione della formazione medica. Bastano, a mio avviso, poche considerazioni per rendersi conto del percorso "one way" obbligato.

La medicina, come professione clinica, richiede il diretto contatto informativo e formativo con il malato, e puo' quindi essere appresa solamente dove l'assistenza viene esercitata, ovvero nell'ospedale. Di fronte all'aumentare della vita media ed alle maggiori opportunita' che la moderna medicina offre per allungare la quantita', anche se non sempre la qualita', della vita, la domanda di sanita' da parte della popolazione e' destinata inevitabilmente ad aumentare. La risposta dell'offerta ospedaliera sara' sempre piu' rivolta alla patologia acuta e verra' erogata in modo sempre piu' rapido e sbrigativo (obiettivo ideale di performance di ogni unita' operativa e' infatti la minor durata della degenza, indipendentemente dall'esito).

Non avendo tempo per pensare, messo oltretutto spalle al muro dalla medicina difensiva, al medico verra' sempre piu' richiesto un comportamento totalmente allineato ed appiattito sulle linee guida e le procedure aziendali. Non sono ammessi, in una rapida e veloce catena di montaggio, personalismi ed individualismi. La lotta al personalismo ed all'individualismo comporta, di riflesso, il disincentivo ad ogni atteggiamento o comportamento che, seppur lungi da -ismi, affermi anche solo indirettamente personalita' ed individualita'.

La cosiddetta ricerca clinica sara' sempre piu' una ricerca orientata e finalizzata su obiettivi prestabiliti e preconfezionati, in cui i pazienti servono per la casistica ed i medici svolgeranno gli stessi compiti che gia' da anni all'estero svolgono gli infermieri coordinatori.

Tutto questo e' logico e forse giusto in un ospedale del territorio che deve essenzialmente soddisfare, in modo rapido e sbrigativo, la domanda crescente di sanita' che proviene dal territorio stesso. Ma tutto questo come si concilia con la creativita', la personalita', l'individualita' e la dignita' del ricercatore universitario che vuole sperimentare e ricercare cose e vie nuove? Semplicemente non si concilia. Si tratta di due sistemi diversi.

La ricerca del sapere e' per sua natura libera e tende a nuove conoscenze mediante ipotesi poste al vaglio della prova, dell'esperimento. La ricerca libera puo' produrre o non produrre risultati, anche dopo molti e lunghi sforzi. La ricerca dell'ospedale e nell'ospedale non puo' permettersi di investire tempo, uomini, mezzi, denaro e risorse in ricerca che non sia "committed" e finalizzata. Pertanto questa ricerca non puo' avvenire nell'ospedale. La ricerca di base non-traslazionale e la ricerca clinica non-finalizzata non possono trovare posto dentro l'ospedale di comunita'.

Senza ricerca libera, senza laboratori, il ricercatore non puo' formarsi mentalmente ed umanamente a quell'amore per il sapere che e' la base fondamentale di una didattica formativa che trasudi di esperienza vissuta. Pertanto, il ricercatore universitario di medicina, convenzionato con il servizio sanitario ed equiparato, per mansioni, al dirigente medico ospedaliero non puo' trovare nell'ospedale di comunita' il posto adeguato e funzionale per svolgere il proprio lavoro.

Passati i 45 anni di eta', passa anche fisiologicamente l'amore per la ricerca e per la scoperta. Le esigenze di vita mutano e mutano anche gli interessi e le esigenze economiche individuali e familiari. Allora il ricercatore universitario che e' riuscito in qualche modo a diventare professore associato e poi, eventualmente, ordinario, si rivolge a quella struttura ospedaliera che ha in precedenza detestato come l'unica possibilita' concreta che gli puo' offrire visibilita' e ritorno professionale. L'incardinamento nella struttura ospedaliera, come direttore di Struttura Semplice Dipartimentale o, meglio, di Unita' Operativa diventa il modo per avere visibilita' e pubblicita' nei confronti della popolazione dei pazienti che a lui, divenuto primario, si rivolgono in attivita' libero-professionale.

Poiche' poi la sanita' pubblica e' gravata da lunghe liste di attesa, la visita medica specialistica privata dal primario, in un ambito di completo conflitto di interesse del singolo medico e della struttura in toto, schiude al paziente la facilita', talvolta illegale ed illegittima, di un percorso agevolato nei meandri della sanita'. Il professore universitario incardinato nell'ospedale riesce cosi' a percepire sia lo stipendio a tempo pieno sia i proventi della professione sia puo' utilizzare le risorse pubbliche assistenziali per agevolare, in modo talvolta poco trasparente, i propri pazienti privati. A quel punto e' talmente commisto con il mondo dell'ospedale che dei discorsi di ricerca libera e di didattica formativa che trasuda di esperienza di ricerca vissuta non gliene puo' poi interessare piu' di tanto. Anzi le rivendicazioni dei ricercatori universitari, che si oppongono alla straripante assistenza non funzionale alla ricerca ed alla didattica, sono sostanzialmente contrari ai suoi interessi.

Nel complesso, quindi, gli interessi dell'ospedale non sono conciliabili con gli interessi della ricerca libera universitaria, e gli interessi dei professori associati o ordinari, con incarichi di direzione di struttura semplice o unita' operativa, collimano invece con gli interessi dell'ospedale, strumento indispensabile per il loro profitto.

In tutta questa dinamica, i ricercatori universitari che vogliono fare ricerca di base o clinica libera ed indipendente e che amino una didattica formativa vissuta e di alto livello, si trovano schiacciati tra l'incudine ed il martello dell'ospedale e dei loro direttori.

Non esistono soluzioni semplici, anzi in questo sistema non esistono soluzioni. Solo una medicina universitaria che si riappropri della ricerca e della didattica, sulla base di una convenzione universita'-ospedale che preveda programmi e progetti di ricerca e di assistenza, funzionale alla ricerca e trasversali, puo' aprire una nuova via ad una strada senza uscita.

Svincolati dalla struttura fagocitante, rinunciatari delle lusinghe di advertisement che una struttura che porti il loro nome di direttore puo' dare, i nuovi medici universitari, liberi di esercitare la loro professione medica fuori dalla struttura, ma impegnati nella struttura sulla base di progetti e programmi definiti da precise convenzioni, potranno ritrovare il modo di fare ricerca e didattica che solamente puo' rilanciare la medicina universitaria del nostro paese.

Invece di ipotizzare autogoverno o prorettori, i candidati al futuro rettorato potrebbero proporre un Programma Pilota della Facolta' di Medicina in cui ricercatori e docenti motivati trovino un rapporto di "consultant" con un teaching hospital, ad esempio della Romagna, sulla base di una precisa convenzione, dove insegnare, ricercare ed assistere (quindi con facilities mediche e chirurgiche flessibili a disposizione) in modo nuovo ed innovativo.

Diventare rettore oggi non e' facile. I ricercatori universitari aspettano proposte concrete e innovative, non i soliti programmi e progetti che, gira gira, sono finalizzati a mantenere uno status quo che e' funzionale solo agli ordinari e direttori. Ed aspettano proposte tese a riportare la facolta' di medicina in seno all'Universita', in profonda comunione tra medicina clinica e medicina pre-clinica.

Cari candidati rettori, se volete il voto dei ricercatori universitari, fatevi avanti.


venerdì 28 novembre 2008

La lezione dei preclinici




Le elezioni per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione e del Senato Accademico della nostra Universita' si sono concluse, per quanto riguarda la Facolta' di Medicina e Chirurgia, con l'elezione del professore ordinario Bruno Barbiroli nel CdA e con l'elezione del professore associato Paola Strocchi, quale rappresentante di area nel SA. Senza "contest" l'elezione del prof. Carlo Prati, unico direttore di dipartimento candidato.

Nessun professore associato e nessun ricercatore di Medicina e' riuscito ad essere eletto nel CdA.

Provo ad analizzare l'esito del voto, proponendo alcuni spunti interpretativi e di riflessione. Il prof. Barbiroli e la professoressa Strocchi appartengono a settori scientifico-disciplinari non clinici, ma bensi' preclinici (BIO/12 e BIO/14). I candidati in lizza di settori scientifico-disciplinari clinici (MED/09 e MED/12) non sono stati eletti ed anzi si sono dovuti confrontare, cosa unica in tutti i raggruppamenti, con un altro candidato della stessa facolta', con l'ovvia conseguenza di dividere i voti e non riuscire ad essere eletti ne' gli uni ne' gli altri.

Non credo comunque che i nostri colleghi dei settori preclinici non abbiano compreso il rischio reale, concreto ed inevitabile che la divisione dei voti avrebbe portato alla non elezione certa di un membro della nostra facolta'. La contrapposizione di Renata Bartesaghi ad Antonio Gaddi e di Olivia Manfrini a Stefano Brillanti hanno rappresentato, di fatto, una spaccatura intrafacolta' fra preclinici e clinici. Al riguardo, non deve confondere il settore scientifico-disciplinare della Manfrini, in quanto il suo precipuo bacino elettorale e' stato quello preclinico, grazie all' opera capillare svolta a suo favore da Raffaele Bugiardini e Paola Strocchi.

Il messaggio che a mio avviso ne deriva e' che, contrariamente a quanto cerchi di fare e dire il nostro preside, la distanza tra settori BIO e MED e' enorme. In particolare, i settori BIO si sono stancati dello strapotere in facolta' della componente clinica e, pur di non votarla, sono disposti a perdere. Forse, sarebbe piu' corretto dire, che non avvertono neanche come una sconfitta minimamente loro quella dei clinici. Ed a mio avviso hanno ragione!

Se la facolta' di medicina e chirurgia ed i dipartimenti di area medica sono una componente universitaria, la programmazione e chiamata dei ruoli deve essere motivata da esigenze di didattica e di ricerca. Non ha senso spendere punti di budget per esigenze puramente assistenziali, per lotte di potere tra ospedale e clinici per le apicalita' delle Unita' Operative del Policlinico. Utilizzare punti di budget per consolidare e mantenere posizioni apicali assistenziali non c'entra con la politica universitaria (radiologia, chirurgia generale, cardiochirurgia, ginecologia, ecc., tanto per citare esempi recenti). Occupare un'intera seduta di facolta' per discutere del trattamento economico aggiuntivo stipendiale per l'attivita' di assistenza clinica, non e' fare politica universitaria di facolta'. Cosi' facendo, i settori preclinici si sentiranno sempre piu' penalizzati e discriminati ed, inevitabilmente, svilupperanno disinteresse o addirittura rancore verso i "colleghi" dei settori clinici.

Il problema dell' assistenza clinica andrebbe sganciato dalla necessita' dei docenti universitari di ricoprire posizioni apicali primariali. I primari dovrebbero essere tutti ospedalieri, anche e soprattutto nel Policlinico Sant'Orsola Malpighi, e l'attivita' di assistenza clinica, funzionale all'attivita' di ricerca e di didattica, dovrebbe essere garantita da una convenzione attuativa che garantisca, appunto, agli universitari di svolgere assistenza nell'ambito di progetti e programmi che esulino dall'incardinamento a vita nella struttura ospedaliera. L'assistenza clinica, funzionale all'attivita' di didattica e di ricerca, dovrebbe rappresentare il "software" accademico che gira nell' "hardware" del teaching hospital, gestito dal Servizio Sanitario Regionale, sulla base di una precisa convenzione. Divenuto "consulting physician" il clinico universitario potrebbe dedicarsi con entusiamo, risorse e soddisfazione alla didattica ed alla ricerca, riscoprendo quel suo "essere universitario" che lo rende cosi' simile e vicino al collega preclinico.

E' mia personale convinzione che, senza questo salto strategico, i medici universitari saranno inesorabilmente assorbiti dal servizio sanitario, ed i colleghi preclinici finiranno accorpati all'area delle scienze biologiche. Non e' questa una prospettiva di lungo termine: massimo 4 o 5 anni e cio' avverra'. Medicina non e' qualcosa di "diverso", non ha bisogno di un autogoverno, ha solo bisogno di tornare ad essere "Universita'". Purtroppo l'operato del preside, in questo anno, non e' andato in questo senso e non appaiono candidati rettori che abbiano capito, a mio avviso, la serieta' del problema.

Se non e' stato tardi per il "figliol prodigo", puo' non essere tardi nemmeno per medicina. Torniamo in seno all'Alma Mater insieme ai nostri colleghi preclinici!


lunedì 17 novembre 2008

Elezioni C.d.A. e S.A.: per incidere negli organi e sugli uffici




Ai Ricercatori ed Assistenti Universitari:

con l'approssimarsi delle elezioni per il CdA, del 26 e 27 novembre prossimi, presso i seggi di via Belmeloro 14 e viale Filopanti 3, a Bologna, e nelle sedi di Cesena e Ravenna (con schiaffo rettorale ai poli di Forli' e Rimini), la fisicita' dei seggi garantira' sicuramente liberta' e segretezza al voto, che diversamente non sarebbe stata possibile. Tuttavia, aver raggruppato tutti i seggi bolognesi in un'area ristretta (Belmeloro-Filopanti) ed avere escluso due poli pone il rischio concreto di una ridotta partecipazione al voto.

In particolare, i ricercatori che non hanno un candidato della propria aggregazione scientifico-disciplinare o di un'area affine, possono comprensibilmente, non avere lo stimolo e l'incentivo per andare a votare. E' vero che l'elezione dei rappresentanti in CdA e' un'elezione trasversale, interfacolta' e per fascia, ma sta di fatto che se io fossi un ricercatore universitario di Ingegneria o di Economia, senza un candidato per il CdA che conosco direttamente o indirettamente, dovrei trovare la motivazione giusta per andare a votare.

Tanto, cosa vado a votare a fare? Non cambia nulla! Meglio pensare al mio lavoro, ai miei impegni ed a fare la mia carriera!

E' difficile argomentare contro queste tesi, senza pretendere una buona dose di fiducia nell'interlocutore. E la fiducia occorre meritarsela.

Inoltre, esiste la memoria storica del passato. Che cosa hanno fatto in concreto, dati e verbali alla mano, i rappresentanti dei ricercatori nel CdA uscente, da giustificare tanta fiducia nei prossimi eletti? Questa domanda puo' apparire polemica e provocatoria, ma onestamente faccio fatica a ricordare momenti, situazioni, prese di posizione, battaglie in nome e per conto dell' "Universita'", in nome e per conto dei "ricercatori" da parte dei rappresentanti uscenti.

La legge 133 ha riaperto, volenti o nolenti, una nuova stagione di profonda riflessione sul fare Universita' in Italia. Nel bene o nel male ci troviamo ad un punto di svolta da sapere e dovere cogliere al volo. Grandi difficolta' portano spesso con se' anche grandi opportunita'. Se poi associamo a questo il fatto che il nostro Ateneo sta varando un nuovo Statuto, sul quale il CdA dovra' pronunciarsi fattivamente, ed il fatto che il prossimo anno verra' eletto il nuovo rettore, allora il significato strategico di queste elezioni diventa fondamentale.

Non possiamo sbagliare! Se sbagliamo, per diversi anni ancora lo sviluppo irrinunciabile di Ingegneria nell'area dell' ex-Lazaretto rischia di restare sulla carta, una politica di vero supporto e sviluppo per i settori sottodimensionati del nostro Ateneo restera' inattuata, non si destineranno contributi per l'avvio alla ricerca e nella ricerca dei giovani assunti e non vi sara' una riassegnazione integrale del punto di budget ai settori carenti sul piano della ricerca e della didattica, opzione indispensabile per poter garantire una meritocratica progressione di carriera per tutti quelli che realmente lavorano e producono.

Attenzione pero'. Diversi di questi obiettivi, a mio avviso irrinunciabili, troveranno ostacoli ed opposizioni da parte di aggregazioni che si riterranno "stupidamente" in concorrenza fra loro, da parte della casta degli Ordinari piu' ottusi e retrivi, da parte di gruppi di potere e di interesse. Allora, si rischiera' di procedere con distribuzioni "a pioggia" ed inutili, o con tentativi di accaparrarsi cio' che si puo' per il proprio orticello.

Questa logica e' finita. E' finita come tutte le logiche che non possono reggere agli sconvolgimenti epocali, quale quello attuale. Il rischio, pero' e' che i nuovi equilibri e le nuove regole che si imporranno siano "di nuovo" non condivisibili dai piu' e, soprattutto, da chi come i ricercatori nell'universita' fa il lavoro "duro" e "sporco", tirando avanti la pesante carretta del peso didattico e della ricerca, con risorse "falsamente" limitate perche' distribuite secondo logiche perverse.

Bisogna allora credere che si deve cambiare! Cambiare vuol dire eleggere persone nuove. Vuol dire scegliere ed eleggere persone indipendenti, non espressione di quel gruppo o di quella lobby. Vuol dire scommettere sul nuovo, in modo pero' oculato.

Non necessariamente il nuovo e' meglio solo perche' e' nuovo. Inoltre il nuovo e' tanto meglio quanto piu' rappresenta esperienze e background diversi. Non credo che sia utile e vantaggioso avere in CdA, per ogni fascia, piu' di un rappresentante proveniente dalla stessa aggregazione scientifico-disciplinare. Credo proprio che la nostra Alma Mater possa esprimere tre ricercatori in CdA che provengano da aggregazioni ed aree diverse. La complementarieta' e la somma di esperienze e metodologie diverse crea necessariamente un risultato migliore.

Non possiamo poi permetterci salti nel buio. Non posso eleggere in CdA uno od una illustre sconosciuto/a che non ha alle spalle la benche' minima esperienza in merito all'attivita' complessa e difficile di un consesso consigliare d'ateneo. Credo che occorra meritocrazia anche nelle elezioni e votazioni. Chi si candida deve avere un "curriculum" non solo scientifico ma anche sociale e partecipativo che testimoni quanto ha fatto in passato attivamente come rappresentante delle esigenze dei ricercatori nel Consiglio del proprio Dipartimento e nel Consiglio della propria Facolta'. Non si puo' pretendere di ottenere il mandato per iniziare a farsi la propria esperienza in seno al CdA. Ogni candidato dovrebbe essere valutato sul proprio passato ed operato in ambito dipartimentale e/o di facolta' e/o d'ateneo. Non abbiamo bisogno di affabulatori od affabulatrici "naive". Ancora piu' preoccupante e' la cosa se ho il sospetto che dietro quel candidato/a naive si nasconda questo o quel gruppo di interesse o di potere.

Mi permetto quindi di sottoporre queste mie riflessioni alla comune analisi dei ricercatori universitari della nostra universita'. E' ora di superare le barriere di area per un progetto comune di Universita'. E' fondamentale, quindi, a mio avviso, che il 26 ed il 27 novembre vada a votare ai seggi il maggior numero possibile di ricercatori. Siamo oltre 1200, se votassero almeno 2/3 dei ricercatori, vorrebbe dire un'affluenza di oltre 800 votanti. E' fondamentale inoltre non disperdere voti per inutili favori personali. I gruppi organizzati esistono ed e' bene che ci siano, ma anche il voto indipendente deve essere responsabile, focalizzato e non disperso.

Se dobbiamo continuare a vivere nell'Alma Mater per altri 20 o 30 anni, allora votiamo in modo "realmente" utile ed utilitaristico: per il mio, il nostro bene futuro, e non per il piccolo interesse o favore contingente. E, soprattutto, non concediamo cambiali in bianco ad illustri sconosciuti e "naive" dell'ultima ora, e non riconfermiamo la nostra fiducia a candidati senza avere fatto una attenta "peer review" del loro operato nel mandato uscente.

Insieme si puo'! Perdonatemi se vi sembro idealista, ma credo di essere piu' concreto di quanto appaia. A me interessa poter vivere, lavorare, ricercare, insegnare quotidianamente "meglio" nella nostra Universita'.

Un cordiale saluto a tutti ed, ovviamente, se ci credi, votami!


Stefano Brillanti

p.s.: puoi trovare le modalita' di voto al sito ufficiale http://www.unibo.it/uniboelezioni


martedì 11 novembre 2008

60 - 30 - 10 !




DECRETO-LEGGE 10 novembre 2008 , n. 180
(G.U. n. 263)

Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualita' del sistema universitario e della ricerca.


Articolo 1

Disposizioni per il reclutamento nelle università e per gli enti di ricerca

1. Le università statali che, alla data del 31 dicembre di ciascuno anno, hanno superato il limite di cui all’articolo 51, comma 4, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, fermo restando quanto previsto dall’articolo 12, comma 1, del decreto-legge 21 dicembre 2007, n. 248, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 2008, n. 31, non possono procedere all’indizione di procedure concorsuali e di valutazione comparativa, né all’assunzione di personale.

2. Le università di cui al comma 1 sono escluse dalla ripartizione dei fondi relativi agli anni 2008 – 2009, di cui all’articolo 1, comma 650, della legge 27 dicembre 2006, n. 296.

3. Il primo periodo del comma 13 dell’articolo 66 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, è sostituito dai seguenti: “Per il triennio 2009-2011, le università statali, fermi restando i limiti di cui all’articolo 1, comma 105, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, possono procedere, per ciascun anno, ad assunzioni di personale nel limite di un contingente corrispondente ad una spesa pari al cinquanta per cento di quella relativa al personale a tempo indeterminato complessivamente cessato dal servizio nell’anno precedente. Ciascuna università destina tale somma per una quota non inferiore al 60 per cento all’assunzione di ricercatori a tempo determinato e indeterminato e per una quota non superiore al 10 per cento all’assunzione di professori ordinari. Sono fatte salve le assunzioni dei ricercatori per i concorsi di cui all’articolo 1, comma 648, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, nei limiti delle risorse residue previste dal predetto articolo 1, comma 650.”. Conseguentemente, l’autorizzazione legislativa di cui all’articolo 5, comma 1, lettera a), della legge 24 dicembre 1993, n. 537, concernente il fondo per il finanziamento ordinario delle università, è integrata di euro 24 milioni per l’anno 2009, di euro 71 milioni per l’anno 2010, di euro 118 milioni per l’anno 2011 ed euro 141 milioni a decorrere dall’anno 2012.

4. Per le procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei professori universitari di I e II fascia della prima e della seconda sessione 2008, le commissioni giudicatrici sono composte da un professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando e da quattro professori ordinari sorteggiati in una lista di commissari eletti tra i professori ordinari appartenenti al settore scientifico-disciplinare oggetto del bando, in numero triplo rispetto al numero dei commissari complessivamente necessari nella sessione. L’elettorato attivo è costituito dai professori ordinari e straordinari appartenenti al settore oggetto del bando. Sono esclusi dal sorteggio relativo a ciascuna commissione i professori che appartengono all’università che ha richiesto il bando. Ove il settore sia costituito da un numero di professori ordinari pari o inferiore al necessario, la lista è costituita da tutti gli appartenenti al settore ed è eventualmente integrata mediante elezione, fino a concorrenza del numero necessario, da appartenenti a settori affini. Il sorteggio è effettuato in modo da assicurare, ove possibile, che almeno due dei commissari sorteggiati appartengano al settore disciplinare oggetto del bando. Ciascun commissario può, ove possibile, partecipare, per ogni fascia e settore, ad una sola commissione per ciascuna sessione.

5. In attesa del riordino delle procedure di reclutamento dei ricercatori universitari e comunque fino al 31 dicembre 2009, le commissioni per la valutazione comparativa dei candidati di cui all’articolo 2 della legge 3 luglio 1998, n. 210, e all’articolo 1, comma 14, della legge 4 novembre 2005, n. 230, sono composte da un professore ordinario o da un professore associato nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando e da due professori ordinari sorteggiati in una lista di commissari eletti tra i professori ordinari appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando, in numero triplo rispetto al numero dei commissari complessivamente necessari nella sessione. L’elettorato attivo è costituito dai professori ordinari e straordinari appartenenti al settore oggetto del bando. Sono esclusi dal sorteggio relativo a ciascuna commissione i professori che appartengono all’università che ha richiesto il bando. Il sorteggio è effettuato in modo da assicurare ove possibile che almeno uno dei commissari sorteggiati appartenga al settore disciplinare oggetto del bando. Si applicano in quanto compatibili le disposizioni di cui al comma 4.

6. In relazione a quanto disposto dai commi 4 e 5, le modalità di svolgimento delle elezioni, ivi comprese ove necessario le suppletive, e del sorteggio sono stabilite con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca avente natura non regolamentare da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto. Si applicano in quanto compatibili con il presente decreto le disposizioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 marzo 2000, n. 117.

7. Nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori bandite successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, la valutazione comparativa è effettuata sulla base dei titoli e delle pubblicazioni dei candidati, ivi compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri, riconosciuti anche in ambito internazionale, individuati con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, avente natura non regolamentare, da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentito il Consiglio universitario nazionale.

8. Le disposizioni di cui al comma 5 si applicano, altresì, alle procedure di valutazione comparativa indette prima della data di entrata in vigore del presente decreto, per le quali non si sono ancora svolte, alla medesima data, le votazioni per la costituzione delle commissioni. Fermo restando quanto disposto al primo periodo, le eventuali disposizioni dei bandi già emanati, incompatibili con il presente decreto, si intendono prive di effetto. Sono, altresì, privi di effetto le procedure già avviate per la costituzione delle commissioni di cui ai commi 4 e 5 e gli atti adottati non conformi alle disposizioni del presente decreto.

9. All’articolo 74, comma 1, lettera c), del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, dopo le parole: «personale non dirigenziale» sono inserite le seguenti: «, ad esclusione di quelle degli enti di ricerca,».

Articolo 2

Misure per la qualità del sistema universitario

1. A decorrere dall’anno 2009, al fine di promuovere e sostenere l’incremento qualitativo delle attività delle università statali e di migliorare l’efficacia e l’efficienza nell’utilizzo delle risorse, una quota non inferiore al 7 per cento del fondo di finanziamento ordinario di cui all’articolo 5 della legge 24 dicembre 1993, n. 537, e successive modificazioni, e del fondo straordinario di cui all’articolo 2, comma 428, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, con progressivi incrementi negli anni successivi, è ripartita prendendo in considerazione:

a) la qualità dell’offerta formativa e i risultati dei processi formativi;

b) la qualità della ricerca scientifica;

c) la qualità, l’efficacia e l’efficienza delle sedi didattiche.

2. Le modalità di ripartizione delle risorse di cui al comma 1 sono definite con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, avente natura non regolamentare, da adottarsi, in prima attuazione, entro il 31 dicembre 2008, sentiti il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca e il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario.

Articolo 3

Disposizioni per il diritto allo studio universitario dei capaci e dei meritevoli

1. Al fine di favorire la mobilità degli studenti garantendo l’esercizio del diritto allo studio, il fondo per il finanziamento dei progetti volti alla realizzazione degli alloggi e residenze di cui alla legge 14 novembre 2000, n. 338, è integrato di 65 milioni di euro per l’anno 2009.

2. Al fine di garantire la concessione agli studenti capaci e meritevoli delle borse di studio, il fondo di intervento integrativo di cui all’articolo 16 della legge 2 dicembre 1991, n. 390, è incrementato per l’anno 2009 di un importo di 135 milioni di euro.

3. Agli interventi di cui ai commi 1 e 2 si fa fronte con le risorse del fondo per le aree sottoutilizzate di cui all’articolo 61 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, relative alla programmazione per il periodo 2007-2013, che, a tale scopo, sono prioritariamente assegnate dal CIPE al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca nell’ambito del programma di competenza dello stesso Ministero.

Articolo 4

Norma di copertura finanziaria

1. Agli oneri derivanti dall’articolo 1, comma 3, pari a 24 milioni di euro per l’anno 2009, a 71 milioni di euro per l’anno 2010, e a 141 milioni di euro a decorrere dall’anno 2011, si provvede mediante corrispondente riduzione lineare delle dotazioni finanziarie delle missioni di spesa di ciascun Ministero per gli importi indicati nell’elenco 1 allegato al presente decreto. Dalle predette riduzioni sono escluse le spese indicate nell’articolo 60, comma 2, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nonché quelle connesse all’istruzione ed all’università.

giovedì 6 novembre 2008

Quota settanta %




Riportiamo il testo della lettera inviata ieri ai ricercatori universitari della Facolta' di Medicina e Chirurgia:

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Oltre 140 ricercatori universitari (su un totale di 211) hanno votato ieri per l'elezione dei rappresentanti nel Consiglio di Facolta'.
E pensare che quando il Preside, il 2 ottobre scorso, aveva indetto le elezioni, qualcuno aveva espresso la preoccupazione che non si raggiungesse il quorum di un terzo dei votanti!
Si tratta della percentuale di votanti piu' alta in assoluto, tra le recenti tornate elettorali, segno inequivocabile che i ricercatori universitari della Facolta' di Medicina e Chirurgia ci sono e sono ben vivi e vitali.

Un ottimo segnale ed un messaggio chiaro, rivolto anche alla "cricca" degli ordinari, che i ricercatori non sono piu' le semplici pedine passive su di una scacchiera disegnata da altri. Settantuno ricercatori, con diritto di voto in Consiglio, rappresentano una forza d'urto tale da potere significativamente indirizzare la comune barca della nostra facolta'. Ma per potere influenzare occorre essere presenti. Il nostro Preside ci ha segnalato che circa un terzo dei ricercatori precedentemente eletti non avrebbe quasi mai partecipato alle sedute del Consiglio di Facolta'. E' inutile dire che, a parte le motivazioni personali, molti di questi "assenteisti" in realta' non hanno partecipato perche' contemporaneamente impegnati in attivita' di didattica o di assistenza.

La partecipazione attiva alle sedute del Consiglio di Facolta' e' un diritto ineludibile di ogni rappresentante eletto. In seno alle unita' operative assistenziali, i direttori e primari devono garantire che i ricercatori eletti possano partecipare alle sedute del Consiglio di Facolta' e non siano impegnati in turni o attivita' di lavoro assistenziale. Ogni impedimento deve essere superato e risolto. Le situazioni aberranti devono essere raccolte e documentate, ed i direttori o primari che non garantiscono la copertura assistenziale alternativa devono essere segnalati formalmente ai Dipartimenti ed alla Facolta'.

E' questo il primo ed importante passo verso una chiara e definita differenziazione dei turni di lavoro assistenziale dei medici universitari rispetto ai medici ospedalieri, in seno alle diverse unita' operative. Visto che l'azienda "integrata" non garantisce che l'assistenza sia funzionale alla didattica ed alla ricerca, allora, in base all'art. 10 della convenzione attuativa vigente, nessun direttore o primario puo' imporre ad alcun medico universitario un debito orario assistenziale che superi le 19 ore settimanali, guardie e reperibilita' incluse! E' questo un sacrosanto diritto che deve essere garantito. Nessuno di noi, credo abbia scelto di fare il ricercatore universitario per poi ritrovarsi coinvolto in un meccanismo, funzionale solo ai direttori e primari "collaborazionisti", che non garantisce energie, tempi e spazi per la ricerca!

Similmente, per i ricercatori dei settori cosiddetti pre-clinici, non e' ammissibile che non si possa partecipare alle sedute del Consiglio di Facolta' per concomitanti impegni di didattica. Se la didattica travalica, occorre riportarla nei limiti compatibili con i sacrosanti tempi, modi e spazi indispensabili per la ricerca e per la partecipazione alle attivita' istituzionali!

Venuta ora meno la condizione per cui: "che ci vado a fare in consiglio di facolta', tanto e' gia' tutto deciso da altri", allora, a maggior ragione, in consiglio di facolta' bisogna andarci e partecipare attivamente. E' finita l'epoca delle lamentele nei corridoi! Si e' aperta l'epoca del confronto diretto e dialettico con la controparte in seno agli organi e sulla base di rapporti di forza.

E l'ingresso di ricercatori attivi e motivati e' fondamentale non solo in consiglio di facolta', ma anche negli organi istituzionali d'ateneo, Consiglio di Amministrazione e Senato Accademico. Qui, pero', i problemi elettorali sono molto piu' complessi. Non si tratta, ad esempio per il Consiglio di Amministrazione, di eleggere 71 rappresentanti su 211 (33%), come per il consiglio di facolta', ma bensi' di eleggere 3 rappresentanti su 1200 ricercatori (0.25%). Se ammettiamo una partecipazione al voto di due terzi, cioe' 800 ricercatori, allora e' evidente che un candidato, per poter essere eletto in Consiglio di Amministrazione, ha bisogno di almeno 200 voti. E sono tanti, indubbiamente troppi per poter ipotizzare che due candidati, provenienti dalla stessa area, possano venire eletti, anche se il CdA e' per definizione un organo di rappresentanza trasversale. Chiunque sostenga ipotesi diverse non e' realista, o peggio ha altri fini. Fini che potrebbero anche causare l'esclusione autolesionistica di qualunque rappresentante dell'area medica dal CdA.

Ma le sfide che ci si prospettano (ridefinizione dei carichi didattici, rapporti "integrati" con l'azienda ospedaliera e con l'auslona, eventuale edificazione della "torre biologica", l'eventuale scempio dello scorporo dei settori BIO da medicina, l'assegnazione dei punti di budget per il reclutamento, le spese per l'edilizia e le grandi attrezzature, ecc.) sono sfide vitali e fondamentali che non possono essere affrontate in Consiglio di Amministrazione d' ateneo senza la presenza di un rappresentante dei ricercatori dell'area medica. Se non sei dentro agli organismi non puoi ne' conoscere, ne' informare, ne' opporti. E chi entra in CdA deve avere il peso specifico ed il ruolo politico-contrattuale per poter incidere. Peso e ruolo che fanno presto ad essere offuscati se chi si presenta viene etichettato come espressione di questo o quel potere o di questa o quella lobby. Bisogna entrare in modo trasversale ed indipendente per un bene ed un utile trasversale ed indipendente!

Ecco allora che la non dispersione del voto per l'elezione dei ricercatori nel CdA diventa non solo logico e doveroso, ma anche utile ed utilitaristico per il bene stesso della nostra Facolta' di Medicina e Chirurgia e di tutti quei ricercatori che credono che la nostra Facolta' non sia un problema da risolvere per il nostro Ateneo, ma una ricchezza ed una risorsa da recuperare e valorizzare, con modi e metodi diversi da quelli fino ad ora utilizzati.

Un cordiale saluto,


Stefano Brillanti

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giovedì 30 ottobre 2008

L'azienda dei salumi




Questa mattina, alle ore 12, nell'aula magna delle Nuove Patologie, il dr. Augusto Cavina, Direttore Generale della nostra Azienda Ospedaliero-Universitaria "integrata", ha presentato, senza possibilita' di replica o di discussione, le linee guida del budget aziendale 2009.

Da un punto di vista tecnico e metodologico, la presentazione puo' essere apparsa ineccepibile. Da un punto di vista sostanziale e dei contenuti, la presentazione e' stata, come prevedibile, stucchevole ed inaccettabile.

Non credo che si possa accettare una presentazione di budget aziendale che tratti metodologicamente il proprio "prodotto" (la salute dei pazienti) come se si trattasse di produrre dei salami. L'amministratore delegato dell'Alcisa avrebbe potuto fare un'analoga presentazione di budget, riferendosi ai propri prosciutti, salami e mortadelle. Non credo che si possa trattare delle prestazioni sanitarie ed assistenziali ponendo come bonta' del risultato il numero delle prestazioni erogate. Senza una valutazione analitica della qualita' del risultato (morbidita' e mortalita', in primis) nessun numero puo' essere giudicato buono o cattivo.

Ma, in particolare, la presentazione di Augusto, ha brillato per alcune perle veramente "meritevoli":

- Siamo bravi, rispetto al passato, ha detto Augusto, perche' abbiamo aumentato il numero delle dimissioni, nonostante la riduzione dei posti letto. Fermo restando che i dati presentati (2007 vs. 1986) non sono comparabili a causa dei diversi volumi di degenze in day-hospital, sarei curioso di sapere quanti "pazienti diversi" sono stati realmente ricoverati e dimessi dal nostro policlinico. In teoria, io potrei anche avere ricoverato e dimesso, nel 2007, lo stesso paziente ben dieci volte, mentre nel 1986, ad esempio, il padre di quel paziente era stato ricoverato e dimesso una sola volta, seppure con un tempo di degenza piu' lungo. Se non si corregge il numero delle dimissioni per il numero dei ri-ricoveri, che senso ha vantarsi di questo numero? Mah!

- Altra perla della presentazione e' stata l'insistenza sull'integrazione, crescente ed ottimizzantesi, tra ospedale ed universita'. Piccolo particolare non chiarito: in un sistema integrato, in cui le singole parti svolgono funzioni diversificate ma equiparate, la retribuzione stipendiale puo' essere diversa, a solo svantaggio di una ed una sola delle componenti (quella dei medici universitari, per intenderci)? E qui, alla perla si e' aggiunta la ciliegina: basta che gli universitari ci mandino copia del loro stipendio, e noi (azienda) provvederemo all'equiparazione, ipse dixit!

- Terza perla del divus Augustus: da ora in avanti l'azienda dovra' potersi esprimere attivamente nella programmazione ruoli del personale docente universitario, sempre ed ovviamente in nome e sulla base dell'integrazione. Ma se il rapporto e' integrato e quindi bi-univoco, si e' forse dovuta o potuta esprimere la Facolta' di Medicina e Chirurgia sulle nomine di direzione delle unita' operative di oculistica, dermatologia, geriatria, medicina riabilitativa ecc...?

A dire il vero di perle ce ne sarebbero state anche altre, ma credo che queste tre siano sufficienti per de-qualificare la sostanza ed i contenuti della presentazione del Direttore Generale. E' mia convinzione che al Sant'Orsola non sia possibile realizzare nessuna integrazione paritaria. Pertanto, per non continuare a rodersi dentro inutilmente, credo che il progetto di una seconda facolta' medica, con un numero ridotto di ricercatori e docenti, dedita primariamente alla ricerca ed alla didattica, senza unita' operative assistenziali a direzione universitaria, ma con una ben codificata convenzione di consulenza (consultants o attending physicians) presso un "teaching hospital" gestito dalla regione, non sia piu' rimandabile.



sabato 25 ottobre 2008

Una buona legge




La legge 133 e' una buona legge per l' Universita' italiana.

Non voglio entrare nel merito della discussione riguardante la cosiddetta "riforma Gelmini" della scuola primaria e secondaria, ma limitarmi ai probabili effetti della legge 133 sul sistema universita'. Onestamente la strana e commista cordata dei "duemila di Santa Lucia", presenti ieri pomeriggio nell' Aula Magna della nostra Alma Mater mi ha lasciato alquanto perplesso, come altrettanto perplesso mi lascia il sottostante progetto Aquis cavalcato dal magnifico Calzolari.

Proviamo a ragionare un po' insieme ed a scendere nel concreto. Se la funzione dell'universita' e' quella di formare i giovani laureandi alla cultura, le scienze, l'economia ed il lavoro e di produrre ricerca ed innovazione allora io mi chiedo, limitatamente almeno alla nostra facolta' medica che meglio conosciamo, dove siano le strutture didattiche moderne ed all'avanguardia ed i laboratori di ricerca moderni ed all'avanguardia. Basta fare un giro tra le nostre aule vecchie, decrepite, impolverate, con finestre e tende che a volte si aprono ed a volte no, proiettori e computer che a volte ci sono a volte no, a volte funzionano a volte no, termosifoni rotti ed impianti di condizionamento inesistenti o malfunzionanti, lavagne luminose assenti o inutilizzabili, laboratori obsoleti con strumentazione scientifica inutilizzabile perche' priva di manutenzione, basta fare un giro, dicevo, per chiederci dove sia questa Alma Mater Studiorum da salvaguardare e tutelare dagli improvvidi tagli della 133. Di che cosa puo' aver paura un microscopio del 1970 che non viene manutentato da oltre 5 anni? Di che cosa possono aver paura una nera lavagna di regia memoria ed il suo bianco gessetto? Mah! Eppure dobbiamo difendere la didattica e la ricerca dai tagli della 133 e dal blocco del turn-over!

Riassumiamo brevemente: l'articolo 66 della legge 133 stabilisce che nei prossimi 3 anni potranno essere assunti con contratto a tempo indeterminato 1 lavoratore (docente o personale tecnico) ogni 5 pensionamenti (20%) e, dal 2012, 1 ogni 2 (50%); inoltre il fondo per il finanziamento ordinario (FFO) delle universita' italiane verra' progressivamente ridotto ogni anno (di 63,5 mln di euro per il 2009 fino a 455 mln di euro per il 2013).

Siccome nei prossimi 4 anni e' previsto un significativo numero di pensionamenti nell'universita' italiana, la possibilita' di assumere 1 solo docente o tecnico-amministrativo ogni 5 che vanno in pensione fa prevedere una riduzione del numero del personale nelle nostre universita'. E' indubbio, a mio avviso, che il costo per il personale universitario in l'Italia sia troppo alto, ingiustificato e non finalizzato. Ma non e' troppo alto perche' gli stipendi universitari sono alti, anzi, ma bensi' perche' ci sono troppi dipendenti universitari.

In Italia esistono 67 atenei statali. Mi spiegate cosa servono e cosa ci stanno a fare nel bel paese ben 67 universita' statali? Abbiamo veramente bisogno di 67 universita'? Io non credo proprio. E' ovvio che molte universita' potrebbero essere chiuse o accorpate. Non ci sono risorse, cultura e formazione per 67 atenei. Ecco allora che il nostro magnifico, appena ha odorato i tagli ai finanziamenti, ha proposto Aquis, l'associazione degli atenei piu' produttivi. L'Italia, sostiene Aquis, deve avere due categorie di universita' statali: quelle di serie A (19 atenei, tra cui ovviamente Bologna) e quelle di serie B o C (48 atenei). Produttivita', competitivita' e solidita' finanziaria sono le caratteristiche che distinguerebbero gli atenei virtuosi di serie A dagli altri, per via di "rigorosi requisiti oggettivi di qualita'". Sulla base di una sbandierata sostenibilita' finanziaria, questi virtusi atenei propongono al Governo un patto di stabilita', ovvero: si taglino pure i finanziamenti statali ai 48 ateni di serie B o C, ma si conservino intatti o aumentati quelli per gli atenei virtuosi.

Ma l'ateneo di Pier Ugo Calzolari e' veramente virtuoso? Che significa realmente sostenibilita' finanziaria? A mio avviso ha significato solamente garantire gli stipendi ai docenti e tecnici amministrativi, strutturati in modo a volte discutibile e clientelare, riducendo le spese per la didattica e la ricerca (88% del finanziamento FFO viene speso per gli stipendi, contro l'80% di 8 anni fa, +8% nell'era Calzolari!).

Non basta pagare gli stipendi al personale per essere un ateneo di serie A. Bisogna invece avere il coraggio di fare tagli al personale "inutile" e reinvestire in infrastrutture, didattica e ricerca. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che le risorse umane tecnico-amministrative impiegate nell'amministrazione centrale sono troppe. Bisogna riconoscere che ci sono troppi professori ordinari nel nostro corpo docente, in rapporto ai ricercatori. Bisogna ricreare una piramide meritocratica, non un cilindro asfittico. Bisogna riconoscere che certi corsi di laurea e certi insegnamenti, messi su per vari motivi ed interessi, vanno chiusi. Bisogna avere il coraggio di effettuare una seria revisione dei carichi didattici, con l'impegno di restituzione integrale del punto di budget per i settori sottodimensionati. Bisogna riqualificare ed irrobustire i fondi per la ricerca ex-60% e sostenere economicamente i giovani neo-ricercatori. Bisogna, cioe', scegliere ed assumersi delle responsabilita'. Solo questo rende un ateneo virtuoso. I criteri di Aquis sono l'ennesimo fumo negli occhi all'Italiana.

Per tutti questi motivi, la possibilita' di assumere un nuovo ricercatore ogni 5 ordinari che vanno in pensione non puo' che fare del bene al sistema, favorendo il trend dal cilindro verso la piramide. Per questo motivo i tanto paventati tagli al FFO (che raggiungeranno la quota massima di 455 milioni di euro nel 2013 contro la quota complessiva FFO stanziata di ben oltre 7 miliardi di euro) possono solo aiutare le universita' a fare una programmazione strategica che riduca il personale ed investa in ricerca e didattica. Solo l'offerta di ricerca e didattica puo' attrarre un maggior numero di studenti (oggi le immatricolazioni sono in pesante calo, oltre il 20% rispetto a pochi anni fa) in corsi di laurea ed insegnamenti qualificati e qualificanti e non nel corso di laurea o nell'insegnamento messo in piedi per interessi o favori incrociati, che nulla hanno a che fare con una seria e virtuosa programmazione didattica e di ricerca.

Mi dispiace molto che gli studenti ed i mass media non abbiano saputo o voluto affrontare i veri argomenti che minano le fondamenta fragili di un sistema di formazione che, minato dal 1968, deve ora ritrovare nuove basi ed obiettivi. Ed in tutto questo, la legge 133 si presenta come una buona occasione.

p.s.: allego alcune tabelle che riassumono come il nostro virtuoso ateneo sia ordinato, inquadrato e come spenda i propri soldi, tenendo in alta considerazione didattica e ricerca! (clickare sulle immagini per ingrandire, fonte: Bilancio Ufficiale Unibo 2007)








lunedì 20 ottobre 2008

Verso un'etica personalistica




In occasione del 110° Congresso Nazionale della Societa' Italiana di Chirurgia, in svolgimento a Roma, papa Benedetto XVI ha ricevuto i chirurghi in udienza speciale ed ha rivolto loro un interessante discorso che riporto. Credo offra spunti di riflessione per molti di noi.

Illustri Signori,

gentili Signore,

sono lieto di accogliervi in questa speciale Udienza, che si svolge in occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia. Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio saluto cordiale, riservando una speciale parola di ringraziamento al Prof. Gennaro Nuzzo per le parole con cui ha espresso i comuni sentimenti ed ha illustrato i lavori del Congresso, che vertono su un tema di fondamentale importanza. Al centro del vostro Congresso Nazionale vi è infatti questa promettente e impegnativa dichiarazione: "Per una chirurgia nel rispetto del malato". A ragione si parla oggi, in un tempo di grande progresso tecnologico, della necessità di umanizzare la medicina, sviluppando quei tratti del comportamento medico che meglio rispondono alla dignità della persona malata a cui si presta servizio. La specifica missione che qualifica la vostra professione medica e chirurgica è costituita dal perseguimento di tre obiettivi: guarire la persona malata o almeno cercare di incidere in maniera efficace sull’evoluzione della malattia; alleviare i sintomi dolorosi che la accompagnano, soprattutto quando è in fase avanzata; prendersi cura della persona malata in tutte le sue umane aspettative.

Nel passato spesso ci si accontentava di alleviare la sofferenza della persona malata, non potendo arrestare il decorso del male e ancor meno guarirlo. Nel secolo scorso gli sviluppi della scienza e della tecnica chirurgica hanno consentito di intervenire con crescente successo nella vicenda del malato. Così la guarigione, che precedentemente in molti casi era solo una possibilità marginale, oggi è una prospettiva normalmente realizzabile, al punto da richiamare su di sé l’attenzione quasi esclusiva della medicina contemporanea. Un nuovo rischio, però, nasce da questa impostazione: quello di abbandonare il paziente nel momento in cui si avverte l’impossibilità di ottenere risultati apprezzabili. Resta vero, invece, che, se anche la guarigione non è più prospettabile, si può ancora fare molto per il malato: se ne può alleviare la sofferenza, soprattutto lo si può accompagnare nel suo cammino, migliorandone in quanto possibile la qualità di vita. Non è cosa da sottovalutare, perché ogni singolo paziente, anche quello inguaribile, porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico. Il rispetto della dignità umana, infatti, esige il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione esso si trovi.

In questa prospettiva, acquista rilevanza primaria la relazione di mutua fiducia che si instaura tra medico e paziente. Grazie a tale rapporto di fiducia il medico, ascoltando il paziente, può ricostruire la sua storia clinica e capire come egli vive la sua malattia. E’ ancora nel contesto di questa relazione che, sulla base della stima reciproca e della condivisione degli obiettivi realistici da perseguire, può essere definito il piano terapeutico: un piano che può portare ad arditi interventi salvavita oppure alla decisione di accontentarsi dei mezzi ordinari che la medicina offre. Quanto il medico comunica al paziente direttamente o indirettamente, in modo verbale o non verbale, sviluppa un notevole influsso su di lui: può motivarlo, sostenerlo, mobilitarne e persino potenziarne le risorse fisiche e mentali, o, al contrario, può indebolirne e frustrarne gli sforzi e, in questo modo, ridurre la stessa efficacia dei trattamenti praticati. Ciò a cui si deve mirare è una vera alleanza terapeutica col paziente, facendo leva su quella specifica razionalità clinica che consente al medico di scorgere le modalità di comunicazione più adeguate al singolo paziente. Tale strategia comunicativa mirerà soprattutto a sostenere, pur nel rispetto della verità dei fatti, la speranza, elemento essenziale del contesto terapeutico. E’ bene non dimenticare mai che sono proprio queste qualità umane che, oltre alla competenza professionale in senso stretto, il paziente apprezza nel medico. Egli vuole essere guardato con benevolenza, non solo esaminato; vuole essere ascoltato, non solo sottoposto a diagnosi sofisticate; vuole percepire con sicurezza di essere nella mente e nel cuore del medico che lo cura.

Anche l’insistenza con cui oggi si pone in risalto l’autonomia individuale del paziente deve essere orientata a promuovere un approccio al malato che giustamente lo consideri non antagonista, ma collaboratore attivo e responsabile del trattamento terapeutico. Bisogna guardare con sospetto qualsiasi tentativo di intromissione dall’esterno in questo delicato rapporto medico-paziente. Da una parte, è innegabile che si debba rispettare l’autodeterminazione del paziente, senza dimenticare però che l’esaltazione individualistica dell’autonomia finisce per portare ad una lettura non realistica, e certamente impoverita, della realtà umana. Dall’altra, la responsabilità professionale del medico deve portarlo a proporre un trattamento che miri al vero bene del paziente, nella consapevolezza che la sua specifica competenza lo mette in grado in genere di valutare la situazione meglio che non il paziente stesso.

La malattia, d’altro canto, si manifesta all’interno di una precisa storia umana e si proietta sul futuro del paziente e del suo ambiente familiare. Nei contesti altamente tecnologizzati dell’odierna società, il paziente rischia di essere in qualche misura "cosificato". Egli si ritrova infatti dominato da regole e pratiche che sono spesso completamente estranee al suo modo di essere. In nome delle esigenze della scienza, della tecnica e dell’organizzazione dell’assistenza sanitaria, il suo abituale stile di vita risulta stravolto. E’ invece molto importante non estromettere dalla relazione terapeutica il contesto esistenziale del paziente, in particolare la sua famiglia. Per questo occorre promuovere il senso di responsabilità dei familiari nei confronti del loro congiunto: è un elemento importante per evitare l’ulteriore alienazione che questi, quasi inevitabilmente, subisce se affidato ad una medicina altamente tecnologizzata, ma priva di una sufficiente vibrazione umana.

Su di voi, dunque, cari chirurghi, grava in misura rilevante la responsabilità di offrire una chirurgia veramente rispettosa della persona del malato. E’ un compito in sé affascinante, ma anche molto impegnativo. Il Papa, proprio per la sua missione di Pastore, vi è vicino e vi sostiene con la sua preghiera. Con questi sentimenti, augurandovi ogni migliore successo nel vostro lavoro, volentieri imparto a voi ed ai vostri cari l’Apostolica Benedizione.


venerdì 17 ottobre 2008

Ieri in Facolta'




Riporto il testo della e-mail inviata oggi ai ricercatori universitari della Facolta' di Medicina e Chirurgia. Credo che possa essere di interesse e riflessione per tutti:

"" Il Consiglio di Facolta', nella seduta di ieri, ha approvato la programmazione ruoli "straordinaria" 2008/2009 nell'ambito dei 4,6 punti di budget attribuiti dal CdA e dal S.A. alla nostra Facolta' di Medicina e Chirurgia. Credo che molti di voi sappiano che non e' stato un parto facile. Tutti i passi formali della programmazione erano stati correttamente seguiti, e la proposta di programmazione era scaturita dalla decisione unanime del Collegio dei Direttori di Dipartimento, a seguito delle proposte pervenute dai singoli Consigli di Dipartimento.

Allora perche' si e' trattato di un parto difficile? Fondamentalmente per due motivi:

1. Il Rettore ed il Senato Accademico si erano raccomandati che i punti di budget fossero destinati alle particolari esigenze didattiche e scientifiche delle "chirurgie". E, di fatto, nella programmazione approvata dai Direttori di Dipartimento, ben 3,2 punti di budget sui 3,5 utilizzati venivano destinati a settori scientifici di area chirurgica generale o specialistica.

2. Nella programmazione approvata dai Direttori di Dipartimento non compariva nessun posto da ricercatore.

Il primo punto era stato visto da piu' parti, me compreso, come una ingerenza indebita ed inammissibile del rettore e del S.A. nella programmazione sovrana di ogni facolta ed una parallela inaccettabile accondiscendenza. Il secondo punto era stato visto come un comportamente miope nell'ottica strategica di sviluppo della facolta', oltretutto contrario ad un impegno precedentemente preso di riservare una quota del 30-40% dei punti di budget per l'arruolamento di nuovi ricercatori. Lo stesso Preside, prof. Stefoni, aveva pubblicamente ammesso di sentirsi "tra l'incudine ed il martello".

Un gruppo di trentadue firmatari, me compreso, con prime firme quelle di Stefano Fanti ed Uberto Pagotto, aveva fatto pervenire al Preside ed al Collegio dei Direttori di Dipartimento una lettera con il seguente testo:

"con la presente i sottoscritti sono a chiedervi di considerare, nell'ambito delle proposte da Voi formulate e che saranno sottoposte al voto di approvazione del Consiglio di Facoltà del 16/10 p.v., di destinare ALMENO il 40% del budget complessivo di 4.7 punti, recentemente assegnato alla nostra Facoltà dal CdA e dal Senato Accademico al reclutamento di nuovi ricercatori, con particolare attenzione per i settori scientifici sottodimensionati. Tale domanda nasce non solo dalla richiesta di riconoscimento di regole che la nostra Facoltà si è in passato stabilita riguardo le percentuali di budget da attribuire nella richiesta di nuovi ruoli, ma anche e soprattutto deriva dalla necessità di dimostrare che la nostra Facoltà recepisce il reclutamento universitario come di estrema urgenza e di priorità vitale in un momento così drammatico quale l’attuale per l’Università Italiana."

Apparentemente la lettera non sembra avere avuto successo. Se pero' guardiamo meglio che cosa e' accaduto possiamo tirare alcune conclusioni:

1. Abbiamo visto ed appreso come il nostro preside condividesse e supportasse la proposta. Non credo che chi lo conosce possa ritenere che abbia interessi congiunti con l'attuale rettore. Per cui c'e' probabilmente da credergli quando afferma che il concorso di I fascia per la chirurgia generale e la chirurgia cardiaca fossero da lui fortemente voluti per un piano di mantenimento e consolidamento strategico della nostra facolta' medica in seno al Policlinico.

2. Abbiamo visto ed appreso come il nostro preside tenga soprattutto alla compattezza ed unita' della facolta'. E questo credo sia un desiderio ed una volonta' condivisa.

Ma ovviamente non basta. I due problemi imprescindibili nello sviluppo programmatorio della nostra facolta' restano:

1. reclutamento di forze nuove e giovani: ricercatori

2. distribuzione dei punti di budget con priorita' per i settori scientifici sottodimensionati

Nessuno di questi due punti e' stato soddisfatto dall'attuale programmazione straordinaria. Ma grazie alla lettera inviata, e sopra riportata, grazie agli interventi precisi e puntuali occorsi ieri durante la seduta, e grazie penso anche al mio intervento, si e' ottenuto che nel verbale della seduta di ieri venisse chiaramente ed inequivocabilmente espressa la "raccomandazione" che: (A) nella programmazione ordinaria interna di ogni dipartimento venga indicato al primo posto il concorso per l'assunzione di un ricercatore universitario, (B) nel Consiglio dei Direttori di Dipartimento vengano ritenute prioritarie le esigenze dei settori scientifici obiettivamente sottodimensionati.

Credo si tratti di una importante conquista. Sta ora ai singoli consigli di dipartimento far si' che cio' prenda forma, ed alle prossime sedute del consiglio di facolta' far si che gio' si attualizzi. Il buon Stefoni credo abbia colto il vero senso di queste proposte, che forse per la prima volta cercano di andare al di la' delle logiche e degli interessi dei singoli gruppi per affermare una strategia di sviluppo corale.

La facolta' deve conservare memoria di cio' che avviene e di cio' che si assume come impegno. Credo che sia compito anche dei 215 ricercatori fungere da "hard disk" dinamico pronto a rendere immediatamente vivo, disponibile e pressante questo impegno. In fondo in questa facolta' ci dobbiamo continuare a vivere per altri 20 anni. In essa faremo la nostra meritata progressione di carriera con norme e regole, alla definizione delle quali, noi stessi ricercatori ed assistenti universitari abbiamo attivamente contribuito.

Un cordiale saluto,


Stefano Brillanti ""


giovedì 2 ottobre 2008

Elezioni S.A. e C.d.A.: un problema




L' articolo 48 della nostra Costituzione recita:

"Il voto è personale ed eguale, libero e segreto"


L' articolo 6 del decreto rettorale di indizione delle elezioni per il rinnovo del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione della nostra Universita' recita:

1. Per le operazioni elettorali di cui al presente decreto, l’Ateneo rende disponibili sul Portale di Ateneo (www.unibo.it) apposite procedure telematiche mediante le quali è possibile presentare e sottoscrivere una candidatura, ottenere la stampa del certificato elettorale ed esercitare il proprio diritto di voto.
2. L’accesso alle procedure telematiche si effettua attraverso le proprie credenziali istituzionali di Ateneo (Directory Service di Ateneo: username - nella forma nome.cognome@unibo.it - e password), da qualunque postazione connessa alla rete internet.

Il problema appare molto semplice: le modalita' di voto, uniche ed imprescindibili, approntate e sapientemente messe in atto dall'attuale amministrazione centrale della nostra Alma Mater, garantiscono il diritto-dovere che ogni singolo voto sia espresso in modo assolutamente personale, libero e segreto? Non sembra un problema da poco, visto tutto quello che teoricamente puo' accadere in una stanza non controllata dietro ad un computer collegato ad internet. Chi puo' garantire con assoluta certezza e sicurezza che ogni singolo elettore abbia eseguito, lui stesso propriamente, l' accesso remoto telematico, con la sua user ID e password, alla procedura di voto ed abbia potuto esprimere, sempre in una stanza qualunque non controllata, il suo voto in modo assolutamente libero, non influenzato da alcuno e da alcunche'. Chi puo' garantire l'assoluta non rintracciabilita' digitale telematica del voto espresso, ovvero la segretezza dello stesso?

Certamente un forte dubbio di garanzia costituzionale pesa sulle elezioni del S.A. e CdA. Penso che valga la pena rifletterci seriamente.


mercoledì 1 ottobre 2008

In memoria




Paul Newman
(1925-2008)



martedì 30 settembre 2008

L'errore dei chirurghi




Il blocco degli ordinari, ed aspiranti tali, delle discipline chirurgiche della nostra Facolta' ha fatto una valutazione "clinica" di tipo diagnostico e prognostico: la Facolta' di Medicina e Chirurgia, come organo deliberante, e' morente e morira'. Pertanto, la grande illusione di un apporto fattivo e coerente di tutte le varie anime accademiche medico-chirurgiche, coese e compatte dietro la guida del preside per un obiettivo comune, si e' sciolta come neve al sole.

Appoggiata l'elezione del preside un anno fa, ottenuta la vice-presidenza di facolta', la presenza attiva, fattiva e collaborativa dei chirurghi alle sedute del consiglio di facolta' e' andata sempre piu' riducendosi, fino a far porre il quesito di dove fossero finiti i nostri colleghi col bisturi. La risposta non e' tardata a venire: convinti che il consiglio di facolta' fosse un organo superato ed inutile, la cui partecipazione sia solo una perdita di tempo, considerato il preside alla stregua di un sapiente ragioniere e poco piu', hanno pensato bene di fare il colpaccio "lavorando" direttamente sul rettore, sul candidato al futuro rettorato e sul senato accademico. Risultato dell'intervento chirurgico: 4,6 punti di budget, approvati dal senato accademico come dotazione straordinaria per le esigenze di reclutamento dei professori universitari delle discipline chirurgiche.

In sostanza, il Consiglio di Facolta', il signor Preside, il Consiglio di Presidenza si sono visti recapitare il pacco di 4,6 punti di budget, per la programmazione ruoli, con il destinatario ben stampigliato a caratteri cubitali. Questa procedura, unica e prima nella storia recente, almeno per ampiezza e coordinazione, sancirebbe di fatto il venir meno dell'autonomia e liberta' della Facolta' di Medicina e Chirurgia nel programmare, in modo libero ed autonomo, i ruoli dei docenti da chiamare.

Gran bel colpo e complimenti ai chirurghi! Questa mossa esautora di fatto la facolta' e costituisce un precedente che, se passasse, equivarrebbe a ridurre la posizione del Preside, del Consiglio di Presidenza e del Consiglio di Facolta' a mera carta da parati. Contemporaneamente, noto solo l'associazione temporale, e non ipotizzo alcun nesso causale, la figura e persona del preside, prof. Sergio Stefoni, veniva mediaticamente attaccata in modo pesante e brutale, al fine di indebolirne il carisma, la leadership e la combattivita'.

Ma i chirurghi hanno fatto i conti senza l'oste e, con il rettore ed il "loro" candidato futuro rettore, alleato in senato accademico, hanno fatto i conti senza considerare l'orgoglio, l'identita' e la dignita' di quella gran parte della facolta' che non puo' accettare che questo piano avvenga. Ed i chirurghi, purtroppo per loro, se ne renderanno conto a breve, di fronte ad una reazione compatta, coordinata e poderosa che stento pensino tuttora possa avvenire. Ma avverra', eccome, lasciando ovviamente sempre tesa la mano verso chi voglia rientrare nei ranghi del gruppo della Facolta'.

C'e' infine da dire che l'azione dei chirurghi si inserisce su una meditazione, troppo lunga ed inconcludente, che la facolta' ha fatto sui criteri da darsi per la programmazione ruoli. Dalla conferenza di facolta' del gennaio scorso, troppo o tutto e' stato demandato al consiglio dei direttori di dipartimento per la formulazione della programmazione ruoli. E questo e' stato un errore, di cui, purtroppo, anche il nostro preside e' stato compartecipe.

Se si vuole fare una revisione e ridefinizione dei criteri generali e di base per la programmazione ruoli, non si puo' demandare il tutto ad una corsa fra i vari dipartimenti universitari, ma bisogna avere la forza ed il coraggio di affrontare un discorso strategico di programmazione che tenda a riequilibrare le esigenze e le criticita' dei diversi settori scientifici disciplinari in modo trasversale. Una programmazione strategica che ponga, inoltre, come requisito per le chiamate, la valutazione della produzione scientifica, didattica e, se del caso, assistenziale, con criteri stabiliti e condivisibili.

C'e' ancora il tempo per dare una risposta forte e coordinata. La Facolta' deve e puo' farlo. Sergio Stefoni deve lavorare per questo. Se non vuole o non puo', forse e' meglio che suoni il campanello e scenda dal treno alla prossima fermata.


venerdì 26 settembre 2008

Sergio Stefoni, anno primo


Si sta concludendo il primo anno effettivo della nuova presidenza della Facolta' di Medicina e Chirurgia, guidata dal prof. Sergio Stefoni.

Credo sia giunto il momento per iniziare a stilare una valutazione ed una verifica "interim" del suo operato. Acclamato ed invocato come il preside della svolta, il preside in grado di ridare unita', identita' e dignita' alla facolta' medico-chirurgica di Bologna, il suo modus operandi e' ora sotto gli occhi di tutti e meritevole di una analisi e di una riflessione.

Credo che in questo momento il primo passo analitico e di verifica debba essere il confronto tra quanto fatto, ed in corso di facimento, e quanto promesso dal prof. Stefoni nel suo programma elettorale. Invito lo stesso preside a rileggerlo.

Lascio ad ognuno il proprio giudizio e la propria analisi.


Candidature per il
Triennio di Presidenza 2007 – 2010

PROGRAMMA

Prof. Sergio Stefoni


Nel presentare il testo definitivo del mio Programma, richiesto dal Decano per il 6 Giugno, ritengo opportuno premettere alcune considerazioni per facilitarne la lettura.

All’inizio di maggio ho fatto circolare, unitamente alla mia candidatura, un primo elenco di orientamenti programmatici prioritari. In seguito ho avuto, su invito, una serie di incontri nella maggior parte dei Dipartimenti, e con singoli e con gruppi di Colleghi. Ringrazio tutti per il tempo che mi hanno dedicato.

Le numerose problematiche che mi sono state segnalate in queste settimane, oltre a quelle da me identificate, hanno rafforzato il mio convincimento che le criticità (criticità, non lamentele) sono molte perché molte e rilevanti sono sia le attività svolte sia le potenzialità inespresse della Facoltà. Un approccio costruttivo, finalizzato a risolvere le criticità, deve seguire una impostazione metodologica omogenea, ovvero:

a) un modo di pensare “positivo”. La Facoltà medica dell’Università di Bologna è indubbiamente di elevato livello; non avere la percezione di questa incontestabile realtà riduce inevitabilmente la nostra capacità propositiva e il nostro potere contrattuale.

b) Le criticità vanno identificate chiaramente e ordinate secondo una scala di priorità. È impensabile voler risolvere tutto contemporaneamente.

c) Per affrontare realisticamente i problemi, oggi occorre tenere conto delle modificazioni del contesto culturale e normativo, che hanno portato anzitutto ad un predominio del SSN e poi a rapporti ben più articolati rispetto al recente passato con studenti, pazienti, amministratori, politici, oltre che con gli organi di governo accademico. Tutto cambia continuamente: non tenerne conto riduce la possibilità di mettere in atto correttivi efficaci.

Ritengo di poter sintetizzare il mio Programma in sei punti principali:

1. Organizzazione e gestione della Facoltà

2. Rapporti della Facoltà con l’esterno (organi di Ateneo, organi del SSN, Società civile)

3. Raccordo e sviluppo equilibrato dei settori pre-clinici e clinici

4. Valorizzazione e qualificazione delle attività formative e partecipazione degli studenti e specializzandi

5. Qualificazione dell’assistenza come supporto alla Didattica e alla Ricerca

6. Potenziamento delle Strutture di Ricerca e Ruolo dei Dipartimenti Universitari.

1. ORGANIZZAZIONE E GESTIONE DELLA FACOLTÀ

Considero di assoluta priorità restituire al Consiglio di Facoltà le sue caratteristiche istituzionali di reale organo decisionale e ristabilire un clima di fiducia generale nei confronti del Consiglio stesso.

Ogni docente va messo in condizione di contribuire attivamente ed efficacemente all’assunzione di tutte le decisioni rilevanti per la vita della Facoltà, come la programmazione dello sviluppo (assegnazione di ruoli e risorse umane e finanziarie), il sostegno della ricerca scientifica (strutture, attrezzature e fondi), i rapporti convenzionali con il SSN (funzioni e incarichi assistenziali) e le strutture universitarie (spazi e risorse per la didattica e la ricerca e sostegno per i rapporti con Enti esterni). Le scelte cruciali per lo sviluppo richiedono una Facoltà coesa e convinta dei propri orientamenti, come soltanto un esauriente dibattito può garantire. Una capillare informazione preliminare appare tanto più urgente in quanto il numero dei componenti della Facoltà è destinato ad aumentare, sia per il nostro impegno nel reclutamento dei giovani, sia per l’imminente istituzione, anticipata più volte dal Ministro Mussi, di una terza fascia docente (corrispondente agli attuali ricercatori), che avrà pieno titolo a partecipare a tutte le attività della Facoltà.

Alla luce di quanto sopra, assumo l’impegno di:

a) inviare per tempo a tutti i componenti del Consiglio di Facoltà la documentazione completa e comprensibile relativa alle pratiche più importanti da trattare;

b) programmare periodicamente incontri con finalità informative e istruttorie su problematiche di comune interesse, invitando anche personalità istituzionali e figure tecniche con competenze utili per approfondire le varie tematiche;

c) riorganizzare l’operatività delle strutture consultive della Facoltà, in particolare del Consiglio di Presidenza. Il rinnovo dei suoi componenti deve essere finalizzato a dare maggiore rappresentatività (con presenza equilibrata di tutte le fasce di docenza) e garantire competenze specifiche per istruire le problematiche che gli competono per regolamento;

d) predisporre un tempestivo e completo OdG e mettere poi in rete il verbale delle sedute del Consiglio pochi giorni dopo ogni riunione, affinché tutti siano informati delle decisioni assunte;

e) ottimizzare lo svolgimento delle sedute del Consiglio di Facoltà, sul piano sia formale (puntuale indicazione dei presenti e delle maggioranze necessarie per le singole deliberazioni) che sostanziale (adeguata istruttoria preliminare per ogni decisione importante).

2. RAPPORTI DELLA FACOLTÀ CON L’ESTERNO (ORGANI DI ATENEO, ORGANI DEL SSN, SOCIETÀ CIVILE)

La nostra Facoltà svolge la sua attività nell’ambito di una rete complessa di relazioni, con gli Organi Accademici; con gli organi regionali e aziendali del SSR, con gli studenti, con i pazienti e con la Società civile. Tali relazioni vanno seguite e orientate in modo sistematico dal Preside, sulla base di indirizzi generali approvati preliminarmente dal Consiglio di Facoltà.

Per quanto riguarda i rapporti con gli organi dell’Ateneo (Senato e CdA) mi attiverò per far inserire nel quadro generale del Bilancio e della Programmazione triennale di Ateneo le esigenze di personale (docenti, ricercatori e tecnico-amministrativi) e di ampliamento e razionalizzazione del patrimonio tecnologico ed edilizio rispetto alle funzioni didattiche e di ricerca. Intendo tutelare tutte le strutture, sia pre-cliniche che cliniche; tra queste ultime, le strutture universitarie del S.Orsola-Malpighi, del Rizzoli, del Bellaria (Medicina Interna, Anatomia Patologica, Neurologia, etc.) e, come la Psichiatria, dell’Azienda territoriale. Una tutela specifica dovrà essere anche adottata per l’Odontoiatria, finora trascurata.

Per quanto riguarda i rapporti con il SSN, intendo impostarli rigorosamente su una base di pari dignità istituzionale. La collaborazione con gli organismi regionali e locali del Servizio Sanitario Nazionale dovrà essere sempre improntata al rispetto delle specifiche competenze della Facoltà in materia di ricerca biomedica e clinica e di formazione nel pre- e nel post-lauream.

Per sostenere efficacemente queste due attività peculiari della Facoltà occorre concordare formalmente con Regione e Aziende un’attività assistenziale più qualificata e meno dispersiva (in ogni caso, non superiore al 50% del debito orario complessivo). L’attività assistenziale deve essere sostanzialmente diversa da quella attuale, che troppo spesso ricalca le caratteristiche della realtà assistenziale dei complessi ospedalieri non universitari. Inoltre, l’attività assistenziale deve essere quantitativamente adeguata (rispetto al numero di letti, alle responsabilità dirigenziali e alla tipologia del servizi a direzione universitaria) ai reali compiti formativi e di ricerca, per evitare una progressiva riduzione delle funzioni didattiche svolte dal personale universitario. Nella riqualificazione dell’attività assistenziale di tutte le strutture a direzione universitaria, quale che sia l’Azienda in cui rientrano, potrà e dovrà essere coinvolto anche il personale del SSN, ma con una chiara distinzione di competenze formative rispetto al personale universitario.

Per quanto riguarda i rapporti con la Società civile, è essenziale ricostruire un rapporto di fiducia con le istituzioni pubbliche e private della città e del territorio (almeno) regionale, con le associazioni dei malati e più in generale con la cittadinanza, oggi disorientata dalla burocratizzazione dell’assistenza e dalle campagne (dis)informative sulla (mala)sanità. Un solido rapporto fiduciario con i cittadini rappresenta un supporto importante per ogni strategia di crescita della Facoltà, oltre che un elemento distintivo rispetto ad altre realtà sanitarie non universitarie.

3. RACCORDO E SVILUPPO EQUILIBRATO DEI SETTORI PRE-CLINICI E CLINICI

Negli ultimi anni è stato avvertito da molti il crescente disagio dei docenti e dei ricercatori dei settori pre-clinici. Questo disagio ha origini complesse, che vanno identificate e analizzate con cura al fine di realizzare azioni correttive efficaci e in grado di produrre effettivi risultati apprezzabili in tempi ristretti. Un’ampia integrazione sul piano culturale e scientifico tra docenti e ricercatori dei settori pre-clinici e clinici è più rapidamente percorribile di una pur auspicabile integrazione sul piano logistico. L’avvio di questa integrazione, a più livelli, rappresenta la strategia migliore per contrastare ogni tendenza al distacco, palese o strisciante, tra le componenti pre-cliniche e cliniche e alla conseguente “ospedalizzazione” del triennio clinico.

Alcune azioni sono già identificabili:

a) Promuovere il contestuale sviluppo delle linee caratterizzanti della ricerca dei docenti e ricercatori dei settori pre-clinici e clinici, attraverso la realizzazione di una rete di laboratori avanzati, con ampia possibilità di accesso e notevoli economie di scala a servizi d’interesse comune (come stabulari, banche dati, strumentazioni avanzate);

b) Valorizzazione delle competenze dei docenti e ricercatori dei settori pre-clinici anche per l’innovazione nell’ambito dell’assistenza e della ricerca clinica.

c) Favorire, per quanto possibile, sinergie di ricerca multidisciplinare fra gruppi biomedici e clinici nei progetti finanziati su fondi del SSN (nazionali e regionali), degli Enti nazionali e internazionali di ricerca e delle Fondazioni;

d) Costruire programmi di formazione avanzata alla ricerca aperti sia a dottorandi di aree disciplinari diverse, sia agli specializzandi. Parecchi specializzandi, infatti, hanno motivazioni e interessi culturali pienamente adeguati per sviluppare competenze metodologiche e tecniche per la ricerca biomedica e clinica. Non va ignorato che i medici, per i quali la specializzazione quasi sempre precede il dottorato di ricerca, attualmente arrivano a più di 30 anni di età prima di avere esperienze dirette di ricerca;

e) Promuovere l’acquisizione di spazi all’interno e all’esterno del S.Orsola-Malpighi (senza alcuna dimissione dell’esistente) per sviluppare progetti realistici di strutture comuni di ricerca di base, clinica e applicata. L’apporto delle Fondazioni può essere decisivo per la realizzazione di una o più di queste strutture in tempi ragionevoli;

f) Costruire una rete di nuovi laboratori didattici avanzati e adeguare quelli già esistenti, anche negli attuali Dipartimenti pre-clinici, con assegnazione di adeguate risorse umane e finanziarie;

g) Valutare tempestivamente la fattibilità di progetti di integrazione non solo culturale e scientifica, ma anche logistica delle discipline di base e cliniche nell’eventuale nuova Facoltà e in possibili Poli didattici integrati con l’assistenza e la ricerca avanzata, come il Bellaria e il Rizzoli.

4. QUALIFICAZIONE DELLE ATTIVITÀ FORMATIVE E VALORIZZAZIONE DELLA PARTECIPAZIONE DI STUDENTI E SPECIALIZZANDI

Ritengo un impegno prioritario per il nuovo Preside valorizzare concretamente tutte le attività formative svolte dalla Facoltà, non solo nei tradizionali corsi di laurea specialistica (Medicina e Chirurgia e Odontoiatria e Protesi dentaria), ma anche nei Corsi di Laurea (triennali) delle professioni sanitarie, nel Corso di laurea specialistica in Biotecnologie mediche ed in prospettiva anche in quelli di Scienze della Nutrizione Umana e Scienze Infermieristiche e Ostetriche.

Inoltre, occorre essere consapevoli che si sta aprendo un capitolo nuovo per le Scuole di specializzazione, alcune delle quali si trovano ad affrontare problemi obiettivamente peculiari (per es. quelle chirurgiche). Le nuove Scuole di Specializzazione devono rappresentare un’occasione di crescita della Facoltà e non di semplice delega di funzioni formative alle strutture ospedaliere inserite nella rete che ogni scuola può attivare. Sui problemi posti dalle nuove Scuole occorre un’analisi molto più approfondita di quella che ha preceduto la loro richiesta di attivazione. Per esempio, la funzione di piena docenza svolta dal personale universitario nelle scuole deve essere oggetto di esplicito riconoscimento da parte degli Organi accademici.

In concreto, intendo seguire le seguenti linee di azione:

a) Valorizzare le vocazioni e gli obiettivi di tutti i Corsi di Laurea e di Laurea Specialistica, promuovendo iniziative per la piena qualificazione anche dei corsi decentrati e delle lauree dell’area sanitaria. A questo proposito ritengo che la Facoltà debba far vincolare tutte le risorse trasferite alle Aziende Ospedaliere/USL dall’Assessorato Regionale alla Sanità (in linea teorica oltre 2.000 euro per studente all’anno) per il potenziamento delle infrastrutture didattiche. L’impiego di tali risorse (sotto forma di aule, laboratori didattici, postazioni informatizzate di biblioteca, strumentazioni, riviste, etc.) deve essere oggetto di un atto programmatorio all’inizio dell’anno e di una relazione contabile alla fine.

b) Impostare correttamente e realizzare i possibili sdoppiamenti dei Corsi di Laurea (in particolare, quello del CdL in Medicina e Chirurgia) per sperimentare nuovi percorsi formativi, aperti alle esigenze dell’internalizzazione e della qualificazione formativa e culturale delle strutture e dei gruppi di docenti e ricercatori coinvolti.

c) Razionalizzare le attività didattiche per tutti i Corsi di Studio, in particolare riducendo ovunque possibile i carichi didattici attuali, talora insostenibili per i docenti di alcuni settori, e contestualmente favorendo l’impegno individuale verso forme avanzate e innovative di didattica. Queste ultime dovranno essere finalizzate anche al graduale coinvolgimento di studenti e specializzandi nelle attività di ricerca.

d) Ottimizzare per gli studenti di tutti i corsi di studio l’acquisizione delle abilità professionali specifiche del corso frequentato attraverso una qualificata e sistematica attività di tutorship per i tirocini di laboratorio e clinici.

e) Rilanciare il CdL specialistica in Biotecnologie mediche. Come è stato fatto in altre sedi universitarie, anche a noi vicine, occorre dotare questo corso di studio delle risorse (umane, finanziarie, logistiche e strumentali) necessarie per una preparazione veramente professionalizzante e di elevato livello tecnico degli studenti e per la piena valorizzazione accademica dei docenti coinvolti. Pertanto, dedicherò il mio impegno ad assicurare opportune modalità di tirocinio professionalizzante per ogni studente, utilizzando le strutture sia interne (nei Dipartimenti) che esterne alla Facoltà (per es. i laboratori dell’area del Lazzaretto). Contestualmente, mi adopererò per assicurare adeguate opportunità per il reclutamento di ricercatori e per la progressione di carriera de i docenti primariamente impegnati in questo corso di studio.

5. QUALIFICAZIONE DELL’ASSISTENZA COME SUPPORTO ALLA DIDATTICA E ALLA RICERCA

L’attività assistenziale è il supporto indispensabile per la didattica e la ricerca dei docenti e dei ricercatori dei settori clinici La sua caratterizzazione, quantitativa e qualitativa, non è certo irrilevante per la Facoltà nel suo insieme, ivi compresa l’area pre-clinica. Di fatto, è evidente che con l’aziendalizzazione si è affermata una tendenza al progressivo appiattimento dell’assistenza svolta nelle strutture a direzione universitaria su quella delle corrispondenti strutture ospedaliere, non soltanto nell’ambito del Policlinico S.Orsola-Malpighi, ma anche in ospedali senza componente universitaria. Questa tendenza, avvertita con crescente preoccupazione, rischia di stravolgere l’equilibrio fra le tre funzioni dei docenti e ricercatori universitari di settori clinici, penalizzando gli associati e i ricercatori in termini di responsabilità operativa, autonomia decisionale e, infine, opportunità di carriera.

La nostra Facoltà è alla vigilia di un processo di “integrazione” che da molti viene percepito come di “annessione” all’Azienda, con rischio di prevalenza delle attività assistenziali su quelle didattiche e di ricerca e senza una reale possibilità di incidere sulle loro caratteristiche cliniche e organizzative.

Per contrastare questa tendenza, propongo alcune linee di azione, da realizzare in costante sintonia con il Consiglio di Facoltà e i Dipartimenti Universitari dell’area clinica:

a) rispetto rigoroso della proporzione del 50% del debito orario complessivo per le attività assistenziali di tutto il personale universitario, con tendenziale adeguamento degli organici delle strutture a direzione universitaria ai carichi assistenziali reali;

b) definizione, in sede di negoziazione del budget, di obiettivi assistenziali qualitativamente e quantitativamente congruenti con le finalità formative pre- e post-lauream;

c) sviluppo di progetti-obiettivo di interesse sovra-aziendale per l’ulteriore qualificazione delle strutture a direzione universitaria, con adeguata dotazione di risorse finanziarie e tecnologiche;

d) tutela della funzionalità delle attività assistenziali rispetto ai compiti didattici e di ricerca di tutti i docenti e ricercatori clinici della Facoltà, indipendentemente dalla collocazione aziendale delle loro strutture;

e) quantificazione completa dei risultati delle attività formative e di ricerca svolte dalle strutture universitarie, attraverso anche un sistema di indicatori finanziari-equivalenti dei costi, per valutare i dati complessivi di produttività delle strutture stesse;

f) incremento degli spazi fisici necessari per le attività formative degli studenti e degli specializzandi, agendo sul piano di sviluppo edilizio delle Aziende nelle quali operano docenti e ricercatori della Facoltà. Disporre di spazi adeguati notoriamente equivale a migliorare le condizioni di studio e le opportunità di apprendimento per studenti e specializzandi.

È evidente che molte delle azioni suddette presuppongono che si realizzi rapidamente almeno l’equiparazione (ovvero il convenzionamento e il relativo adeguamento stipendiale) del personale universitario rispetto a quello ospedaliero di pari funzione e responsabilità. Questa equiparazione deve essere un requisito minimo e non l’obiettivo finale dell’azione di governo della Facoltà.

6. POTENZIAMENTO DELLE STRUTTURE DI RICERCA E RUOLO DEI DIPARTIMENTI UNIVERSITARI

È sempre più evidente che soltanto un’attività di ricerca sistematica e con molti punti di eccellenza può qualificare la didattica e, nel contempo, orientare in senso propriamente “universitario” l’assistenza e i rapporti con il SSN. Diventa quindi prioritario definire gli obiettivi strategici per un potenziamento delle strutture di ricerca, nel pieno rispetto del ruolo dei Dipartimenti Universitari. Preciso subito che non intendo caldeggiare specifiche linee di ricerca (dovranno essere i Dipartimenti e la Facoltà ad indicarle), ma una politica organica della ricerca, dalla quale far discendere iniziative coerenti e produttive.

Va chiarito, in tempi brevi, se si intende puntare sulla realizzazione di alcune strutture avanzate di ricerca che siano fondate sull’integrazione con l’assistenza in alcuni casi e con la ricerca di base in altri. Pur se i Dipartimenti svolgono con continuità attività di ricerca, è evidente che non sono sempre in grado sostenerne gli oneri (organizzativi, tecnici, finanziari, umani) a causa della frequente carenza di mezzi finanziari, in ambito locale e nazionale. La realizzazione di queste strutture avanzate di ricerca (di cui abbiamo esempi recenti solo presso il Rizzoli, al momento dell’acquisizione degli spazi dell’Ex-Seminario) impone chiaramente di intensificare i rapporti con le istituzioni, la Società civile e le associazioni dei malati, e di sviluppare anche presso i privati le attività di fund raising. L’Ateneo deve contestualmente impegnarsi a gestire effettivamente liberalità, donazioni e lasciti passati e futuri, in totale trasparenza e piena coerenza con gli intenti dei donanti e gli orientamenti della Facoltà.

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A completamento della presentazione delle principali linee programmatiche, avverto l’esigenza di ribadire un punto indicato in premessa, ovvero che molti problemi dovranno essere affondati con una costante attenzione alle modificazioni del quadro normativo relative allo stato giuridico del personale universitario, al reclutamento del personale docente e ricercatore e ai rapporti tra Università e SSN. In relazione ai provvedimenti normativi che verranno adottati, proporrò tempestivamente gli opportuni adeguamenti alle proposte di intervento o di programmazione di pertinenza della Facoltà.

Assicuro, tuttavia, fin da ora il massimo impegno per avviare a soluzione in tempi brevi le più immediate istanze degli studenti, le problematiche delle Scuole di Specializzazione, la chiamata degli idonei a ruoli di I e II fascia, il convenzionamento di tutti i docenti e ricercatori dei settori clinici ancora privi di una funzione assistenziale e l’avvio della revisione dei meccanismi della programmazione dei ruoli.

Segnalo, inoltre, l’urgenza di mettere a punto una strategia articolata per la nostra presenza in Romagna. La Facoltà finora ha partecipato attivamente al decentramento, istituendo molti corsi delle lauree sanitarie nei Poli didattici di Cesena - Forlì, Rimini, Ravenna e anche a Imola. Tuttavia, a fronte di un impegno didattico e organizzativo elevatissimo per molti docenti dei settori soprattutto pre-clinici, non è ancora maturata una strategia di consolidamento della presenza della Facoltà in Romagna, con supporti assistenziali diretti (ovvero, con strutture a direzione universitaria), con centri di ricerca funzionali alle attività formative e con disponibilità finanziarie adeguate per il definitivo decollo delle iniziative avviate.

È mia convinzione che la Facoltà abbia possibilità di espansione e di qualificazione, in Romagna come a Bologna, sensibilmente superiori a quelle prospettate negli ultimi anni. Spetta a noi individuare prospettive di sviluppo innovative, facendo emergere le reali potenzialità di una Facoltà da sempre considerata un vanto per la città così come per l’Università.


Bologna, 6 Giugno 2007


Prof. Sergio Stefoni