mercoledì 23 gennaio 2008

La svendita degli specializzandi



L' Universita' degli Studi di Bologna ha deciso di svendere gli specializzandi di medicina e chirurgia all' Azienda Ospedaliera, dequalificando il valore professionale del titolo di specialista.

La questione e' molto semplice e chiara e nota ai piu'. A seguito della formalizzazione dei nuovi contratti di formazione medica specialistica, nei quali la regione contribuisce economicamente a circa meno di un terzo, l'azienda ospedaliera pretenderebbe di utilizzare gli specializzandi nelle attivita' assistenziali dove vuole e come vuole. La richiesta dell'azienda e' comprensibile: a chiunque e' lecito chiedere. In uno stato democratico e di diritto, come il nostro, le richieste vanno risolte rifacendosi alle normative vigenti. Spesso, lo sappiamo, in Italia la legislazione e' confusa e di difficile interpretazione. Stranamente, non e' cosi' in questo caso. Poche volte, infatti, ci si puo' trovare di fronte a leggi e norme cosi' chiare e concordanti come quelle che riguardano la formazione specialistica in medicina e chirurgia.

Ricapitolando brevemente, l'azienda vorrebbe poter utilizzare gli specializzandi come forza lavoro medica assistenziale al posto del personale medico strutturato. E' evidente che se cio' avvenisse si creerebbe immediatamente un danno professionale ed economico non indifferente proprio nei confronti dei medici specialisti. Potendo disporre a prezzi "discount" di personale medico in formazione sempre fresco e disponibile, verrebbe meno ogni necessita' di assumere nuovo personale medico specialista strutturato e, di fatto, dequalificherebbe il valore professionale sul mercato del lavoro del titolo di specialista. Che necessita' ci sarebbe di assumere un neo specialista a costo pieno, quando posso utilizzare un quasi-specialista a prezzo di saldo?

L'argomento credo sia molto semplice e chiaro. Per fare questo, pero', bisogna che l'azienda ospedaliera possa superare tre ostacoli:

1. la definizione della rete formativa, ovvero la definizione delle strutture assistenziali ospedaliere in cui fare svolgere l'attivita' assistenziale agli specializzandi

2. il riconoscimento della piena autonomia decisionale specialistica ad un medico specializzando, che non e' ancora pienamente formato come specialista, in modo da poterlo utilizzare al posto ed in sostituzione del personale specialista di ruolo

3. il disinteresse, di fatto, della qualita' della prestazione specialistica erogata al paziente, in quanto svolta e fornita da un medico non ancora pienamente formato

Beh, come dicevo in precedenza, stranamente, ma fortunatamente, la legislazione italiana e' al riguardo semplice e chiara. I riferimenti normativi sono molti e tutti concordi e ripetitivi. In particolare ricordo l'art. 6 e ss. del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, l'art. 38 del D.Lgs. 17 agosto 1999, n. 368, e l'art. 3 del D.M. 1 agosto 2005. Senza ombra di dubbio ed incertezza tutta questa legislazione concorda sui fatti che le scuole di specializzazione hanno sede presso l'Universita' ed afferiscono alla Facolta' di Medicina e Chirurgia, che la rete formativa delle strutture assistenziali viene definita dai Consigli delle Scuole di Specializzazione e che in nessun caso l'attivita' del medico in formazione specialistica e' sostitutiva del personale di ruolo. La questione dovrebbe essere definitivamente chiusa. Ma cosi', purtroppo e paradossalmente non e'.

I poveri specializzandi, presi tra due fuochi, hanno anche ufficialmente chiesto un parere legale "pro veritate" allo Studio Ghedini-Longo di Padova che e' visibile e scaricabile dal sito della federspecializzandi:
http://www.specializzandi.org/documenti/CONSULENZA_SPECIALIZZANDI.pdf
Lo studio legale non ha potuto che ribadire quanto la legge sancisce.

Credo che se esiste un contenzioso ed una possibile criticita' con l'azienda ospedaliera, questo sia uno dei piu' semplici e chiari da risolvere per l'Universita'. Purtroppo, cosi' non e'. E non lo e' tanto per colpa dell'Azienda Ospedaliera, che tutto sommato cerca comprensibilmente di tirare l'acqua al suo mulino, ma soprattutto per colpa e responsabilita' del personale universitario che ha deciso di comportarsi in modo autolesionistico ed illegale pur di accontentare e soddisfare l'Azienda Ospedaliera. Non voglio entrare nelle motivazioni, nei perche' e percome di tale comportamento da parte del personale universitario, ma questo e' un dato di fatto. Si vuole arrivare ad un compromesso compiacente ed illegale con l'azienda ai danni degli specializzandi e dell'universita' tutta. Per avere, poi una pezza d'appoggio, si e' anche incaricato un azzeccagarbugli, verosimilmente compiacente e "ben edotto", che possa esprimere un parere legale "pro veritate" da contrapporre a quello dello Studio Ghedini-Longo.

Ma chi sono i responsabili universitari di questo compromesso compiacente, illegale e dannoso? Proviamo a fare i nomi: Pier Ugo Calzolari, Ines Fabbro, Marco Zoli, Giuseppe Martorana, Maria Carla Re. Io mi permetto di affermare che questi universitari stanno agendo in modo "illegale" ed ai danni dell'Universita'. Fortunatamente, un ruolo fondamentale lo svolgera' il Consiglio di Facolta' che dovra' necessariamente pronunciarsi formalmente su questo "inciucio" ai danni degli specializzandi. In quella sede spero che chi ha ancora a cuore l'identita' e la dignita' della medicina universitaria parli e non si eclissi come la meteora dei famosi firmatari della lettera Pession-Sambri!


martedì 15 gennaio 2008

Giu' le mani dagli specializzandi



Come era prevedibile, il duo "bulgaro" Ka-Bi ha iniziato l'anno nuovo lancia in resta per la battaglia campale degli "specializzandi". Sostenuto da una interpretazione soggettiva e di parte dell'articolo 15 del recente DDL Turco "Interventi per la qualita' e la sicurezza del SSN", approvato dal Consiglio dei Ministri il 15 novembre scorso, e' convinto di poter disporre a proprio piacimento degli specializzandi.

L'intento e' fin troppo chiaro ed evidente: utilizzare i medici in formazione specialistica, iscritti al IV e V anno di corso delle scuole di specializzazione dell'Universita', per sopperire alle carenze assistenziali del personale medico ospedaliero. Poiche' ci saranno sempre ed ogni anno degli specializzandi iscritti al IV e V anno di specialita', il loro utilizzo diretto nelle attivita' assistenziali dell'Azienda permetterebbe, di fatto, di poter disporre sempre di mano d'opera qualificata, fresca e motivata, a costo zero. Gli specializzandi, infatti, ricevono la quota stipendiale quasi interamente dall'Universita', e non dall'Azienda. In questo modo si congelerebbe, di fatto, la necessita' di assumere nuovo personale medico ospedaliero da parte dell'Azienda, con la prospettiva inevitabile di dequalificare il valore professionale del titolo di specialista nel mercato del lavoro della sanita' italiana. Quale azienda ospedaliera assumerebbe piu', infatti, un neo-specializzato quando puo' utilizzare a costo zero tanti specializzandi prossimi al diploma di specialista?

Le implicazioni di tutto questo sono enormi e le prime vittime sacrificali sono proprio gli specializzandi ed i neo specialisti. E non si tratta solo di dequalificazione del valore professionale del titolo di studio, ma anche, evidentemente, di perdita di logica, organizzazione e sistematicita' nel delicato e complesso percorso formativo degli specializzandi, proprio nel momento piu' critico e fondamentale degli ultimi due anni di corso specialistico. Qui non si vuole disconoscere il valore professionale degli specializzandi e la loro eventuale autonomia assistenziale, ma di voler ribadire l'imprescindibile e inscindibile rapporto di simbiosi ed interrelazione tra tutor e specializzando, tra maestro e discepolo della scienza e dell'arte medica, proprio negli ultimi istanti che precedono lo spiccare del volo specialistico. Purtroppo anche nel mondo accademico c'e' chi ancora non ha colto tutta la gravita' e la portata di questo cambiamento che, se riesce, e' veramente epocale e deleterio per tutti. Ma credo che sia inutile sbraitare e stracciarsi le vesti. Se si tratta di una battaglia, si deve combattere con i fatti e contrastare il duo Ka-Bi colpo su colpo.

Innanzitutto bisogna che Ka-Bi capisca che, seppure un po' "bulgara", l' Emilia Romagna e' ancora una regione italiana, e l'Italia e' ancora uno stato legale e di diritto. Pertanto, bisogna rifarsi alle leggi dello Stato in cui viviamo ed interpretarle in modo estensivo, ma non troppo. L'art. 1 del D.P.R. 162/1982 stabilisce che "Le scuole di specializzazione fanno parte dell'ordinamento universitario e concorrono a realizzare i fini istituzionali delle universita'". Questa e' la base di legge da cui si deve partire per ogni discussione sulle scuole di specializzazione. Il secondo punto deriva dall'art. 12 dello stesso D.P.R. dove si stabilisce, senza ombra di dubbio, che e' l'universita' a stabilire la durata del corso di studio, l'elenco delle materie obbligatorie di insegnamento, la loro distribuzione e la propedeuticita' nei diversi anni di corso, le attivita' pratiche da svolgere, le modalita' di frequenza delle attivita' didattiche e pratiche.
In sintesi si tratta di osservare, anche alla luce del riassetto delle scuole di specializzazione stabilito dal D.M. dell' 1 agosto 2005, come sia l'universita', per legge e diritto, a potere e dovere disciplinare gli obiettivi formativi ed i relativi percorsi didattici che portano al conseguimento del titolo di specialista.

A tentare di complicare e confondere una materia che peraltro appare ben chiara e definita, ci ha pensato il ministro della sanita', Livia Turco, con il beneplacito di quella nullita' istituzionale, almeno sui problemi di medicina, di Fabio Mussi. Il comma 4 dell'articolo 15 del DDL del 15 novembre scorso recita: "Al fine di favorire lo svolgimento di attività assistenziali funzionali alla acquisizione delle capacità professionali inerenti al titolo di specialista, di cui all’articolo 37 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368, la formazione di cui all’articolo 38, comma 3, del citato decreto legislativo n. 368/1999, dei medici in regola con l’acquisizione dei crediti formativi previsti dall’ordinamento didattico avviene, sentito il Consiglio della Scuola, a partire dal penultimo anno di iscrizione alla Scuola di Specializzazione, fermi restando gli obblighi didattici all’interno delle unità operative, costituenti la rete formativa di cui al comma 3, in possesso dei rapporti più elevati, in termini quantitativi e qualitativi, delle attività proprie della disciplina, risultanti dall’’anno precedente, e requisiti assistenziali formativi definiti ai sensi del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368, con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca del 29 marzo 2006, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 105 dell’8 maggio 2006."
Non c'e' che dire che il siluro la Turco ha provato a lanciarlo. Tuttavia, l'articolo 15 esordisce con "All'articolo 16 del DL 30 novembre 1992, n. 502 e successive modificazioni, dopo il comma 1 sono aggiunti i seguenti" tra cui, appunto il comma 4. Non si tratta quindi di una nuova legge ma di un completamento e modificazione della legge gia' esistente. Questo e' un punto fondamentale da capire. Nulla, in sostanza, e' cambiato per le scuole di specializzazione. Il duo Ka-Bi, mal per lui, deve inghiottire la legge dello stato che ancora assegna all'universita' il compito fondamentale di definire gli obiettivi formativi ed i relativi percorsi didattici delle scuole di specializzazione.

E' sufficiente, a mio avviso, che in questa fase di criticita' e conflittualita' in cui l'azienda ospedaliera vorrebbe tirare la coperta tutta dalla sua parte, i Consigli delle Scuole di Specializzazione deliberino in merito ed i loro Direttori mantengano la dovuta fermezza legale del pieno controllo degli specializzandi e del loro percorso formativo. Basta fermezza e chiarezza e vedremo il duo Ka-Bi ripiegare mugulando.

E poi dicono di volere l'integrazione. E' evidente il perche', non credete?