giovedì 30 ottobre 2008

L'azienda dei salumi




Questa mattina, alle ore 12, nell'aula magna delle Nuove Patologie, il dr. Augusto Cavina, Direttore Generale della nostra Azienda Ospedaliero-Universitaria "integrata", ha presentato, senza possibilita' di replica o di discussione, le linee guida del budget aziendale 2009.

Da un punto di vista tecnico e metodologico, la presentazione puo' essere apparsa ineccepibile. Da un punto di vista sostanziale e dei contenuti, la presentazione e' stata, come prevedibile, stucchevole ed inaccettabile.

Non credo che si possa accettare una presentazione di budget aziendale che tratti metodologicamente il proprio "prodotto" (la salute dei pazienti) come se si trattasse di produrre dei salami. L'amministratore delegato dell'Alcisa avrebbe potuto fare un'analoga presentazione di budget, riferendosi ai propri prosciutti, salami e mortadelle. Non credo che si possa trattare delle prestazioni sanitarie ed assistenziali ponendo come bonta' del risultato il numero delle prestazioni erogate. Senza una valutazione analitica della qualita' del risultato (morbidita' e mortalita', in primis) nessun numero puo' essere giudicato buono o cattivo.

Ma, in particolare, la presentazione di Augusto, ha brillato per alcune perle veramente "meritevoli":

- Siamo bravi, rispetto al passato, ha detto Augusto, perche' abbiamo aumentato il numero delle dimissioni, nonostante la riduzione dei posti letto. Fermo restando che i dati presentati (2007 vs. 1986) non sono comparabili a causa dei diversi volumi di degenze in day-hospital, sarei curioso di sapere quanti "pazienti diversi" sono stati realmente ricoverati e dimessi dal nostro policlinico. In teoria, io potrei anche avere ricoverato e dimesso, nel 2007, lo stesso paziente ben dieci volte, mentre nel 1986, ad esempio, il padre di quel paziente era stato ricoverato e dimesso una sola volta, seppure con un tempo di degenza piu' lungo. Se non si corregge il numero delle dimissioni per il numero dei ri-ricoveri, che senso ha vantarsi di questo numero? Mah!

- Altra perla della presentazione e' stata l'insistenza sull'integrazione, crescente ed ottimizzantesi, tra ospedale ed universita'. Piccolo particolare non chiarito: in un sistema integrato, in cui le singole parti svolgono funzioni diversificate ma equiparate, la retribuzione stipendiale puo' essere diversa, a solo svantaggio di una ed una sola delle componenti (quella dei medici universitari, per intenderci)? E qui, alla perla si e' aggiunta la ciliegina: basta che gli universitari ci mandino copia del loro stipendio, e noi (azienda) provvederemo all'equiparazione, ipse dixit!

- Terza perla del divus Augustus: da ora in avanti l'azienda dovra' potersi esprimere attivamente nella programmazione ruoli del personale docente universitario, sempre ed ovviamente in nome e sulla base dell'integrazione. Ma se il rapporto e' integrato e quindi bi-univoco, si e' forse dovuta o potuta esprimere la Facolta' di Medicina e Chirurgia sulle nomine di direzione delle unita' operative di oculistica, dermatologia, geriatria, medicina riabilitativa ecc...?

A dire il vero di perle ce ne sarebbero state anche altre, ma credo che queste tre siano sufficienti per de-qualificare la sostanza ed i contenuti della presentazione del Direttore Generale. E' mia convinzione che al Sant'Orsola non sia possibile realizzare nessuna integrazione paritaria. Pertanto, per non continuare a rodersi dentro inutilmente, credo che il progetto di una seconda facolta' medica, con un numero ridotto di ricercatori e docenti, dedita primariamente alla ricerca ed alla didattica, senza unita' operative assistenziali a direzione universitaria, ma con una ben codificata convenzione di consulenza (consultants o attending physicians) presso un "teaching hospital" gestito dalla regione, non sia piu' rimandabile.



sabato 25 ottobre 2008

Una buona legge




La legge 133 e' una buona legge per l' Universita' italiana.

Non voglio entrare nel merito della discussione riguardante la cosiddetta "riforma Gelmini" della scuola primaria e secondaria, ma limitarmi ai probabili effetti della legge 133 sul sistema universita'. Onestamente la strana e commista cordata dei "duemila di Santa Lucia", presenti ieri pomeriggio nell' Aula Magna della nostra Alma Mater mi ha lasciato alquanto perplesso, come altrettanto perplesso mi lascia il sottostante progetto Aquis cavalcato dal magnifico Calzolari.

Proviamo a ragionare un po' insieme ed a scendere nel concreto. Se la funzione dell'universita' e' quella di formare i giovani laureandi alla cultura, le scienze, l'economia ed il lavoro e di produrre ricerca ed innovazione allora io mi chiedo, limitatamente almeno alla nostra facolta' medica che meglio conosciamo, dove siano le strutture didattiche moderne ed all'avanguardia ed i laboratori di ricerca moderni ed all'avanguardia. Basta fare un giro tra le nostre aule vecchie, decrepite, impolverate, con finestre e tende che a volte si aprono ed a volte no, proiettori e computer che a volte ci sono a volte no, a volte funzionano a volte no, termosifoni rotti ed impianti di condizionamento inesistenti o malfunzionanti, lavagne luminose assenti o inutilizzabili, laboratori obsoleti con strumentazione scientifica inutilizzabile perche' priva di manutenzione, basta fare un giro, dicevo, per chiederci dove sia questa Alma Mater Studiorum da salvaguardare e tutelare dagli improvvidi tagli della 133. Di che cosa puo' aver paura un microscopio del 1970 che non viene manutentato da oltre 5 anni? Di che cosa possono aver paura una nera lavagna di regia memoria ed il suo bianco gessetto? Mah! Eppure dobbiamo difendere la didattica e la ricerca dai tagli della 133 e dal blocco del turn-over!

Riassumiamo brevemente: l'articolo 66 della legge 133 stabilisce che nei prossimi 3 anni potranno essere assunti con contratto a tempo indeterminato 1 lavoratore (docente o personale tecnico) ogni 5 pensionamenti (20%) e, dal 2012, 1 ogni 2 (50%); inoltre il fondo per il finanziamento ordinario (FFO) delle universita' italiane verra' progressivamente ridotto ogni anno (di 63,5 mln di euro per il 2009 fino a 455 mln di euro per il 2013).

Siccome nei prossimi 4 anni e' previsto un significativo numero di pensionamenti nell'universita' italiana, la possibilita' di assumere 1 solo docente o tecnico-amministrativo ogni 5 che vanno in pensione fa prevedere una riduzione del numero del personale nelle nostre universita'. E' indubbio, a mio avviso, che il costo per il personale universitario in l'Italia sia troppo alto, ingiustificato e non finalizzato. Ma non e' troppo alto perche' gli stipendi universitari sono alti, anzi, ma bensi' perche' ci sono troppi dipendenti universitari.

In Italia esistono 67 atenei statali. Mi spiegate cosa servono e cosa ci stanno a fare nel bel paese ben 67 universita' statali? Abbiamo veramente bisogno di 67 universita'? Io non credo proprio. E' ovvio che molte universita' potrebbero essere chiuse o accorpate. Non ci sono risorse, cultura e formazione per 67 atenei. Ecco allora che il nostro magnifico, appena ha odorato i tagli ai finanziamenti, ha proposto Aquis, l'associazione degli atenei piu' produttivi. L'Italia, sostiene Aquis, deve avere due categorie di universita' statali: quelle di serie A (19 atenei, tra cui ovviamente Bologna) e quelle di serie B o C (48 atenei). Produttivita', competitivita' e solidita' finanziaria sono le caratteristiche che distinguerebbero gli atenei virtuosi di serie A dagli altri, per via di "rigorosi requisiti oggettivi di qualita'". Sulla base di una sbandierata sostenibilita' finanziaria, questi virtusi atenei propongono al Governo un patto di stabilita', ovvero: si taglino pure i finanziamenti statali ai 48 ateni di serie B o C, ma si conservino intatti o aumentati quelli per gli atenei virtuosi.

Ma l'ateneo di Pier Ugo Calzolari e' veramente virtuoso? Che significa realmente sostenibilita' finanziaria? A mio avviso ha significato solamente garantire gli stipendi ai docenti e tecnici amministrativi, strutturati in modo a volte discutibile e clientelare, riducendo le spese per la didattica e la ricerca (88% del finanziamento FFO viene speso per gli stipendi, contro l'80% di 8 anni fa, +8% nell'era Calzolari!).

Non basta pagare gli stipendi al personale per essere un ateneo di serie A. Bisogna invece avere il coraggio di fare tagli al personale "inutile" e reinvestire in infrastrutture, didattica e ricerca. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che le risorse umane tecnico-amministrative impiegate nell'amministrazione centrale sono troppe. Bisogna riconoscere che ci sono troppi professori ordinari nel nostro corpo docente, in rapporto ai ricercatori. Bisogna ricreare una piramide meritocratica, non un cilindro asfittico. Bisogna riconoscere che certi corsi di laurea e certi insegnamenti, messi su per vari motivi ed interessi, vanno chiusi. Bisogna avere il coraggio di effettuare una seria revisione dei carichi didattici, con l'impegno di restituzione integrale del punto di budget per i settori sottodimensionati. Bisogna riqualificare ed irrobustire i fondi per la ricerca ex-60% e sostenere economicamente i giovani neo-ricercatori. Bisogna, cioe', scegliere ed assumersi delle responsabilita'. Solo questo rende un ateneo virtuoso. I criteri di Aquis sono l'ennesimo fumo negli occhi all'Italiana.

Per tutti questi motivi, la possibilita' di assumere un nuovo ricercatore ogni 5 ordinari che vanno in pensione non puo' che fare del bene al sistema, favorendo il trend dal cilindro verso la piramide. Per questo motivo i tanto paventati tagli al FFO (che raggiungeranno la quota massima di 455 milioni di euro nel 2013 contro la quota complessiva FFO stanziata di ben oltre 7 miliardi di euro) possono solo aiutare le universita' a fare una programmazione strategica che riduca il personale ed investa in ricerca e didattica. Solo l'offerta di ricerca e didattica puo' attrarre un maggior numero di studenti (oggi le immatricolazioni sono in pesante calo, oltre il 20% rispetto a pochi anni fa) in corsi di laurea ed insegnamenti qualificati e qualificanti e non nel corso di laurea o nell'insegnamento messo in piedi per interessi o favori incrociati, che nulla hanno a che fare con una seria e virtuosa programmazione didattica e di ricerca.

Mi dispiace molto che gli studenti ed i mass media non abbiano saputo o voluto affrontare i veri argomenti che minano le fondamenta fragili di un sistema di formazione che, minato dal 1968, deve ora ritrovare nuove basi ed obiettivi. Ed in tutto questo, la legge 133 si presenta come una buona occasione.

p.s.: allego alcune tabelle che riassumono come il nostro virtuoso ateneo sia ordinato, inquadrato e come spenda i propri soldi, tenendo in alta considerazione didattica e ricerca! (clickare sulle immagini per ingrandire, fonte: Bilancio Ufficiale Unibo 2007)








lunedì 20 ottobre 2008

Verso un'etica personalistica




In occasione del 110° Congresso Nazionale della Societa' Italiana di Chirurgia, in svolgimento a Roma, papa Benedetto XVI ha ricevuto i chirurghi in udienza speciale ed ha rivolto loro un interessante discorso che riporto. Credo offra spunti di riflessione per molti di noi.

Illustri Signori,

gentili Signore,

sono lieto di accogliervi in questa speciale Udienza, che si svolge in occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia. Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio saluto cordiale, riservando una speciale parola di ringraziamento al Prof. Gennaro Nuzzo per le parole con cui ha espresso i comuni sentimenti ed ha illustrato i lavori del Congresso, che vertono su un tema di fondamentale importanza. Al centro del vostro Congresso Nazionale vi è infatti questa promettente e impegnativa dichiarazione: "Per una chirurgia nel rispetto del malato". A ragione si parla oggi, in un tempo di grande progresso tecnologico, della necessità di umanizzare la medicina, sviluppando quei tratti del comportamento medico che meglio rispondono alla dignità della persona malata a cui si presta servizio. La specifica missione che qualifica la vostra professione medica e chirurgica è costituita dal perseguimento di tre obiettivi: guarire la persona malata o almeno cercare di incidere in maniera efficace sull’evoluzione della malattia; alleviare i sintomi dolorosi che la accompagnano, soprattutto quando è in fase avanzata; prendersi cura della persona malata in tutte le sue umane aspettative.

Nel passato spesso ci si accontentava di alleviare la sofferenza della persona malata, non potendo arrestare il decorso del male e ancor meno guarirlo. Nel secolo scorso gli sviluppi della scienza e della tecnica chirurgica hanno consentito di intervenire con crescente successo nella vicenda del malato. Così la guarigione, che precedentemente in molti casi era solo una possibilità marginale, oggi è una prospettiva normalmente realizzabile, al punto da richiamare su di sé l’attenzione quasi esclusiva della medicina contemporanea. Un nuovo rischio, però, nasce da questa impostazione: quello di abbandonare il paziente nel momento in cui si avverte l’impossibilità di ottenere risultati apprezzabili. Resta vero, invece, che, se anche la guarigione non è più prospettabile, si può ancora fare molto per il malato: se ne può alleviare la sofferenza, soprattutto lo si può accompagnare nel suo cammino, migliorandone in quanto possibile la qualità di vita. Non è cosa da sottovalutare, perché ogni singolo paziente, anche quello inguaribile, porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico. Il rispetto della dignità umana, infatti, esige il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione esso si trovi.

In questa prospettiva, acquista rilevanza primaria la relazione di mutua fiducia che si instaura tra medico e paziente. Grazie a tale rapporto di fiducia il medico, ascoltando il paziente, può ricostruire la sua storia clinica e capire come egli vive la sua malattia. E’ ancora nel contesto di questa relazione che, sulla base della stima reciproca e della condivisione degli obiettivi realistici da perseguire, può essere definito il piano terapeutico: un piano che può portare ad arditi interventi salvavita oppure alla decisione di accontentarsi dei mezzi ordinari che la medicina offre. Quanto il medico comunica al paziente direttamente o indirettamente, in modo verbale o non verbale, sviluppa un notevole influsso su di lui: può motivarlo, sostenerlo, mobilitarne e persino potenziarne le risorse fisiche e mentali, o, al contrario, può indebolirne e frustrarne gli sforzi e, in questo modo, ridurre la stessa efficacia dei trattamenti praticati. Ciò a cui si deve mirare è una vera alleanza terapeutica col paziente, facendo leva su quella specifica razionalità clinica che consente al medico di scorgere le modalità di comunicazione più adeguate al singolo paziente. Tale strategia comunicativa mirerà soprattutto a sostenere, pur nel rispetto della verità dei fatti, la speranza, elemento essenziale del contesto terapeutico. E’ bene non dimenticare mai che sono proprio queste qualità umane che, oltre alla competenza professionale in senso stretto, il paziente apprezza nel medico. Egli vuole essere guardato con benevolenza, non solo esaminato; vuole essere ascoltato, non solo sottoposto a diagnosi sofisticate; vuole percepire con sicurezza di essere nella mente e nel cuore del medico che lo cura.

Anche l’insistenza con cui oggi si pone in risalto l’autonomia individuale del paziente deve essere orientata a promuovere un approccio al malato che giustamente lo consideri non antagonista, ma collaboratore attivo e responsabile del trattamento terapeutico. Bisogna guardare con sospetto qualsiasi tentativo di intromissione dall’esterno in questo delicato rapporto medico-paziente. Da una parte, è innegabile che si debba rispettare l’autodeterminazione del paziente, senza dimenticare però che l’esaltazione individualistica dell’autonomia finisce per portare ad una lettura non realistica, e certamente impoverita, della realtà umana. Dall’altra, la responsabilità professionale del medico deve portarlo a proporre un trattamento che miri al vero bene del paziente, nella consapevolezza che la sua specifica competenza lo mette in grado in genere di valutare la situazione meglio che non il paziente stesso.

La malattia, d’altro canto, si manifesta all’interno di una precisa storia umana e si proietta sul futuro del paziente e del suo ambiente familiare. Nei contesti altamente tecnologizzati dell’odierna società, il paziente rischia di essere in qualche misura "cosificato". Egli si ritrova infatti dominato da regole e pratiche che sono spesso completamente estranee al suo modo di essere. In nome delle esigenze della scienza, della tecnica e dell’organizzazione dell’assistenza sanitaria, il suo abituale stile di vita risulta stravolto. E’ invece molto importante non estromettere dalla relazione terapeutica il contesto esistenziale del paziente, in particolare la sua famiglia. Per questo occorre promuovere il senso di responsabilità dei familiari nei confronti del loro congiunto: è un elemento importante per evitare l’ulteriore alienazione che questi, quasi inevitabilmente, subisce se affidato ad una medicina altamente tecnologizzata, ma priva di una sufficiente vibrazione umana.

Su di voi, dunque, cari chirurghi, grava in misura rilevante la responsabilità di offrire una chirurgia veramente rispettosa della persona del malato. E’ un compito in sé affascinante, ma anche molto impegnativo. Il Papa, proprio per la sua missione di Pastore, vi è vicino e vi sostiene con la sua preghiera. Con questi sentimenti, augurandovi ogni migliore successo nel vostro lavoro, volentieri imparto a voi ed ai vostri cari l’Apostolica Benedizione.


venerdì 17 ottobre 2008

Ieri in Facolta'




Riporto il testo della e-mail inviata oggi ai ricercatori universitari della Facolta' di Medicina e Chirurgia. Credo che possa essere di interesse e riflessione per tutti:

"" Il Consiglio di Facolta', nella seduta di ieri, ha approvato la programmazione ruoli "straordinaria" 2008/2009 nell'ambito dei 4,6 punti di budget attribuiti dal CdA e dal S.A. alla nostra Facolta' di Medicina e Chirurgia. Credo che molti di voi sappiano che non e' stato un parto facile. Tutti i passi formali della programmazione erano stati correttamente seguiti, e la proposta di programmazione era scaturita dalla decisione unanime del Collegio dei Direttori di Dipartimento, a seguito delle proposte pervenute dai singoli Consigli di Dipartimento.

Allora perche' si e' trattato di un parto difficile? Fondamentalmente per due motivi:

1. Il Rettore ed il Senato Accademico si erano raccomandati che i punti di budget fossero destinati alle particolari esigenze didattiche e scientifiche delle "chirurgie". E, di fatto, nella programmazione approvata dai Direttori di Dipartimento, ben 3,2 punti di budget sui 3,5 utilizzati venivano destinati a settori scientifici di area chirurgica generale o specialistica.

2. Nella programmazione approvata dai Direttori di Dipartimento non compariva nessun posto da ricercatore.

Il primo punto era stato visto da piu' parti, me compreso, come una ingerenza indebita ed inammissibile del rettore e del S.A. nella programmazione sovrana di ogni facolta ed una parallela inaccettabile accondiscendenza. Il secondo punto era stato visto come un comportamente miope nell'ottica strategica di sviluppo della facolta', oltretutto contrario ad un impegno precedentemente preso di riservare una quota del 30-40% dei punti di budget per l'arruolamento di nuovi ricercatori. Lo stesso Preside, prof. Stefoni, aveva pubblicamente ammesso di sentirsi "tra l'incudine ed il martello".

Un gruppo di trentadue firmatari, me compreso, con prime firme quelle di Stefano Fanti ed Uberto Pagotto, aveva fatto pervenire al Preside ed al Collegio dei Direttori di Dipartimento una lettera con il seguente testo:

"con la presente i sottoscritti sono a chiedervi di considerare, nell'ambito delle proposte da Voi formulate e che saranno sottoposte al voto di approvazione del Consiglio di Facoltà del 16/10 p.v., di destinare ALMENO il 40% del budget complessivo di 4.7 punti, recentemente assegnato alla nostra Facoltà dal CdA e dal Senato Accademico al reclutamento di nuovi ricercatori, con particolare attenzione per i settori scientifici sottodimensionati. Tale domanda nasce non solo dalla richiesta di riconoscimento di regole che la nostra Facoltà si è in passato stabilita riguardo le percentuali di budget da attribuire nella richiesta di nuovi ruoli, ma anche e soprattutto deriva dalla necessità di dimostrare che la nostra Facoltà recepisce il reclutamento universitario come di estrema urgenza e di priorità vitale in un momento così drammatico quale l’attuale per l’Università Italiana."

Apparentemente la lettera non sembra avere avuto successo. Se pero' guardiamo meglio che cosa e' accaduto possiamo tirare alcune conclusioni:

1. Abbiamo visto ed appreso come il nostro preside condividesse e supportasse la proposta. Non credo che chi lo conosce possa ritenere che abbia interessi congiunti con l'attuale rettore. Per cui c'e' probabilmente da credergli quando afferma che il concorso di I fascia per la chirurgia generale e la chirurgia cardiaca fossero da lui fortemente voluti per un piano di mantenimento e consolidamento strategico della nostra facolta' medica in seno al Policlinico.

2. Abbiamo visto ed appreso come il nostro preside tenga soprattutto alla compattezza ed unita' della facolta'. E questo credo sia un desiderio ed una volonta' condivisa.

Ma ovviamente non basta. I due problemi imprescindibili nello sviluppo programmatorio della nostra facolta' restano:

1. reclutamento di forze nuove e giovani: ricercatori

2. distribuzione dei punti di budget con priorita' per i settori scientifici sottodimensionati

Nessuno di questi due punti e' stato soddisfatto dall'attuale programmazione straordinaria. Ma grazie alla lettera inviata, e sopra riportata, grazie agli interventi precisi e puntuali occorsi ieri durante la seduta, e grazie penso anche al mio intervento, si e' ottenuto che nel verbale della seduta di ieri venisse chiaramente ed inequivocabilmente espressa la "raccomandazione" che: (A) nella programmazione ordinaria interna di ogni dipartimento venga indicato al primo posto il concorso per l'assunzione di un ricercatore universitario, (B) nel Consiglio dei Direttori di Dipartimento vengano ritenute prioritarie le esigenze dei settori scientifici obiettivamente sottodimensionati.

Credo si tratti di una importante conquista. Sta ora ai singoli consigli di dipartimento far si' che cio' prenda forma, ed alle prossime sedute del consiglio di facolta' far si che gio' si attualizzi. Il buon Stefoni credo abbia colto il vero senso di queste proposte, che forse per la prima volta cercano di andare al di la' delle logiche e degli interessi dei singoli gruppi per affermare una strategia di sviluppo corale.

La facolta' deve conservare memoria di cio' che avviene e di cio' che si assume come impegno. Credo che sia compito anche dei 215 ricercatori fungere da "hard disk" dinamico pronto a rendere immediatamente vivo, disponibile e pressante questo impegno. In fondo in questa facolta' ci dobbiamo continuare a vivere per altri 20 anni. In essa faremo la nostra meritata progressione di carriera con norme e regole, alla definizione delle quali, noi stessi ricercatori ed assistenti universitari abbiamo attivamente contribuito.

Un cordiale saluto,


Stefano Brillanti ""


giovedì 2 ottobre 2008

Elezioni S.A. e C.d.A.: un problema




L' articolo 48 della nostra Costituzione recita:

"Il voto è personale ed eguale, libero e segreto"


L' articolo 6 del decreto rettorale di indizione delle elezioni per il rinnovo del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione della nostra Universita' recita:

1. Per le operazioni elettorali di cui al presente decreto, l’Ateneo rende disponibili sul Portale di Ateneo (www.unibo.it) apposite procedure telematiche mediante le quali è possibile presentare e sottoscrivere una candidatura, ottenere la stampa del certificato elettorale ed esercitare il proprio diritto di voto.
2. L’accesso alle procedure telematiche si effettua attraverso le proprie credenziali istituzionali di Ateneo (Directory Service di Ateneo: username - nella forma nome.cognome@unibo.it - e password), da qualunque postazione connessa alla rete internet.

Il problema appare molto semplice: le modalita' di voto, uniche ed imprescindibili, approntate e sapientemente messe in atto dall'attuale amministrazione centrale della nostra Alma Mater, garantiscono il diritto-dovere che ogni singolo voto sia espresso in modo assolutamente personale, libero e segreto? Non sembra un problema da poco, visto tutto quello che teoricamente puo' accadere in una stanza non controllata dietro ad un computer collegato ad internet. Chi puo' garantire con assoluta certezza e sicurezza che ogni singolo elettore abbia eseguito, lui stesso propriamente, l' accesso remoto telematico, con la sua user ID e password, alla procedura di voto ed abbia potuto esprimere, sempre in una stanza qualunque non controllata, il suo voto in modo assolutamente libero, non influenzato da alcuno e da alcunche'. Chi puo' garantire l'assoluta non rintracciabilita' digitale telematica del voto espresso, ovvero la segretezza dello stesso?

Certamente un forte dubbio di garanzia costituzionale pesa sulle elezioni del S.A. e CdA. Penso che valga la pena rifletterci seriamente.


mercoledì 1 ottobre 2008

In memoria




Paul Newman
(1925-2008)