domenica 28 dicembre 2008

Natale in Terra Santa




Le vittime civili dell'attacco israeliano nella striscia di Gaza costituiscono un crimine di guerra secondo tutte le norme dei diritti umani e del diritto internazionale.

La mancanza di proporzionalita' tra la "colpa" dei militanti di Hamas e la "pena" inflitta dall'attacco dell'esercito israeliano, unitamente alla punizione collettiva e agli atti contro le popolazioni civili, costituiscono crimini di guerra secondo la Convenzione di Ginevra ed ogni norma di diritto naturale.

L'Universita' di Bologna non puo' tacere.


mercoledì 24 dicembre 2008

Et Verbum caro factum est




Auguri di un Buono e Santo Natale. Al di la' delle critiche un po' qualunquiste sulla banalizzazione delle festivita' natalizie, proprie della societa' consumista, credo che un augurio sincero di Buon Natale sia quanto di piu' vero possiamo farci reciprocamente.

Non penso che esista un significato vero del Natale o da dare al Natale. Il Natale non e' un mistero da svelare e comprendere, e' semplicemente la memoria di un fatto. Un fatto, non un credo, un pensiero, una religione, una gnosi.

Semplicemente un fatto: Gesu' Cristo, figlio di Dio, e' nato nel mondo.


sabato 20 dicembre 2008

Finalmente a casa




E bravo Pier Ugo Calzolari! Meduni e' sempre stato molto critico sull'operato dell'attuale rettore, ma la volonta' con cui l'anziano e malato Calzolari, ed il pro-rettore vicario Busetto, hanno voluto insistere e tener duro sull'eta' massima di pensionamento per i docenti universitari va elogiata.

Grazie al suo insistere, il rettore ha ottenuto dal senato accademico e dal consiglio di amministrazione l'approvazione del limite massimo di eta' lavorativa a 70 anni, invece di 72. In un periodo di tagli drastici al fondo di finanziamento ordinario per l'universita' (circa 40 milioni di euro per la nostra Alma Mater), questo recupero di 14-16 milioni era indispensabile. Si parla tanto di aumentare e favorire il turn-over all'universita', di favorire l'inserimento dei giovani, ma poi, quando si prende una sacrosanta decisione come questa, ecco sorgere la levata di scudi della casta degli ordinari.

Come sempre, il rinnovamento va bene quando riguarda gli altri, mai quando tocca il nostro piccolo interesse personale. Complimenti al prof. Martinelli che ha pubblicamente sostenuto la bonta' della decisione.

Molto meno significativa, piu' demagogica e fondamentalmente ingiusta e' stata, invece, la riduzione delle indennita' stipendiali per i presidi, i direttori di dipartimento ed i membri del senato accademico, sempre approvata dal CdA. Chi lavora attivamente per il funzionamento della cosa pubblica non dovrebbe farlo volontariamente, ma la cosa pubblica dovrebbe riconoscergli almeno un'indennita' per questo.

Ritornando alla decisione del limite massimo per il pensionamento dei docenti a 70 anni, appare patetico il tentativo di giustificarne la permanenza con il bene, l'utile, l'esperienza che tali docenti possono ancora fare e dare. Se a 70 anni non sei stato in grado di creare una scuola, di circondarti di allievi capaci e di affidare e demandare a loro la guida del tuo operato, allora sei un docente non cosi' utile e capace da dover rimanere a sottrarre uno stipendio ad un giovane. Se invece sei stato capace di fare cio', hai gia' dato e fatto abbastanza per l'universita' ed e' giusto che ti accomiati. Con un turn-over legato al 35-50% dei pensionamenti, e' inutile parlare di innovazione se non si accelerano i pensionamenti.

Interessante notare come abbiano reagito i candidati al futuro rettorato dell'universita' alla decisione del limite a 70 invece di 72 anni: Braga, Grandi, Sassatelli si sono dichiarati a favore, Segre' a mezza strada, Cantelli Forti e Dionigi contrari. Ne va, di conseguenza, che su un tema cosi' importante, si sono gia' delineati alcuni tratti dei candidati. Sicuramente legati al potere della casta e del potere organizzato sono apparsi Cantelli Forti e Dionigi, finora ne' carne ne' pesce Segre', non un fulmine di guerra Sassatelli, decisamente piu' rinnovatori Braga e Grandi. Quando a giugno dovremo concretamente votare per il nuovo rettore, varra' la pena di ricordarsi di questo passaggio.


domenica 14 dicembre 2008

Una facolta' da riscrivere




Le indagini del pm Cieri sulla vicenda "concorsopoli", che ha coinvolto il Settore Scientifico Disciplinare MED/09 (Medicina Interna), si sono concluse con la richiesta di rinvio a giudizio per molti dei professori universitari coinvolti. L'esito era scontato, dato il sistema di predeterminazione dei vincitori, proprio della casta degli ordinari universitari che controllano e pilotano tutti i concorsi dell'accademia. I vari Bartoli, Corinaldesi, Stanghellini e Vaira si sono trovati "scoperti" per via di una serie di intercettazioni telefoniche predisposte per altra indagine. Si sono cioe' trovati "pescati" in una rete tesa per altri motivi.

Analoga situazione sarebbe successa se nella rete fossero finite altre intercettazioni, riguardanti telefonate di professori universitari coinvolti in valutazioni comparative concorsuali riguardanti altri settori scientifici disciplinari. In un settore che conosco bene, quello MED/12 (Gastroenterologia), da anni tutti i concorsi nazionali locali sono stati pilotati e predeterminati. Quella sorta di associazione chiamata CONAGEOS, che raggruppa i professori ordinari di gastroenterologia italiani, ha sempre predefinito i candidati da eleggere nelle commissioni e predeterminato a tavolino, con logica di lottizzazione, sia il vincitore sia l'idoneo, per ogni concorso locale da svolgere. Il grande manovratore, l'analogo del Bartoli della medicina interna, e' stato ed e' ancora il prof. Francesco Pallone, dell'Universita' di Roma Tor Vergata. La sola differenza e' che non sono state intercettate le telefonate utili per poter incriminare anche codesti signori.

Il sistema di concorsopoli e' ancora talmente vivo e vitale, che se non fosse intervenuta la Gelmini a scombinare le carte della composizione delle commissioni concorsuali, tutti i concorsi in fieri avevano gia' la commissione predeterminata ed i vincitori prefissati.

Non credo si possa sostenere che poiche' il sistema e' cosi', anche se palesemente illegittimo ed illegale, lo si dovrebbe accettare. Questo sistema e' inaccettabile e, di conseguenza, dovrebbero essere inaccettabili i vincitori di concorsi recenti o passati in cui i reati di falso ideologico ed abuso di ufficio, perpetrati da uno o piu' commissari, sono palesi ed ovvi.

Invito, al riguardo, a rileggere il nostro post del 23 giugno 2007: Concorsopoli: una riflessione.

Anche questa vicenda supporta la necessita' di riscrivere la nostra facolta' di medicina e chirurgia. L'esodo dei ricercatori universitari e dei giovani professori associati verso una nuova realta' universitaria, lontana dal Policlinico e da Bologna, sulla base di progetti e programmi di ricerca e formazione precisi e definiti e' sempre di piu' l'unica via possibile.

Onestamente, chi di noi ha voglia di rimanere incancrenito nel Policlinico Sant'Orsola Malpighi e nei fattiscenti edifici preclinici per i prossimi vent'anni? Io no, e come me siamo in molti.

Armiamo la prora e salpiamo verso oriente!


giovedì 11 dicembre 2008

Quando la corporazione non basta




Le corporazioni delle arti e mestieri erano delle associazioni, create a partire dal XII secolo in molte città italiane ed europee, per regolamentare e tutelare le attività degli appartenenti ad una stessa categoria professionale. Esse si fondavano sul sodalizio dato dal giuramento che impegnava i loro membri all’assistenza reciproca e alla difesa degli interessi comuni. Indipendentemente dalle diversità e dal coinvolgimento politico più o meno profondo, il compito primario di ogni corporazione era la difesa del monopolio dell’esercizio del proprio mestiere e chi lo praticava pur non essendovi iscritto veniva considerato, dalla corporazione, un lavoratore che costituiva un potenziale pericolo verso gli iscritti.

In assenza di uno stato di diritto e democratico, rappresentato e rappresentativo delle diverse realta' sociali, le corporazioni permettevano ai loro membri di nominare dei propri rappresentanti in grado di sedersi ai tavoli del potere decisionale. Si trattava, in sintesi, di una forma di "democrazia partitica" ante-litteram.

Il sistema della democrazia partitica funziona quando sono garantiti alcuni elementi essenziali: la chiarezza e trasparenza dell'appartenenza e degli interessi e valori da tutelare, il sistema della rappresentanza supportata per cui pochi sono a prendere decisioni in nome e per conto di chi li ha nominati, ma, soprattutto, la condivisione di obiettivi ed ideali super-partes e la disponibilita' ad accettare compromessi per un bene superiore.

E' evidente che se un sistema prevede un esecutivo decisionale ristretto, che non debba costantemente rendere conto del proprio operato ad una base allargata, e nel quale la distribuzione ed assegnazione degli utili personali ed individuali per i molti deriva, a pioggia o a cascata, dal volere dei pochi al vertice, allora e' naturale e logico prevedere al suo interno delle corporazioni forti e compatte in grado di occupare le posizioni di potere e di vertice. Un sistema di questo tipo, cioe' di un potere organizzato in modo rigidamente piramidale, all'interno del quale si organizzano e strutturano tante altre piccole piramidi, e' in grado in qualunque momento di far riversare verso il vertice un consenso che parta dalla base. In ultima analisi, un sistema piramidale, rigidamente strutturato, puo' svolgere progetti e programmi di sviluppo e di espansione che, se anche frutto iniziale degli interessi e dei voleri di pochi, puo' riversare vantaggi per tutti, trattandosi per l'appunto, di progetti e programmi che comportano sviluppo ed espansione.

Se pero' il sistema si configura non piu' come una piramide, ma bensi' come un cilindro, senza tante piramidi minori organizzate al suo interno, o con solo una parte di se' organizzata internamente in piramidi, nel quale i vertici non sono piu' in grado di assicurare e distribuire gli utili personali ed individuali alle basi, allora il controllo dei vertici sulle basi diventa piu' problematico. La problematicita' si rivela soprattutto quando, formalmente, legittimamente e legalmente, il sistema deve richiedere alle basi di riversare il proprio consenso, ad esempio elettorale, verso l'alto. In un sistema cosi' configurato, l'operato delle corporazioni, soprattutto se non e' trasparente e permeabile, rendendosi conto di non potere raggiungere e condizionare i veri e grandi poteri decisionali ed esecutivi, comporta inesorabilmente l'interesse non per lo sviluppo e l'ampliamento delle risorse disponibili, ma, bensi', solamente l'accaparramento e la distribuzione delle risorse esistenti. In altri termini, un sistema cilindrico, che sia condizionato da corporazioni interne, non risulta in grado di svolgere progetti e programmi di sviluppo e di espansione, soprattutto a causa di veti incrociati e mancanza di visioni lungimiranti e super-partes.

Quando poi le risorse esistenti scarseggiano e diminuiscono, un sistema in grado solo di mantenere lo "status quo", in cui prevale la logica "mors tua, vita mea" e l'immobilismo, diventa insostenibile, poiche' fonte di miseria e depauperamento per tutti i singoli individui che lo compongono. Nella necessita' vitale di slanciarsi verso lo sviluppo e l'espansione, ogni corporazione, che in modo miope remi contro, rappresenta un problema da superare. Il superamento non prevede necessariamente la lotta alla corporazione. Elementi illuminati delle corporazioni possono comprendere la necessita', vitale ed utile per tutti e per ognuno, di superare il particolarismo e, trasversalmente, guidare la nave verso lo sviluppo e l'espansione. Diversamente, il sistema, per sopravvivere, tendera' inesorabilmente a rigettare le corporazioni.

La base, svincolata da obblighi e riconoscenze verso i vertici, puo' innescare un movimento di ristrutturazione che causi anche un vero terremoto. Quando non c'e' piu' niente da perdere o guadagnare, l'istinto di sopravvivenza puo' portare i singoli individui ad azioni anche violente e di rottura. Perche' il sistema non imploda e non collassi, vittima del suo immobilismo cieco, non esistono poi molte soluzioni. O si collabora insieme per obiettivi migliori di sviluppo ed espansione, o si collassa insieme e dalle macerie emerge un nuovo ordine e sistema, o il sistema si divide, con una parte che emigra verso nuovi obiettivi, programmi e prospettive. La prima soluzione sarebbe, a tutti gli effetti la migliore ed auspicabile, ma onestamente non credo che il sistema italiano della medicina universitaria, del nostro ateneo e della nostra facolta' sia veramente in grado di seguirla. Restano pertanto le due soluzioni piu' dolorose e traumatiche, ma inevitabili. La soluzione dell'esodo di una parte giovane e progressista verso terre, ad esempio romagnole, di sviluppo ed espansione sembra la piu' logica ed auspicabile. Se pero', il sistema fara' di tutto per boicottarla, allora l'implosione sara' violenta ed estremamente traumatica.

In fondo, la storia insegna che quando un sistema non sa evolvere, evolve per forza al suono delle trombe rivoluzionarie. Credo che nel clima elettorale per il nuovo rettore della nostra Alma Mater, e di fronte ai continui attacchi che danneggiano la nostra facolta' di medicina e chirurgia, sia opportuno fermarsi a riflettere ed agire di conseguenza.


giovedì 4 dicembre 2008

Senza via d'uscita ?




La medicina clinica universitaria e' senza via d'uscita. L' azienda integrata ospedaliero-universitaria, con i suoi dipartimenti ad attivita' integrata (DAI), rappresenta il punto di passaggio verso la regionalizzazione della formazione medica. Bastano, a mio avviso, poche considerazioni per rendersi conto del percorso "one way" obbligato.

La medicina, come professione clinica, richiede il diretto contatto informativo e formativo con il malato, e puo' quindi essere appresa solamente dove l'assistenza viene esercitata, ovvero nell'ospedale. Di fronte all'aumentare della vita media ed alle maggiori opportunita' che la moderna medicina offre per allungare la quantita', anche se non sempre la qualita', della vita, la domanda di sanita' da parte della popolazione e' destinata inevitabilmente ad aumentare. La risposta dell'offerta ospedaliera sara' sempre piu' rivolta alla patologia acuta e verra' erogata in modo sempre piu' rapido e sbrigativo (obiettivo ideale di performance di ogni unita' operativa e' infatti la minor durata della degenza, indipendentemente dall'esito).

Non avendo tempo per pensare, messo oltretutto spalle al muro dalla medicina difensiva, al medico verra' sempre piu' richiesto un comportamento totalmente allineato ed appiattito sulle linee guida e le procedure aziendali. Non sono ammessi, in una rapida e veloce catena di montaggio, personalismi ed individualismi. La lotta al personalismo ed all'individualismo comporta, di riflesso, il disincentivo ad ogni atteggiamento o comportamento che, seppur lungi da -ismi, affermi anche solo indirettamente personalita' ed individualita'.

La cosiddetta ricerca clinica sara' sempre piu' una ricerca orientata e finalizzata su obiettivi prestabiliti e preconfezionati, in cui i pazienti servono per la casistica ed i medici svolgeranno gli stessi compiti che gia' da anni all'estero svolgono gli infermieri coordinatori.

Tutto questo e' logico e forse giusto in un ospedale del territorio che deve essenzialmente soddisfare, in modo rapido e sbrigativo, la domanda crescente di sanita' che proviene dal territorio stesso. Ma tutto questo come si concilia con la creativita', la personalita', l'individualita' e la dignita' del ricercatore universitario che vuole sperimentare e ricercare cose e vie nuove? Semplicemente non si concilia. Si tratta di due sistemi diversi.

La ricerca del sapere e' per sua natura libera e tende a nuove conoscenze mediante ipotesi poste al vaglio della prova, dell'esperimento. La ricerca libera puo' produrre o non produrre risultati, anche dopo molti e lunghi sforzi. La ricerca dell'ospedale e nell'ospedale non puo' permettersi di investire tempo, uomini, mezzi, denaro e risorse in ricerca che non sia "committed" e finalizzata. Pertanto questa ricerca non puo' avvenire nell'ospedale. La ricerca di base non-traslazionale e la ricerca clinica non-finalizzata non possono trovare posto dentro l'ospedale di comunita'.

Senza ricerca libera, senza laboratori, il ricercatore non puo' formarsi mentalmente ed umanamente a quell'amore per il sapere che e' la base fondamentale di una didattica formativa che trasudi di esperienza vissuta. Pertanto, il ricercatore universitario di medicina, convenzionato con il servizio sanitario ed equiparato, per mansioni, al dirigente medico ospedaliero non puo' trovare nell'ospedale di comunita' il posto adeguato e funzionale per svolgere il proprio lavoro.

Passati i 45 anni di eta', passa anche fisiologicamente l'amore per la ricerca e per la scoperta. Le esigenze di vita mutano e mutano anche gli interessi e le esigenze economiche individuali e familiari. Allora il ricercatore universitario che e' riuscito in qualche modo a diventare professore associato e poi, eventualmente, ordinario, si rivolge a quella struttura ospedaliera che ha in precedenza detestato come l'unica possibilita' concreta che gli puo' offrire visibilita' e ritorno professionale. L'incardinamento nella struttura ospedaliera, come direttore di Struttura Semplice Dipartimentale o, meglio, di Unita' Operativa diventa il modo per avere visibilita' e pubblicita' nei confronti della popolazione dei pazienti che a lui, divenuto primario, si rivolgono in attivita' libero-professionale.

Poiche' poi la sanita' pubblica e' gravata da lunghe liste di attesa, la visita medica specialistica privata dal primario, in un ambito di completo conflitto di interesse del singolo medico e della struttura in toto, schiude al paziente la facilita', talvolta illegale ed illegittima, di un percorso agevolato nei meandri della sanita'. Il professore universitario incardinato nell'ospedale riesce cosi' a percepire sia lo stipendio a tempo pieno sia i proventi della professione sia puo' utilizzare le risorse pubbliche assistenziali per agevolare, in modo talvolta poco trasparente, i propri pazienti privati. A quel punto e' talmente commisto con il mondo dell'ospedale che dei discorsi di ricerca libera e di didattica formativa che trasuda di esperienza di ricerca vissuta non gliene puo' poi interessare piu' di tanto. Anzi le rivendicazioni dei ricercatori universitari, che si oppongono alla straripante assistenza non funzionale alla ricerca ed alla didattica, sono sostanzialmente contrari ai suoi interessi.

Nel complesso, quindi, gli interessi dell'ospedale non sono conciliabili con gli interessi della ricerca libera universitaria, e gli interessi dei professori associati o ordinari, con incarichi di direzione di struttura semplice o unita' operativa, collimano invece con gli interessi dell'ospedale, strumento indispensabile per il loro profitto.

In tutta questa dinamica, i ricercatori universitari che vogliono fare ricerca di base o clinica libera ed indipendente e che amino una didattica formativa vissuta e di alto livello, si trovano schiacciati tra l'incudine ed il martello dell'ospedale e dei loro direttori.

Non esistono soluzioni semplici, anzi in questo sistema non esistono soluzioni. Solo una medicina universitaria che si riappropri della ricerca e della didattica, sulla base di una convenzione universita'-ospedale che preveda programmi e progetti di ricerca e di assistenza, funzionale alla ricerca e trasversali, puo' aprire una nuova via ad una strada senza uscita.

Svincolati dalla struttura fagocitante, rinunciatari delle lusinghe di advertisement che una struttura che porti il loro nome di direttore puo' dare, i nuovi medici universitari, liberi di esercitare la loro professione medica fuori dalla struttura, ma impegnati nella struttura sulla base di progetti e programmi definiti da precise convenzioni, potranno ritrovare il modo di fare ricerca e didattica che solamente puo' rilanciare la medicina universitaria del nostro paese.

Invece di ipotizzare autogoverno o prorettori, i candidati al futuro rettorato potrebbero proporre un Programma Pilota della Facolta' di Medicina in cui ricercatori e docenti motivati trovino un rapporto di "consultant" con un teaching hospital, ad esempio della Romagna, sulla base di una precisa convenzione, dove insegnare, ricercare ed assistere (quindi con facilities mediche e chirurgiche flessibili a disposizione) in modo nuovo ed innovativo.

Diventare rettore oggi non e' facile. I ricercatori universitari aspettano proposte concrete e innovative, non i soliti programmi e progetti che, gira gira, sono finalizzati a mantenere uno status quo che e' funzionale solo agli ordinari e direttori. Ed aspettano proposte tese a riportare la facolta' di medicina in seno all'Universita', in profonda comunione tra medicina clinica e medicina pre-clinica.

Cari candidati rettori, se volete il voto dei ricercatori universitari, fatevi avanti.