giovedì 30 aprile 2009

Rettore: Meduni sceglie Ivano Dionigi




A dodici giorni dal voto per l'elezione del Magnifico Rettore dell'Universita' degli Studi di Bologna, credo sia giusto ed opportuno manifestare la propria scelta elettorale in modo trasparente.

Come abbiamo gia' detto in precedenza, la rosa era stata da noi ristretta a tre candidati:

Dario Braga (56 anni, bolognese, professore ordinario di Chimica Generale ed Inorganica, Facolta' di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali),

Giorgio Cantelli Forti (65 anni, bolognese, professore ordinario di Farmacologia, Facolta' di Farmacia) ed

Ivano Dionigi (61 anni, pesarese, professore ordinario di Lingua e Letteratura Latina, Facolta' di Lettere e Filosofia).

A questo punto, dato che il voto dovra' essere unico e secco, Meduni indica in Ivano Dionigi il proprio candidato che votera' e che invita a votare.

Le motivazioni di questa scelta, non facile, risiedono in alcune considerazioni che abbiamo fatto e che elenchiamo in ordine non prioritario e che, ovviamente sono personali:

Dario Braga e' sicuramente un candidato interessante. Ha un programma apparentemente innovativo e fortemente meritocratico, ipotizza soluzioni anche ardite che piacciono ai piu' giovani. Appare un po' naive e talvolta naif. E' uno scienziato, quindi pragmatico. Forse e' piu' adatto a fare il rifinitore in un settore specifico (ad esempio il pro-rettore alla ricerca) che a dirigere ed organizzare un'intera universita' in un momento di profondi cambiamenti a 360 gradi. Non sempre il pragmatismo e l'atteggiamento positivista e' sufficiente per affrontare i grandi viaggi.

Giorgio Cantelli Forti e' un candidato con le palle. Scienziato e manager, grande organizzatore, ottimo curriculum di programmi portati a termine. Il suo handicap: e' anagraficamente vecchio ed appare l'espressione piu' forte dei vecchi ordinari. Ha 65 anni, se gli vogliamo dare un mandato ampio, dobbiamo prospettare almeno 8 anni. Tra 8 anni, Cantelli Forti avra' 73 anni: out! E' nostra profonda convinzione che a 70 anni tutti gli universitari debbano andare in pensione, rettore compreso. E' evidente, inoltre che non possiamo condividere, e fortemente bocciamo, la sua difesa ad oltranza del pensionamento a 72 anni per gli ordinari: e' sbagliato culturalmente, politicamente e moralmente. Inoltre, Cantelli Forti e' una minestra riscaldata: ha gia' perso la corsa al rettorato nove anni fa. Infine appare vicino e forse influenzabile da ambienti lobbistici. Sorry Giorgio, ma non fai per noi.

Ivano Dionigi appare, a nostro avviso, l'uomo piu' giusto per il momento giusto. Innanzitutto e' un umanista e non uno scienziato. Uomo di profonda cultura, siamo convinti che per navigare la trasformazione organizzativa e culturale, che l'Universita' dovra' affrontare nei prossimi anni, serva piu' cultura "classica" e meno "scienza pragmatica". Inoltre, non siamo convinti della necessita' di un rettore-manager con la valigia che prende l'Alta Velocita' tutte le settimane per andare a Roma a fare il pieno di euro. Amiamo scommettere su di un rettore che voli alto culturalmente, che ami la dignita' e l'identita' dell'universita' e degli universitari al punto da far si' che non sia l'Universitas che debba andare a Roma, in Comune, in Provincia o in Regione a perorare e pietire, ma che venga cercata da Roma, dal Comune, dalla Provincia e dalla Regione. Infine, il fatto che sia estraneo al mondo pragmatico scientifico-positivista ed apparentemente non invischiato in lobby corporative ci sembra in questo momento un buon biglietto da visita.

Ivano, in bocca al lupo, per te e per tutta l'Alma Mater Studiorum!


domenica 26 aprile 2009

Quel pasticcio della Societa' Medica Chirurgica




La Societa' Medica Chirurgica bolognese, presieduta dal prof. Luigi Bolondi, nell'ambito degli incontri del sabato mattina sui progressi della medicina e della chirurgia a Bologna, presso la sede dell' Archiginnasio, ha organizzato, il 18 aprile scorso, la seduta di cui riportiamo il programma:




Gia' un paio di settimane prima, nella seduta dedicata ai progressi della radiologia, vi erano state qualche scintille e malumori a causa della sproporzione di spazi, tempi e visibilita' dati ad alcuni relatori rispetto ad altri. Ma questa volta la vicenda ha assunto toni piu' decisi, precisi ed incisivi.

Come sappiamo, la pneumologia universitaria bolognese vive da anni grazie alla costante ed estenuante opera del prof. Mario Fabbri. La sua "esclusione" dai relatori della Societa' Medica Chirurgica ha indotto il prof. Fabbri a scrivere una lettera al prof. Bolondi:


" Egregio Dott. Rasciti,

La prego di esprimere al Prof. Bolondi, con cui non riesco a parlare, la mia sorpresa più viva per avermi escluso dalle relazioni che verranno tenute sabato 18 aprile presso la Società Medica e Chirurgica di Bologna.

La mia sorpresa deriva dal fatto che sono l'unico Professore Associato in Pneumologia di questa Facoltà e che questa branca venga rappresentata dal solo Dott. Schiavina mi lascia sorpreso e logicamente amareggiato.

Saluti,

Prof. Associato di Pneumologia, Università degli Studi di Bologna,

Mario Fabbri. "


Lo sgarbo, verosimilmente non involontario, riservato al prof. Mario Fabbri non e' passato sotto profilo. Molti docenti della nostra Universita' sono intervenuti apertamente contro questo "pasticcio", affermando il proprio rammarico e la propria stima ed il proprio affetto per il prof. Mario Fabbri.
Ricordo: Ada Dormi, Alessandro Faenza, Andrea Bolognesi, Beatrice Passarini, Benilde Cosmi, Carlo Ventura, Roberto De Giorgio, Elisabetta Caramelli, Ferdinando Bersani, Giovanni Romeo, Giuseppe Mazzella, Maria Carla Re, Maria Giulia Battelli, Maria Grazia Maioli, Marina Marini, Michelangelo La Placa, Paolo Pillastrini, Raffaele Bugiardini, Vincenzo Stanghellini, Renata Bartesaghi, Riccardo Meliconi

Riporto il testo della mia lettera inviata a Mario Fabbri, che sottopongo a riflessione:


Caro Mario:

Comprendo e condivido la tua amarezza, anche se, onestamente, non ne risulto sorpreso.


E' inutile negare che nella Facolta' di Medicina della nostra Universita' esiste da molti anni il problema della Pneumologia. La Facolta' non ha saputo e voluto schierarsi per una Pneumologia universitaria, come invece , ad esempio, ha saputo e voluto schierarsi per una Radiologia Universitaria (vedi Zompatori).


E' evidente che il cosiddetto "salotto buono" della medicina bolognese, costituito dalla Societa' Medico Chirurgica, non puo' che rispecchiare questa situazione. La Societa' Medico Chirurgica e' storicamente fortemente lobbizzata, e tu, caro Mario, non sei nella lobby e della lobby, mentre Schiavina si'. Luigi Bolondi, oggi molto meno libero ed autonomo di un tempo, non poteva o voleva o sapeva imporre e sostenere la tua presenza.


L'argomento, decisamente spiacevole ed increscioso, che si somma ad altri fatti, piu' o meno recentemente avvenuti in Societa', di sbilanciamento di visibilita' e spazi a favore di tizio invece che di caio, sottolinea un clima generale di tentato "revanscismo" della lobby, presente a molti e vari livelli, che tende il piu' possibile a limitare chi della lobby non e'. Ovviamente questo clima non ha nulla a che spartire con la liberta' e la meritocrazia a 360 gradi, ma solo con la valorizzazione dei meriti dei propri membri.


Stiamo attenti, pertanto, anche a non impelagarci in una scelta di un candidato rettore che sia troppo legato o condizionabile dalla lobby, se vogliamo una Alma Mater veramente libera e meritocratica!

Un caro saluto,


Stefano Brillanti



p.s.: un po' di basso livello il commento del prof. Luigi Bolondi, presidente della Societa', in merito all'accaduto: " Sono comunque contento che La Società Medica Chirurgica, completamente ignorata da tutti fino a pochi anni fa, sia oggi in grado con le sue scelte, di suscitare un tale dibattito. E' il risultato che speravo. "


lunedì 13 aprile 2009

Endorsement




Il dovere politico, sociale e morale dell' "endorsement".

Mancano 29 giorni alle elezioni per la nomina del Magnifico Rettore della nostra Universita'. Un impegno fondamentale per ogni accademico dell'Alma Mater e per ogni medico universitario in particolare. Un impegno che non puo' prescindere da un attivo coinvolgimento politico, sociale e morale. Come tutti sappiamo, i candidati allo scranno di Magnifico Rettore sono ben sette (!). Lo stile strisciante dei molti don Abbondio col camice che circolano nel nostro Policlinico fa dire che "sono tutti bravi", "vanno tutti bene". Ben pochi appaiono disposti ad esporsi, esprimendo il proprio "endorsement" per un candidato.

Nulla di piu' sbagliato e di piu' falso. Il fatto che venga eletto un rettore invece che un altro condizionera' in maniera indelebile i prossimi otto anni della nostra vita accademica. Fra otto anni non sappiamo neanche se vi sara' piu' una medicina universitaria. Pertanto, non e' possibile che vadano "tutti bene"

Meduni, in modo personale autonomo ed indipendente, ha deciso di manifestare apertamente il proprio endorsement, il proprio gradimento, supporto ed appoggio, procedendo in due tappe:

Prima tappa: eliminazione di quei candidati che per vari motivi non appaiono in grado, del tutto o in parte, di supportare gli ideali di identita', dignita', autonomia ed indipendenza dell' Universitas Studiorum e della Medicina Universitaria nei prossimi 4-8 anni.

Quindi fuori quattro: Barbiroli, Grandi, Sassatelli, Segre'. Sorry, ma questi candidati non ci interessano. Nulla di personale, ovviamente, ma scegliere si deve

Ne restano tre che, al momento, Meduni intende supportare, nel seguente ordine di gradimento:

1. Dionigi

2. Cantelli Forti

3. Braga

A circa dieci giorni dal voto, Meduni sciogliera' la riserva indicando, motivatamente, quale candidato sara' il candidato preferito. Non credo abbia senso sostenere che il voto del 12 maggio sia una "elezione primaria", in cui ognuno possa e debba votare in modo sciolto e secondo l'umore. L'elezione del rettore e' un evento troppo importante perche' possa essere paragonato ad un televoto via sms.

Chi vogliamo come rettore e perche'? Questa e' la domanda da porsi, che dovra' guidare in modo univoco e mirato il nostro voto sin dalla tornata iniziale. Non scherziamo con il nostro futuro!


domenica 12 aprile 2009

Christos anesti, alithos anesti!



Beato Angelico (1447-1450)


giovedì 2 aprile 2009

La riverenza perduta




La questione del pensionamento dei professori ordinari a 70 anni invece che a 72 e’ diventata un tema ed argomento “sensibile” in questa campagna per la elezione del nuovo Magnifico Rettore dell’Alma Mater. L’intervento di alto profilo e spessore del prof. Enrico Roda, a commento del post “Magnificent Seven”, dimostra come non si possa e non si debba liquidare il tema in modo breve, demagogico e populista. Sostanzialmente, il prof. Roda rivendica e sostiene l’applicazione di un metodo virtuoso che premi il merito, indipendentemente dall’eta’, e che non addossi agli anziani le colpe di tutto un sistema, che riconosce, ma che vede da condividere a tutti i livelli.

Teoricamente, il suo ragionamento appare condivisibile, ma risulta figlio di un pensiero razionalista che vede il divenire universitario come il frutto dell’operato dei singoli individui, indipendenti, autonomi ed autodeterminati, che in un libero agone si confrontano con pari mezzi e pari opportunita’, ed in cui sia la dura legge della selezione accademica a decidere chi si impone, meritevolmente, e debba quindi essere autorizzato a restare fino a quando sia in grado di offrire positivita’ a tutto il sistema. Un simile ragionamento presenta analogie con la decantata logica del “libero mercato” e della “globalizzazione” che, in ambito economico e finanziario, avrebbero dovuto generare autonomamente i meccanismi virtuosi di autoregolamentazione, favorendo cosi’ le realta’, situazioni e condizioni piu’ meritevoli. E’ inutile dire come sia andata a finere la totale deregolamentazione della finanza e dei mercati.

Fra le tante cause possibili della crisi dell’universita’ italiana vi e’, a mio avviso, anche un altro denominatore, piu’ profondo, indeterminato ed ancestrale: il cannibalismo dei padri nei confronti dei figli. Cerco di spiegarmi meglio. Nelle societa’ ancestrali e primitive i figli erano visti come un mezzo utile al sostentamento, una “ricchezza” da utilizzare, un investimento per il futuro. Tale ricchezza ed investimento si basava sulla incondizionata autorita’ del padre-padrone che, in condizioni di difficolta’ e carestia poteva ricorrere anche a cibarsi dei figli. Le fiabe di pollicino, di Hensel e Graetel, tanto per citare alcuni esempi “insospettabili”, contemplano l’abbandono ed il cannibalismo nei confronti dei figli come una pratica possibile in caso di necessita’. In fondo, il dominio del padre sui figli era fino a non molti secoli fa alquanto simile al dominio del padrone sugli schiavi: diritto di vita e di morte.

Il cristianesimo, con il concetto della uguaglianza di tutti gli uomini in quanto tutti figli del Padre ed amati dal Padre ha scardinato radicalmente il concetto di padronanza dell’uomo sull’uomo, rivendicando la liberta’, l’identita’ e la dignita’ di ogni uomo in quanto tale (“non siete piu’ servi, ma figli”). Questo valore fondamentale, introdotto da Cristo, si basa sull’amore del padre verso il figlio, e non puo’ mai piu’ concepire il concetto di schiavitu’, servitu’, dipendenza e, a maggior ragione, cannibalismo. Senza questo salto culturale e morale delle coscienze non si puo’ capire come la civilizzazione abbia saputo ripudiare il “sacrificio umano” come forma di alleanza col divino e di redenzione.

Cosa c’entra tutto questo col pensionamento degli ordinari a 70 anni? A mio avviso c’entra e cerchero’ di spiegarlo. Se la cella formante della societa’ e’ la famiglia, basata sul rapporto di rispetto ed amore reciproco fra i suoi membri, la cella formante dell’accademia universitaria e’ la “scuola accademica”. Figlia della bottega dell’arte medievale e rinascimentale, la scuola accademica si basa e si fonda sulla figura del maestro e degli allievi. E’ il maestro che forma gli allievi, che trasmette loro l’arte ed il mestiere, creando un vincolo reciproco di stima, rispetto e riconoscenza molto vicino e simile a quello esistente nella famiglia. Grati del dono ricevuto, gli allievi si sentono spontaneamente in dovere di rispettare, proteggere, direi riverire, il loro maestro di scienza e vita. E’ interesse del maestro circondarsi degli allievi migliori, perche’ solo in quel modo deriva l’utile comune e condiviso per tutta la scuola. Ed e’ interesse degli allievi quello di preservare il piu’ a lungo possibile il maestro, in grado di continuare a trasmettere insegnamenti di scienza e vita fino a tarda eta’.

Se questo e’ il modello dell’accademia universitaria, e’ evidente che questo modello si basa sulla valorizzazione del merito del gruppo (la scuola) e non sulla valorizzazione aprioristica del teorico merito del singolo. Senza bottega dell’arte non avremmo avuto il rinascimento, senza scuole non avremmo avuto l’accademia universitaria.

Ma il rapporto maestro-allievo va al di la’ della mera trasmissione del sapere e dell’arte. La famiglia accademica della “scuola” si sostiene anche sull’affetto del maestro per l’allievo, maestro che come un padre vuole il meglio per il suo figlio. Se e’ indiscutibile che le scuole accademiche dei “baroni” di trent’anni fa vedevano al loro interno atteggiamenti che obiettivamente apparivano di sudditanza e servilismo, e’ anche vero che il barone-maestro investiva sulla propria scuola come cassa di risonanza e di lustro suo e per i suoi allievi. La grandezza di un barone si vedeva dalla scuola che aveva saputo creare e dall’abilita’ di sapersi circondare dei migliori allievi. L’affetto e la stima che il meastro nutriva per i suoi allievi, mai visti come potenziali oscuratori della sua brillantezza, lo portava ad impegnarsi per la progressione di carriera e la sistemazione e gratifica professionale degli stessi. Per citare un esempio che conosco bene, gli allievi del prof. Luigi Barbara erano gia’ tutti ordinari e direttori di struttura complessa a circa 45 anni di eta’, mentre gli allievi dei suoi allievi, oggi, a 60 anni, anche se alcuni gia’ ordinari, non ricoprono alcuna direzione di una unita’ operativa complessa. Forse sono cambiati i tempi, ma non mi sento di affermare, ad esempio, che Vincenzo Stanghellini sia meno meritevole di Roberto Corinaldesi o Giuseppe Mazzella di Enrico Roda.

Abbandonando le esemplificazioni concrete, che peraltro mal si adattano a sostenere la mia tesi, abbiamo assistito nel passaggio dai baroni ai baroncini, avvenuto negli ultimi venti anni, al perdersi del concetto di scuola accademica, frutto della simbiosi reciproca fra maestro ed allievi. E la responsabilita’ va a mio avviso ascritta ai baroncini che non hanno saputo maturare al punto da divenire maestri. L’utile della scuola e’ stato sostituito dall’utile individuale, per cui, nella programmazione ruoli, gli ordinari, in modo miope e non lungimirante, spesso intimoriti dal circondarsi di persone valide e meritevoli che potessero offuscare la loro flebile luce, non hanno favorito e sponsorizzato la progressione di carriera dei migliori ed hanno minato alla base l’ambiente culturale e scientifico della bottega dell’arte della scuola. Svendendosi per poche lenticchie, hanno fatto inoltre si’ che l’humus della ricerca che pervadeva il Policlinico negli anni settanta ed ottanta fosse soppiantato dall’attuale ambiente di lavoro che in nessun modo incentiva a produrre ricerca. Inoltre, con un atteggiamento cannibalico, hanno continuato a sfruttare e a nutrirsi dei loro “figli” accademici, sapendo di non poterli (e volerli) proteggere, nutrire e far progredire e sapendo di non avere nulla di concreto da offrire loro.

Tutto questo scempio ha fatto si’ che nel nostro Policlinico scomparissero le scuole accademiche. Sarei curioso di sapere quali e quanti istituti, centri o dipartimenti del nostro Policlinico possono oggi definirsi scuole scientifiche di ricerca e formazione di livello internazionale. Quali e quanti sono i fellow stranieri che fanno domanda di afferenza presso i nostri centri? Spesso, poi, il fallimento delle scuole e’ stato tale che all’ uscita di scena del baroncino si e’ dovuto ricorrere alla nomina di un direttore proveniente dall’esterno, per la mancanza di allievi in grado di subentrare. I migliori, spesso, se n’erano gia’ andati.

Ebbene, dopo tutto cio', dopo aver fatto fallire delle vere “aziende” quali erano le scuole dei baroni, uomini che sapevano condividere con i propri allievi anche i proventi derivanti dalla libera professione, oggi ci sentiamo dire che se vogliamo salvare il salvabile dobbiamo permettere che gli ordinari vadano in pensione a 72 invece che a 70 anni. Come se in due anni “magici” potessero rimediare a tutto quello che hanno combinato in vent’anni.

Il problema di fondo e’ che questa generazione di ordinari, troppo spesso impavidi e scodinzolanti, ha fallito di fronte alla storia, alla scienza ed agli uomini. Hanno rinnegato la scuola per se stessi. Abolendo le regole della scuola hanno deregolamentato l’accademia con una conseguenza molto simile alla crisi finanziaria dovuta alla deregolamentazione del libero mercato. Avendo fallito come uomini, il tenerli in carica due anni di piu’ prolungherebbe il fallimento e la bancarotta. L’unica salvezza e’ che se ne vadano al piu’ presto, soprattutto prima di potere estendere la propria ombra fallimentare anche sui prossimi concorsi di idoneita’ nazionale. Ed il momento e’ solo adesso, domani sarebbe troppo, troppo tardi anche per le future generazioni.

La riverenza si merita, questi ordinari, purtroppo, l’hanno perduta. Certamente esistono eccezioni lodevoli, ma sempre di eccezioni si tratta. Il problema e’ sicuramente molto complesso e profondo, come ha evidenziato il commento del prof. Roda. Purtroppo, pero’, anche analizzandola, la soluzione di voler mandare in pensione gli ordinari a 70 anni sembra molto meno demagogica e populista di quanto possa apparire in prima battuta. Se un candidato rettore non riesce a cogliere questi punti, mi chiedo seriamente se meriti di essere votato.


mercoledì 1 aprile 2009

L'Universita' arretra




Oggi, 1 aprile 2009, si e' conclusa l'avventura della Medicina Interna universitaria all'Ospedale Bellaria. Dopo oltre 20 anni, dopo la direzione del compianto prof. Giorgio Assuero Lanfranchi, il prof. Paolo Vezzadini, Ordinario di Medicina Interna (MED/09) della nostra Alma Mater va in pensione. Lascia la direzione della Unita' Operativa di Medicina Interna da lui diretta per tanti anni presso l'Ospedale Bellaria.

L' Ausl di Bologna ha deciso di accorpare la sua U.O. con quella del bravo e valente primario ospedaliero dott. Roberto Zoni. Nulla da dire ne' da eccepire, se non che, di fronte ad una pletora di ordinari o aspiranti tali di medicina interna in waiting-list per una direzione di una struttura assistenziale, vedere scomparire un Allegato B fa un po' riflettere.

Facolta', dove sei?