lunedì 27 luglio 2009

Probabilmente a casa a 70 anni




I lettori di Meduni sanno come la nostra posizione sia sempre stata contraria al mantenimento in servizio attivo dei professori ordinari, dopo il compimento dei 70 anni di eta', e dei professori associati, dopo il compimento dei 68 anni di eta', senza eccezioni ( vedi: http://meduni.blogspot.com/2008/12/finalmente-casa.html ). Su tale tema sensibile si e' giocato, probabilmente, parte della elezione a rettore Giorgio Cantelli Forti, favorevole a garantire la persistenza in servizio dell'establishment degli ordinari.

Ora, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2009 del 16 luglio, depositata il 24 luglio, si e' pronunciata dichiarando:

" l'illegittimità costituzionale dell'art. 2, comma 434, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2008), nella parte in cui si applica ai professori universitari per i quali sia stato disposto il collocamento fuori ruolo con formale provvedimento amministrativo e che hanno iniziato il corso del relativo periodo. "

In sintesi, dopo lunga ed attenta disanima, il provvedimento dell'abolizione del fuori ruolo, sancito dalla legge n. 244 del 24/12/2007, e' stato giudicato illegittimo, dalla Corte Costituzionale, SOLAMENTE per i professori universitari che a quella data (dicembre 2007) erano gia' stati collocati fuori ruolo. Questo significa, quindi, che l'abolizione del fuori ruolo e' da considerarsi LEGITTIMO per tutti i professori ordinari che hanno compiuto, compiono e compiranno gli anni dopo il dicembre 2007.

Bene ha fatto, quindi, il nostro Ateneo, con l'attuale rettore, a voler confermare anche l'applicazione della legge per il pensionamento dei docenti universitari dell'Alma Mater, e ben poche possibilita' di successo sembrano avere, a questo punto, i vari ricorsi ai TAR, attualmente in corso.

Prepariamoci ad un rinnovamento sostanziale del nostro Policlinico e dei Dipartimenti preclinici nei prossimi mesi/anni. Contemporaneamente, auguriamo un Happy Retirement a tutti i neo-pensionati, certi che molti di essi non verranno rimpianti.


venerdì 24 luglio 2009

Mediocri anche per il ministero




Il MIUR ha deciso le assegnazioni del 7% del FFO (circa 525 milioni di euro) alle universita' italiane secondo un criterio "meritocratico", basato sulla valutazione della qualita' della didattica e della ricerca.

La qualita' della didattica e della ricerca degli atenei italiani e' stata valutata dal CNVSU e dal CIVR, secondo parametri oggettivi, e questa valutazione e' servita al MIUR per stilare la graduatoria delle universita' italiane, cui assegnare, in modo differenziato, i fondi.

Tutti noi ricordiamo l'autoreferenzialita' di Aquis, della prolusione di Pier Ugo Calzolari all'inaugurazione dell'Anno Accademico, le affermazioni ridondanti di Paola Monari e le esternazioni di Andrea Cammelli, tutte a sostegno di una "eccellenza" indiscussa ed indiscutibile della nostra Alma Mater. Ebbene, dopo la classifica indipendente del Sole 24 Ore, anche la classifica "ufficiale" del Ministero relega l'Universita' di Bologna in una posizione di piena mediocrita' fra gli atenei italiani (16° posto).

Questa ulteriore conferma fa meglio comprendere come la guida del rettore Pier Ugo Calzolari, negli ultimi anni, sia stata mediocre ed appena sufficiente. Forse, rispecchia il quadro di decadenza generale che si respira nella nostra citta', dove l'eccellenza non si sa proprio dove andarla a scovare!

Occorrono uomini nuovi, con identita' e dignita' forte, ed indipendenti, che corrano all'unisono come puledri di razza.

L'augurio e' che il nuovo rettore ed il futuro, probabilmente nuovo, preside della nostra facolta' sappiano guidare il carro verso quegli "splendori" che solo vent'anni fa conoscevamo. La decisione, ad esempio, di Ivano Dionigi di invalidare, di fatto, tutta la procedura di selezione per il nuovo Direttore Amministrativo dell'Universita' di Bologna, bandita e condotta dall'attuale rettore, fa capire come la tanto temuta continuita' Calzolari-Dionigi non sia poi cosi' reale e fa ben sperare sulla condotta del nuovo magnifico.

Al contrario, occorre, con urgenza, un nuovo Direttore Generale del nostro Policlinico, dopo le ripetute "magre" dell'attuale (vedasi la vicenda con il prof. Roda, per esempio), un Direttore Generale scelto in pieno accordo con il Rettore e con la Facolta' di Medicina, e non imposto dalla regione. Vedremo in tempi brevi.

Intanto: AAA... uomini nuovi cercansi


giovedì 23 luglio 2009

Inversione ad U




Riporto l'articolo dell'editorialista de La Stampa, Luca Ricolfi, ordinario presso la facolta' di Psicologia dell'Universita' di Torino, uscito oggi sul quotidiano torinese. Credo che offra interessanti spunti di riflessione ed autocritica per tutti i docenti, in particolare per i colleghi impegnati nella commissione "270":

" Sulla scuola e l’università ognuno ha le sue idee, più o meno progressiste, più o meno laiche, più o meno nostalgiche. C’è un limite, però, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite è costituito dalla nuda realtà dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate. Quale che sia l’utopia che ciascuno di noi può avere in testa, la realtà com’è dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che è, anziché ostinarci a travestire con i nostri sogni.

Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all’ennesimo dibattito pubblico su scuola e università, bocciature e cultura del ’68, un dibattito dove - nonostante alcune voci fuori dal coro - la nuda realtà stenta a farsi vedere per quella che è. La nuda realtà io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realtà non si può dire, è politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilità offese.

Io vorrei dirla lo stesso, però. La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.

Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.

Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività).

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa.

Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.

Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Già, perché la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale.

Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare - dalla prima elementare! - a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati. "

... altro che scandalizzarsi per la campagna pubblicitaria "Le Fantastiche 4"!


lunedì 13 luglio 2009

Quando la classifica e' scomoda




Dopo un mese di pausa, ritorna Meduni.

La notizia di oggi e' ghiotta. Il Sole 24 Ore, quotidiano di riconosciuta serieta' ed autorevolezza, ha elaborato la sua classifica 2009 delle universita' italiane. Dopo esserci sorbiti per mesi l'autoincensamento per il 192° (!!!) posto mondiale, primo italiano, della nostra Alma Mater nel ranking mondiale 2008 stilato dal Times Higher Education (THE), improvvisamente la nostra universita' si trova sprofondata al 20° posto fra le universita' italiane.

Tutti noi sappiamo come le classifiche vadano sempre interpretate con le molle, ma non credo sia corretto aggrapparsi solo ai risultati delle classifiche che soddisfano. L'analisi compiuta dal Sole 24 Ore sembra precisa e dettagliata. Importanza si e' dato soprattutto ad indicatori di ricerca e di impiego post-laurea (immediata e' stata la lettera inviata a tutti da Andrea Cammelli a salvaguardia dell'operato e dell'osservatorio della "sua" AlmaLaurea).

In dettaglio, il Sole 24 Ore ha utilizzato 10 diversi indicatori:

1. Talenti
2. Attrattivita'
3. Dispersione
4. Inattivita'
5. Laurea nei tempi
6. Studenti per docente (affollamento)
7. Occupati a tre anni
8. Ricerca / Personale
9. Ricerca / Fondi
10. Ricerca / Fondi esterni

Obiettivamente, sembrano indicatori ben pesati e calibrati per valutare la qualita' di un ateneo. Arrivare ventesimi in Italia, sulla base di questi parametri, appare alquanto deludente, anche perche' nella classifica la nostra Alma Mater risulta il peggior ateneo della regione Emilia-Romagna! Quindi, non sembrerebbe un problema emiliano-romagnolo (Modena e Reggio Emilia risulta al secondo posto!), ma bensi' un problema di decadenza prettamente felsinea.

Questa Bologna "sazia e disperata" non e' piu' in grado di eccellere in molti, tanti campi e, pertanto, non deve sorprendere piu' di tanto se non riesce a produrre cultura e formazione di alto livello.

Fareste iscrivere vostro figlio alla nostra universita'? Una risposta, scevra dal bias di poterlo in qualche modo "aiutare", urge sincera e squillante!