mercoledì 30 dicembre 2009

2009 Distinguished Awards




2009 Meduni Distinguished Awards


Best

1. Ivano Dionigi
2. Dario Braga
3. Carlo Cipolli
4. Emilio Ferrari
5. Antonio Daniele Pinna


Worst

1. Augusto Cavina
2. Sergio Stefoni
3. La Compagnia delle Opere
4. Gianni Plicchi
5. Giorgio Cantelli Forti


sabato 26 dicembre 2009

Natale in Terra Santa





A un anno dal massacro Piombo Colato


venerdì 25 dicembre 2009

Buon Compleanno, Gesu' Cristo!




giovedì 24 dicembre 2009

Facciamo gli auguri: perche'?




In questi giorni dell'anno, di massima inflazione e banalizzazione dello scambio degli "auguri", riportiamo uno scritto di don Tonino Bello, meritevole di meditazione:

" Carissimi,

non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi "Buon Natale" senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l'idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l'ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.

Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.

Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.


Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.


Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l'inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.


Giuseppe, che nell'affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.


Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità, incapace di vedere che, poco più lontano di una spanna, con l'aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.


I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell'oscurità e la città dorme nell'indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere "una gran luce" dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.

I pastori che vegliano nella notte, "facendo la guardia al gregge" e scrutano l'aurora, vi diano il senso della storia, l'ebbrezza delle attese, il gaudio dell'abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l'unico modo per morire ricchi.


Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza "


Semplice riflessione




Pubblichiamo una lettera ricevuta ieri:

" Egregio Dottor Brillanti,

ho avuto occasione di leggere la Sua “Lettera aperta a Giovanni Bissoni”. Da oltre 36 anni opero presso l’Ospedale Maggiore di Bologna e il susseguirsi d’insediamenti di Direttori Generali mi hanno portato ad analizzare il criterio di meritocrazia con il quale venivano imposti alla guida dell’Azienda questi fedelissimi, Sì perché la caratteristica principale richiesta per occupare un posto di nevralgica importanza strategica è quella della fedeltà al partito che prevale nella Regione di reclutamento. Perché non solo la scelta Regionale oculata determina la carica di Direttore Generale, ma tutti coloro che a livello dirigenziale determineranno l’organizzazione aziendale sarà impostata più sul criterio politico che manageriale/meritocratico.

Naturalmente queste mie affermazioni non sono passate inosservate, all’interno dell’Azienda e le posso garantire che questo mio dissenso non è stato interpretato come un contraddittorio costruttivo, ma come insubordinazione, praticamente mettere in evidenza le carenze dei Dirigenti, che pur di raggiungere i remunerativi obbiettivi non disdegnano di aggirare abilmente alcune normative alimentando l’insorgere di errori latenti, è interpretato come “sputare nel piatto in cui si mangia” e per questo, a due anni e mezzo dal pensionamento, non mi trovo certo in una posizione molto felice: isolata, con una fama costruita ad hoc decisamente poco edificante, ecc.

Personalmente, dopo aver scritto parecchio senza ricevere risposte, non saprei più a chi indirizzare una lettera per avere chiarimenti sull’operato dei Responsabili preposti al Sistema Gestione Qualità, che dovrebbero aggiungere valore all’organizzazione e che magari hanno semplicemente creato un complesso burocratico di procedure e registrazioni che non riflettono la realtà di come l’organizzazione opera effettivamente e che servono solo ad aumentare i costi senza risultare utili, praticamente non “aggiungono valore”, ma riescono abilmente a dimostrare il contrario.

Il mio è orami un semplice e rassegnato sfogo di un semplice assistente amministrativo che ha creduto, nel suo piccolo ma con una spiccata etica professionale, di poter contribuire lealmente e
democraticamente al cambiamento di un sistema decisamente già troppo radicato, dove concedere privilegi anziché diritti ai subalterni lo ha portato ad una sorta di omertosa immunità.

RingraziandoLa per la cortese attenzione saluto cordialmente. "

Lettera firmata


domenica 20 dicembre 2009

Una penisola MMC




Inaugurato ieri, sabato 19 dicembre, nell'Aula Magna di Santa Lucia, il novecentoventiduesimo anno accademico della nostra Universita' degli Studi. Come previsto e giusto, ampio risalto sulla stampa odierna. I vari giornalisti hanno colto e riportano aspetti diversi sia della relazione del Magnifico Rettore, Ivano Dionigi, sia dell'intera cerimonia di inaugurazione.

Riteniamo che il discorso del Rettore sia stato talmente profondo ed articolato che ogni riporto sarebbe arbitrario. Pertanto, lo riportiamo integralmente, con l'invito a leggere attentamente ed a riflettere. La profondita' di un umanista ci appare l'unica vera garanzia per un rilancio reale dell' Universitas, e ci conferma e gratifica.

Nella relazione ci sono piaciuti soprattutto i concetti di "penisola", contrapposta ad "isola", detto a braccio, e la triade fondante ed inscindibile di memoria, morale e cultura (MMC).

A tutti, buona lettura e meditazione:


UNA COMUNITA’ RESPONSABILE


SALUTI

Autorità, docenti e personale tutto dell’Università, studenti, signore e signori: siate benvenuti all’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.

Un saluto particolare ai miei due predecessori coi quali, a diverso titolo, ho collaborato: Pier Ugo Calzolari – cui, convalescente, tutti noi rivolgiamo un affettuoso pensiero e un augurio – che ci ha lasciato un Ateneo sano e proiettato nella Ricerca; Fabio Alberto Roversi Monaco che vent’anni or sono ha rimesso in marcia questo Ateneo imponendolo all’attenzione della scena nazionale e internazionale, come – oltre a quest’Aula Magna da lui voluta – la stessa Piazza Maggiore potrebbe testimoniare, ricordando quel 18 settembre 1988, quando 400 Rettori da tutto il mondo hanno sottoscritto il testo della Magna Charta Universitatum appena riecheggiato da quello straordinario attore e caro amico che è Toni Servillo.

PREMESSA

Dopo 49 giorni di mandato non ho, ovviamente, una relazione retrospettiva da sottoporvi; né intendo affaticarvi coi numeri del Bilancio approvato in questi giorni: costretto a fare i conti con i severi tagli imposti dalla finanziaria e pertanto a porre la sfida sul terreno delle idee e delle risorse umane, ma ben consapevole che altre persone debbono misurarsi con realtà più dure quali la cassa integrazione e la stessa disoccupazione, e che quindi scontano difficoltà più drammatiche della nostra Università. Non vi parlerò neppure delle funzioni specifiche e delle attività istituzionali dell’Università (ricerca, didattica, relazioni internazionali, rapporti col mondo produttivo) né delle loro modalità organizzative: sono altri i luoghi e i consessi deputati a questi temi, ai quali per altro i Pro Rettori stanno intensamente lavorando.

Non posso non soffermarmi, seppure brevemente, su alcune questioni centrali dell’azione di governo (quali lo sviluppo edilizio, il Multicampus, le chiamate illustri, l’Amministrazione, il Disegno di Legge Gelmini)

lo sviluppo edilizio. Ci sono Facoltà ed aree scientifico-tecnologiche in emergenza (le Chimiche, Farmacia e Biotecnologie, Ingegneria al Lazzaretto). Qui una domanda preliminare è d’obbligo: vogliamo continuare a parlarne o fare? Se vogliamo realizzare, oltre a ripartire con la politica dei mutui, dobbiamo – in epoca di riduzione di risorse e di organici – riesaminare e rimodulare progetti ispirati al gigantismo e maturati in epoca di abbondanza;

la struttura del Multicampus. Esperienza originale e sostanzialmente riuscita, con alcune sedi, strutture e iniziative di alta qualità (che già celebrano il loro ventesimo compleanno). Il Ministero dovrà capire e ricordare che la rinuncia a una seconda Università ha consentito ciclopici risparmi; noi, che è tempo di razionalizzare e consolidare solo ciò che vale (nelle Romagne come a Bologna). Nel riordino saranno convincenti solo quelle soluzioni integrate che vedono le cosiddette sedi decentrate come parti del tutto e non come il tutto delle parti, e che saranno ispirate a indirizzi e criteri unicamente culturali e accademici;

le chiamate illustri. Mentre tutte le nostre capacità organizzative dovranno essere dedicate a valorizzare pienamente i talenti e le esperienze di tutto il personale, strutturato e non, l’Università dovrà promuovere, in collaborazione con altre istituzioni private e pubbliche (a partire dalla Regione), un’azione straordinaria per competere con gli altri grandi atenei europei e internazionali nel reclutamento dei ricercatori più affermati: al fine di orientare le strutture verso traguardi più ambiziosi, attrarre risorse, trasmettere rigore, passione, entusiasmo;

l’Amministrazione. Per una realtà complessa come l’Alma Mater (5 sedi, 80.000 studenti, 23 Facoltà e 71 Dipartimenti) senza un’Amministrazione competente e leale si rischia la paralisi. Oltre a rivedere tutta la struttura amministrativa e a riconfigurarla all’interno del nuovo redigendo Statuto, dovremo tenere la barra su questi due punti: distinzione dei compiti gestionali dagli indirizzi politici e valorizzazione delle competenze interne. A questo proposito, confidiamo nel nuovo Direttore Amministrativo, dottor Giuseppe Colpani, che – qui presente – saluto con vero piacere;

il Disegno di Legge Gelmini. Dovrà emergere un duplice atteggiamento. Un primo atteggiamento doverosamente dialogico e anche dialettico nei confronti del Governo, convinti da un lato che la riforma dell’Università è necessaria e urgente, e dall’altro che essa va condotta in porto non senza di noi o nonostante noi, ma con noi. Di qui, dopo la pausa natalizia, un confronto ravvicinato per approfondire ed emendare il testo - sia con tutti i parlamentari delle sedi su cui insiste l’Alma Mater sia con lo stesso Governo, riprendendo la strada per Roma. Il secondo atteggiamento teso a riconfigurare la morfologia istituzionale dell’Ateneo sia nelle sue articolazioni culturali sia in quelle organizzative: non in modo camaleontico e gattopardesco, ma innovativo e dinamico. A noi la scelta: conservare, baloccandoci su privilegi e rendite parassitarie, o aggiornare l’agenda guardando avanti: con il futuro nel sangue.

A questo proposito, da gennaio, ci metteremo all’opera con una Commissione tecnica di Ateneo e con gruppi di lavoro nelle diverse aree disciplinari. E chi avrà più filo tesserà.

Con questi due comportamenti potremo – come per il passato – diventare interlocutori reali e apportare un contributo di primo piano alla Riforma Universitaria.


UNIVERSITA’ DEGLI STUDENTI E DEI PROFESSORI

Resisterò tuttavia alla tentazione di parlare distesamente di questi temi appena enunciati, preferendo concentrarmi e limitarmi, in questi 30 minuti, a una riflessione su studenti e professori: una riflessione che, mentre configura direzione e timbro del mio mandato, renda altresì conto di alcune presenze e particolarità della cerimonia odierna.

Come articolare, ordinare, e identificare le questioni più urgenti e ricorrenti che ritmano il dibattito sull’Università? (ricambio generazionale, rapporti col mondo esterno, formazione di ricercatori e operatori delle professioni, reperimento di risorse, meritocrazia). E come vanificare la duplice accusa – ingiusta, volgare e indiscriminata - secondo la quale noi universitari saremmo tutti o inutili o corrotti?

Credo che nel pensare come nel fare giovi attenerci a un principio - per così dire - cartesiano: distinguere ciò che è possibile e fattibile da ciò che non è possibile e fattibile; ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi.

Se siamo convinti che al centro dell’Università sono gli studenti e che sia i Professori che tutta l’Amministrazione hanno il compito di seguirli, vediamo ciò che chiama in causa la nostra responsabilità e ciò che chiama in causa la responsabilità di altri.

Ci sono questioni che non dipendono da noi: alcune delle quali sono simili a quelle che i Greci chiamavano adynata (“gli impossibili”).

Esempi?

Reclutare direttamente, senza concorso, studiosi di valore;

differenziare gli stipendi in base alla bravura;

licenziare chi non lavora;

competere alla pari, nelle classifiche internazionali, con chi ha finanziamenti cinque volte in più e studenti cinque volte in meno;

mantenere il livello di qualità attuale in presenza di un perdurante turn over docente ridotto di fatto a meno del 50%;

non sforare il limite del 90% della spesa per il personale, in presenza della progressiva e vistosa decurtazione del finanziamento ministeriale (il che eleva automaticamente la spesa alla soglia del 100%), vanificando così quella virtuosità che avevamo conseguito, e impedendo così nuove assunzioni;

assegnare metà dello FFO come premio per le Università che funzionino bene (a fronte dell’attuale timido e annacquato 7%);

mettere mano a una reale politica del diritto allo studio, che attui l’articolo 34 della Costituzione (“i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”).

Se entro un anno alcuni di questi nodi non verranno sciolti; se in particolare per il 2011 sarà confermato il taglio complessivo di oltre 50 milioni di Euro, anche un Ateneo glorioso, orgoglioso e sano come il nostro sarà messo in ginocchio: perché con tutta la buona volontà e bravura nessuno riesce ancora a sfidare le leggi della matematica e della fisica. E allora, tra qualche lustro, questo Paese rischierà di essere governato solo da figli di ricchi, italiani o no, che abbiano studiato a Londra o a Stanford.

Ma parallelamente ci sono direzioni di impegno che dipendono da noi sia come responsabili del Governo dell’Ateneo sia come singoli professori.

Alcuni esempi che si attestano su un primo livello di formazione, per il quale il nostro Ateneo ha ancora margini di miglioramento:

assicurare la più ampia disponibilità agli studenti;

valutare con rigore il profitto;

preparare con cura le lezioni;

selezionare i professori migliori (ponendo all’attenzione del Senato Accademico il curriculum dei docenti da chiamare);

formulare profili di studio adeguati alle domande della società, delle professioni, del mondo del lavoro;

concordare progetti di ricerca col mondo imprenditoriale disposto a cofinanziare dottorati a favore di giovani che alternino la propria presenza tra Università e impresa;

aumentare il numero degli studenti sia in entrata che in uscita negli scambi internazionali;

stringere accordi e istituire titoli congiunti con le università straniere di riconosciuto prestigio;

creare un punto di attrazione dove i nostri studenti possano frequentare professori di chiara fama; intendo un luogo di formazione aperto anche alle istituzioni e alle categorie delle professioni della città e della Regione;

riorganizzare l’Amministrazione nel segno della funzionalità, perché – nella chiara distinzione tra fini e mezzi – essa sia totalmente a disposizione di questa tensione formativa;

bilanciare i ruoli tecnici e amministrativi a servizio dei Dipartimenti e delle Facoltà;

ridurre l’ormai ingiustificabile proliferazione di Dipartimenti, Facoltà, Corsi di laurea (dando un ruolo all’attuale Coordinamento Regionale degli Atenei).

Tutte queste scelte di primo livello sono fattibili e dipendono totalmente da noi.

Ma la deontologia universitaria ci richiede un secondo livello di responsabilità formativa.

Se è vero che l’Università è l’antidoto al videoanalfabetismo imperante, il contraltare di certa modernità frettolosa e affannata, il luogo naturale che forma la classe dirigente di un Paese – e questo noi dobbiamo e vogliamo essere per storia e vocazione, perché comunità di studiosi e persone autonome e libere – allora siamo sollecitati da stili e percorsi vincolanti: che chiamerei i fondamentali.

Ne segnalo tre:

la parola. Intendo il rigore non solo nei contenuti disciplinari ma nel metodo e nella stessa espressione linguistica. Noi dobbiamo recuperare una vera e propria ecologia linguistica. Parlare bene – come diceva Platone - oltre a essere una cosa bella in sé, fa bene anche all’anima. Questo riguarda sia i più lineari e univoci scienziati che i più metamorfici e polisemici umanisti. In aula, in sede di tesi e di esami, negli Organi Accademici parliamo bene. All’Università bisogna parlare bene. Torna attuale il grido di Sallustio: “abbiamo perduto il valore reale delle parole”. Siamo a rischio di una Babele linguistica. Perché? Perché usiamo vocaboli vuoti, astratti, cadaverici; e non parole che aderiscono alla realtà, alla conoscenza, al sapere, alla competenza, alla loro anima (sì, perché le parole hanno anch’esse un’anima!);

la memoria. La dimensione temporale (Agostino direbbe il “palazzo della memoria”). Ossessionati dal provincialismo di spazio e illusi che a renderci contemporanei basti navigare in crociera o in internet, noi non ci curiamo di un provincialismo ben più affliggente: “il provincialismo di tempo”, per cui crediamo solo a ciò che vediamo e subiamo la dittatura del presente: credendo che il mondo sia proprietà esclusiva dei vivi, una proprietà di cui i morti “non detengono azioni” (Eliot). Siamo legati gli uni agli altri. Non siamo isole: “siamo invece tutti penisole, per metà attaccate alla terraferma e per metà di fronte all’oceano” (Amos Oz). Con lo sguardo rivolto contemporaneamente avanti e indietro.

il ritorno al reale. Noi tutti oggi soffriamo per deficit di consapevolezza, per mancanza di pensiero, per orgia di apparenza. Il reale non ci è né vicino né familiare né amico.

Noi professori – mediatori del sapere e dei saperi, gelosi della libertà e autonomia del pensiero, estranei all’intrattenimento e allo spettacolo – dobbiamo spiegare ai più giovani la bellezza e la durezza della realtà, dello studio, del lavoro, della vita: il discrimine tra la vacanza e il lavoro, tra la ricreazione e l’impegno, tra “stare al mondo e vivere” (Seneca). Oltre la doxa (il “così fan tutti”, il “così pensano tutti”), c’è “il sapere scientificamente fondato” (l’episteme). Noi - per dirla con Nietzsche - vogliamo formare cittadini e non semplicemente “utili impiegati”. Questo significa essere Maestri. Siamo tutti consapevoli che un nostro atteggiamento errato o corretto può essere decisivo per la vita di uno studente: per una sua scelta o fortunata o fallimentare. Nei nostri rapporti, al di là dei ruoli, delle differenze, della usurante quotidianità, della fatica di vivere, in gioco c’è sempre un individuo, una persona, un miracolo vivente (lo sanno bene i Colleghi della Facoltà Medica, sempre divisi tra l’anonimato della malattia e l’identità del malato; ma questo riguarda tutti noi).

A noi Professori si chiede di essere autorità non solo formativa e scientifica ma anche morale.

La crisi è economica, perché politica; politica, perché culturale; culturale, perché morale. Abbiamo infiniti indicatori e tecnicismi, ma non sappiamo chi siamo; come i grammatici di Agostino i quali si accanivano nel disquisire se si dovesse pronunciare omo oppure homo, ma intanto ignoravano chi fosse l’uomo.

Questo è compito dei Maestri i quali, come i grandi attori, calato il sipario, sanno uscire di scena; e, come il sole, dopo aver illuminato e riscaldato, sanno tramontare.

Sulla voce studenti siamo tutti inadempienti.

Si può cominciare col dire che questo Paese ha disatteso quell’art. 34 della Costituzione; e finire col dire che c’è emergente un “problema scuola”.

Anche qui: cosa può e deve essere fatto? Cosa dipende da noi?

nel Bilancio abbiamo dato un segnale: a fronte di un taglio generalizzato di poco inferiore al 10%, non abbiamo sacrificato la voce “diritto allo studio”;

non abbiamo intaccato la dotazione delle Biblioteche, luoghi di ricerca, di studio, di incontro;

abbiamo aumentato lo stanziamento per le borse di studio all’estero;

nella prossima tassazione accentueremo il percorso meritocratico, per cui chi è più bravo pagherà di meno;

sarebbe esemplare esonerare dal pagamento delle tasse le matricole che l’Università di Bologna riconosce eccezionali per merito;

nei colloqui avviati con i principali responsabili delle istituzioni pubbliche e private è stata individuata come prioritaria la questione giovanile e studentesca: in termini di accoglienza delle matricole, apertura delle Biblioteche, reperimenti di spazi associativi, reclutamento della giovane docenza, capacità di trattenere a Bologna i laureati migliori.

Alcuni di questi progetti sono realizzabili in quattro settimane, altri in quattro mesi, altri in quattro anni..

Senza dire, poi, del problema strutturale e drammatico degli alloggi.

Una notazione. Dialogo, ancora dialogo e sempre dialogo con tutti i gruppi studenteschi, come ha dimostrato con saggezza e fermezza il Pro Rettore Nicoletti. Con tutti, ma non con chi usa armi improprie e illegali quali la forza e l’occupazione di spazi pubblici. L’Università è il luogo del dialogo perché è il luogo del logos.

A noi è stata data in consegna una sfida particolare, tutta nostra, difficile e nobile: rendere di qualità un’Università di quantità. Più facile sarebbe guidare la Scuola Normale di Pisa.


UNIVERSITA’ E CITTA’

Università e città, Palazzo d’Accursio e Palazzo Poggi, Torri e Toghe: un binomio indissolubile storicamente, culturalmente, istituzionalmente. Due compresenze costituzionalmente autonome: quando va bene l’una, va bene anche l’altra. Gioverà ricordare – solo per stare ai tempi più recenti - che alcune Facoltà (Magistero, Scienze Politiche) sono nate per iniziativa del Comune, e che un Dipartimento prestigioso come quello di Fisica è stato iscritto nel bilancio del Comune di Bologna.

Caro Sindaco, dobbiamo riprendere il cammino, e imparare di nuovo a lavorare insieme.

C’è una evidenza: le altri sedi del Multicampus (Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini) sono più motivate: Bologna per lungo tempo ha dato per scontata la propria Università, e invece deve tornare a meritarsela. Un nuovo Protocollo organico, cui tu stesso di recente hai fatto riferimento, potrà mettere in evidenza e in ordine le reciproche esigenze e disponibilità.

L’Università – che non è della città ma che è nella città - ti porta in dote una duplice fonte di energia: il sapere dei suoi docenti e i vent’anni dei suoi studenti.

Io vedo da un lato i Dipartimenti come grandi consulenti della città: per la viabilità, l’edilizia, l’ambiente, la sanità, la comunicazione, la formazione permanente, l’innovazione di vario segno; e dall’altro, gli studenti come cittadini a pieno diritto. Se vogliamo accedere al concetto di cittadinanza studentesca, allora dobbiamo davvero scollinare e affacciarci sull’altro versante e immaginare i nostri giovani non solo come consumatori e spettatori ma come produttori e protagonisti: cogestori della res publica, universitaria e cittadina.

Accanto a quello che noi possiamo fare per loro, c’è quello che loro possono fare per noi.

Ciò che ci riguarda non può semplicemente accaderci. Tutti dobbiamo avere il coraggio di fare la storia.

Facciamo nostro l’appello di Erasmo: “prendetevi cura dei giovani, il bene più prezioso della città”.

Sono loro che possiedono la carta d’identità di cittadini del mondo, che hanno le antenne premonitrici, che chiedono a noi – quali maestri e fratelli maggiori – di essere più generosi e più credibili.

Sono loro che – meglio di noi – sanno riscrivere e interpretare quel manifesto cosmopolita tedesco degli Anni Novanta: “Il tuo Cristo è ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca, i tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. [Ahimè] Solo il tuo vicino è uno straniero”.

Avrei tante persone da ringraziare. Quelle che mi seguono quotidianamente da vicino in questo lavoro meraviglioso e tremendo: coloro che siedono attorno a questo tavolo e che – insieme a Isabella Seragnoli e Toni Servillo – nobilitano questa inaugurazione: tutte le autorità qui convenute e che mi hanno accordato dal primo giorno collaborazione, credito, amicizia.

Un pensiero particolare ai Colleghi che hanno lasciato l’insegnamento poche settimane fa per raggiunti limiti di età. L’Ateneo vi deve stima e gratitudine.

Un grazie, infine a tutti, da quanti sono attenti e contribuiscono al nostro operare quotidiano fino ai media (TV e stampa): accompagnato dall’auspicio che nella nostra professione sappiamo tutti distinguere la banalità della polemica e del caos rispetto al miracolo della concordia e del cosmos.

Con le parole e i sentimenti che ho cercato di comunicarvi, dichiaro aperto il 922esimo Anno Accademico.



mercoledì 16 dicembre 2009

Violenza ed illegalita'




L'aggressione con gravi lesioni personali al presidente del consiglio Silvio Berlusconi rappresenta ulteriormente il carattere di violenza ed illegalita' che pervade storicamente la societa' italiana.

La rappresentazione dell' "altro" come "diverso" e' il primo passo che supporta l'ira nei suoi confronti, visto come ostacolo e nemico da eliminare, in ogni modo. Se a questo si associa la scarsa fiducia nella giustizia legale, allora, il meccanismo che insorge e' quello di farsi giustizia da se, in modo sommario e quasi sempre con violenza.

Espressioni di questo meccanismo sono, ad esempio, le risse che frequentemente insorgono tra due "pacati" cittadini quando le loro automobili collidono, l'impossibilita' di andare allo stadio a vedere una partita di calcio senza rischiare di subire ingiurie e percosse, l'uso strumentale del procedimento giudiziario per "menomare" l'avversario, ecc...

Questa tipologia di comportamento e' molto piu' presente nel quotidiano di quanto si possa pensare e non occorre guardare i telegiornali per verificarla. La nostra storia accademica recente ci ha mostrato come lo stile italico della violenza e del volere agire al di sopra della legge pervada l'operato di lorsignori.

Alcuni esempi:

- L'uso strumentale della vicenda giudiziaria di concorsopoli non e' stato adoperato per "fare fuori" Maria Paola Landini? Se MPL risultera' innocente, chi la risarcira' di tutto quello che ha subito?
- La costante discriminazione non-per-merito che avviene nei concorsi non induce lesioni personali a chi e' ingiustamente "bocciato"?
- La vile aggressione giudiziaria della Direzione Generale nei confronti del prof Enrico Roda, per la vicenda dei cartellini, non aveva forse l'intento di "fare fuori" un personaggio scomodo con violenza?
- La violenza "inaccettabile" che e' stata esercitata dalla Presidenza e dalla Direzione Generale e Sanitaria nei confronti della professoressa Gabriella Verucchi, condita da una condotta illegale, non e' forse della stessa "lega" dell'aggressione a Silvio Berlusconi?

Se accettiamo o, peggio, giustifichiamo gli attacchi violenti ed illegali a Landini, Roda, Verucchi, e tanti altri, allora non ci dobbiamo meravigliare della statuetta scagliata contro Silvio Berlusconi. In altri modi, anche noi abbiamo scagliato quella statuetta, e questo non e' accettabile, senza se e senza ma!