sabato 27 febbraio 2010

Una situazione esplosiva




Sono ripartiti i concorsi universitari, le commissioni sono state nominate e piu' o meno presto avremo dei nuovi professori ordinari e professori associati per coprire quei settori scientifici disciplinari carenti soprattutto nella didattica (rapporto studenti/docenti). Ma sara' vero? Sara' vero che dopo avere biasimato la concorsopoli landiniana, finalmente, avremo una programmazione ruoli della facolta' che ha posto la didattica e lo studente al suo centro?

Partiamo da una fotografia dell'esistente. Sappiamo tutti, innanzitutto, che la maggior fatica didattica viene fatta dai docenti dei primi tre anni del corso di laurea in medicina e chirurgia, quando gli studenti sono ancora quasi tutti, senza quelli che poi per vari motivi si ritirano, e sono ancora una massa compatta, non ancora dispersa nei rivoli delle specialistiche. L'ovvieta' vorrebbe una facolta' con una larga base di appoggio docenti, in grado di metabolizzare gli studenti e di scremarli per poi indirizzarli al triennio clinico.

Attualmente, la situazione docenti della nostra facolta' e' questa:

SETTORI PRE-CLINICI (AREA DELLE SCIENZE BIOLOGICHE - 05)
Professori ordinari:        18
Professori associati:       28

SETTORI CLINICI (AREA DELLE SCIENZE MEDICHE -06)
Professori ordinari:        83
Professori associati:      129

Il rapporto fra ordinari clinici/preclinici e' di 4,6 clinici per ogni preclinico e quello fra associati e' il medesimo: 4,6 clinici per ogni preclinico. Di fronte a questa situazione, la logica programmatoria avrebbe voluto un iniziale tentativo di riequilibrio. Vediamo.

Nella seconda/quarta tornata concorsuale 2008, l'unica attiva per ordinari ed associati, sono stati banditi tre (3) concorsi da professore ordinario per settori clinici e zero (0) concorsi per settori preclinici, e cinque (5) concorsi da professore associato per i settori clinici e, di nuovo, zero (0) concorsi per i settori preclinici. In aggiunta, sono stati consumati due interi punti di budget ordinario per chiamare docenti dei settori clinici (MED/17 e MED/36).

Entrando piu' nello specifico, si potrebbe obiettare che i concorsi per professore ordinario e per professore associato sono stati banditi in settori clinici "carenti", visto anche il peso assistenziale che grava su quei settori. Niente di piu' falso. Sapete in quali settori sono stati banditi i posti da ordinario? :

MED/09 - Medicina Interna : Ordinari gia' presenti in facolta' per questo settore = DIECI (10) + 14 associati
MED/18 - Chirurgia Generale: Ordinari gia' presenti in facolta' per questo settore = QUATTRO (4) + 10 associati
MED/23 - Chirurgia Cardiaca : Ordinari gia' presenti in facolta' per questo settore = UNO (1) + 3 associati

Si potrebbe inoltre obiettare che la programmazione ruoli viene avanzata dai Dipartimenti per esigenze anche e soprattutto di ricerca. Mi sembra difficile poter sostenere che 24 (ventiquattro) docenti non siano in grado di portare avanti la ricerca in medicina interna e, per quanto riguarda gli altri due posti (chirurgia generale e chirurgia cardiaca), sappiamo bene tutti che la programmazione non e' stata voluta dai dipartimenti, ma da essi subita per le note vicende dell'inciucio Calzolari-Stefoni.

Quindi, sono concorsi indetti ad personam e NON per esigenze didattiche e/o di ricerca, in barba ed infischiandosene dei settori preclinici. IL potere "suasorio" deve essere stato pero' forte se, di fronte alla chiamata di un ulteriore clinico (MED/17), il direttore del Dipartimento di fisiologia ha dato parere favorevole!

Concorsi ad personam, dicevamo. Non credo sia molto difficile ipotizzare che i professori associati Gilberto Poggioli, Gaetano Domenico Gargiulo e Franco Trevisani siano ampiamente "favoriti" nei rispettivi concorsi da professore ordinario. Si puo' forse dire che non si meritino di diventare ordinari? Certamente no. Il problema generale e' se i concorsi debbano essere funzionali alle esigenze didattiche e di ricerca della facolta' e dei dipartimenti, oppure alle esigenze di progressione di carriera dei singoli.

Esulando da questa problematica generale, resta il fatto oggettivo che la nostra facolta' appare sempre piu' come un gigante dai piedi di argilla e nulla ha fatto l'attuale presidenza per rinforzare il gracile basamento preclinico. Se lo ricordino i colleghi dei settori BIO al momento di votare per il nuovo preside, indipendentemente da eventuali "promesse" ricevute. Con questo preside l'andazzo non puo' cambiare.

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Pubblichiamo il commento della Prof.ssa Marina Marini, di Biologia Applicata della nostra Facolta':

Brillanti ha sollevato due importanti questioni, l'apparente indifferenza della facoltà nei confronti delle prossime elezioni del Preside e il progressivo sbilanciamento della facoltà a scapito dei SSD pre-clinici. Intervengo su entrambi i punti anche perché qualcuno mi ha chiamato in causa...

Non ho controllato l'esattezza delle valutazioni numeriche di Brillanti, perché non so se ha contato solo i settori BIO o anche i settori FIS e MED04, tipicamente di area pre-clinica e inoltre non ha messo in conto i ricercatori (perché?); tuttavia, il rapporto 1 preclinico:4,6 clinici che lui ha calcolato al massimo si sposta a 1:4. Il prof. Stirpe, nel suo saluto alla Facoltà, ha ricordato che all'inizio degli anni '70 il rapporto era circa 1:1 e, dato che molti dei nostri colleghi hanno studiato in quegli anni, non si può dire che fosse una facoltà peggiore dell'attuale! A prescindere che comunque dovrebbe esservi un bilanciamento anche tra SSD delle varie aree, quale dovrebbe essere idealmente tale rapporto? Se si guarda al solo carico didattico frontale, nel CdL in Medicina il rapporto dovrebbe essere 1:2 (i preclinici sono più o meno impegnati per 120 crediti su 360 totali). Tuttavia dobbiamo considerare anche gli altri 24 CdL della facoltà, che per lo più vengono dimenticati quando si valutano le necessità didattiche in programmazione ruoli; i pre-clinici insegnano in tutti i corsi, mentre i clinici sono impegnati solo in alcuni, caratterizzanti. Oltre tutto, si tratta di CdL in gran parte fuori sede e senza remunerazione. A favore dei clinici va invece presa in considerazione la notevole attività didattica di tipo non frontale. Qualunque sia il rapporto che si ritiene corretto, il rapporto 1:4 o addirittura 1:4,6 è talmente sbilanciato che, alle ultime elezioni, tutti i candidati presidi si erano impegnati ad appianare il divario.

Vorrei sottolineare anche l'aspetto della ricerca, che viene gravemente penalizzata da questo sbilanciamento, finendo così per nuocere a tutta la Facoltà e a tutto l'Ateneo; il progressivo calo del numero dei docenti dei SSD pre-clinici comporta il loro essere schiacciati da lezioni ed esami, l'essere costretti a correre avanti e indietro tra le sedi romagnole, senza ricambio generazionale, senza incentivi di carriera, senza neppure la prospettiva di mantenere in vita importanti filoni di ricerca; esso si aggiunge in questi anni anche a una gravissima crisi di finanziamenti, su cui non entro in merito per non uscire dal tema. Tuttavia, anche per trovare soluzioni alla mancanza di finanziamenti sarebbe necessario impegnare delle energie che il docente dei SSD pre-clinici non trova più.

Alla vigilia della decisione riguardante il ruolo di PO per MED17 ho ricordato per mail al prof. Stefoni il suo impegno nei riguardi dei SSD pre-clinici e anche il percorso che si sarebbe dovuto fare nella programmazione, un percorso su cui il prof. Stefoni si era detto inizialmente d'accordo. Invece di partire dalle esigenze espresse dai dipartimenti, si sarebbe dovuto partire da una ricognizione delle necessità dei settori, indipendentemente dalla loro collocazione; ad esempio, nel mio dipartimento, nel momento di esprimere una priorità programmatoria, abbiamo dovuto scegliere tra un settore in crisi gravissima e un settore in crisi estremamente grave: con una diversa modalità di scelta, tutti i settori si sarebbero confrontati tra loro. Ho tenuto la mail in cui il prof. Stefoni si dichiara d'accordo su questa modalità, ma la rimanda a una occasione futura, e in cui mi conferma l'intendimento di aiutare i SSD preclinici nella programmazione futura dei ruoli. Il giorno successivo mi ha anche ribadito queste promesse a voce, aggiungendo che lui riteneva imminente l'assegnazione alla facoltà di alcuni punti di budget, che avrebbe destinato ai settori più in crisi; quindi votare contro la sua proposta sul ruolo di PO al SSD MED17 sarebbe stato come dirgli che non gli prestavo fiducia. Preferisco essere ritenuta sprovveduta piuttosto che insolente.

Grande delusione poi sulle direttive date dal Preside alla commissione “posti Mussi”: con le direttive ricevute, la commissione ha lavorato correttamente, ma, ancora una volta, la ricognizione è stata fatta partendo dalle richieste dei dipartimenti e mescolando criteri di eccellenza scientifica dei settori a criteri di carenza didattica. Ho molte obiezioni su tali direttive, ma non voglio annoiare il lettore.

Restiamo allora in attesa spasmodica dell'assegnazione dei punti budget: tra pensionamenti e dimissioni, anche considerando che il ministero restituisce agli atenei il 50% dei punti e che l'ateneo ne assegna il 60% alle facoltà, dovremmo avere almeno 3-5 punti. Come saranno assegnati questa volta? Ma alcuni ben informati mi dicono che non ne arriverà nessuno. A questo punto i preclinici si potranno dire in effetti “fessi e bastonati”.
Potrà cambiare l'andazzo con un Preside diverso? Ma che forza effettiva avrebbe? Chi potrebbe contrastare le varie pressioni provenienti dai sempiterni “poteri forti”?

Io sono da sempre una sostenitrice dei metodi democratici, delle decisioni provenienti dal basso, mi oppongo ideologicamente ai tagli indiscriminati fatti per “fare pulizia”. Nonostante questo, sono giunta alla conclusione che l'unica possibilità di riequilibrare i settori stia in un intervento dall'alto (Rettore, Senato Accademico, MIUR?), che dia direttive cogenti. Altrimenti non se ne verrà fuori. Né con Stefoni né con un altro Preside.

Marina Marini

martedì 23 febbraio 2010

Elezioni del preside: tutto tace




Mancano poco piu' di tre mesi al voto per l'elezione del Preside della Facolta' di Medicina e Chirurgia e certamente la tanto attesa campagna elettorale appare totalmente abulica. Ufficialmente nessun candidato si e' proposto di sfidare il preside in carica, prof. Sergio Stefoni, per il prossimo triennio. Qualche nome, come sempre, e' circolato brevemente (Stella, Bolondi, Pasquali, Bugiardini), ma poi un assordante silenzio si e' fatto padrone della scena.
Eppure, se abbiamo voglia di andare a rileggere il programma elettorale dell'attuale preside LINK ci possiamo rendere conto come molto di quello allora promesso sia rimasto inattuato. Inoltre, alcuni punti penso debbano essere attentamente considerati nel valutare l'operato di Stefoni come preside:

1. Sovvertimento del processo della programmazione ruoli, decisi a tavolino FUORI dalla Facolta' e dai Dipartimenti e poi fatti accettare dalla Facolta' e dai Dipartimenti con spiegazioni e motivazioni non sempre veritiere (vedasi i concorsi di chirurgia generale, di cardiochirurgia e di ginecologia, nonche' la chiamata per trasferimento di radiologia e di malattie infettive). Una gestione alquanto "personale" e tutto sommato, spregiudicata, di un bene pubblico (i punti di budget della facolta').

2. Favore a mantenere in pieno servizio i professori ordinari fino a 72 anni.

3. Contrarieta', espressa in Senato Accademico, alla partecipazione con diritto di voto di tutti i ricercatori universitari confermati nel Consiglio di Facolta'.

4. Campagna elettorale aperta e spregiudicata (vedasi anche la lettera inviata all'ultim'ora), come nessun altro preside di facolta', nelle elezioni per il Rettore, contro l'attuale Rettore.

5. Scarsissimi progressi nella qualita' della vita professionale dei medici universitari del Policlinico, soprattutto in termini di debito orario assistenziale e di equiparazione stipendiale.

6. Scarsa attenzione alle necessita' dei ruoli per coprire le esigenze didattiche dei settori pre-clinici.

Ciononostante, sembra proprio che si voglia andare verso una ri-elezione dell'attuale preside e, soprattutto, che non si riesca ad individuare un candidato alternativo. Chissa' mai perche'?!


sabato 13 febbraio 2010

Equiparazione stipendiale: dove l'Italia e' ancora civile






Il Consiglio di Giustizia Amministrativa (CGA) di Palermo ha riconosciuto la piena equiparazione dei medici universitari al personale ospedaliero, indennita' gia' De Maria, con sentenza numero 156 del 10 febbraio 2010 (presidente Trovato, relatore Corsaro)

I medici universitari di Catania hanno vinto al CGA di Palermo, sulla delicata questione della equiparazione al personale medico di pari funzioni, mansioni e anzianità, in una serie di giudizi, tutti decisi con sentenze depositate due giorni fa (Rinzivillo Calogero e altri, assistiti dagli avvocati Carmelo Giurdanella e Sara Zammataro).

I giudizi vedevano contrapposti centinaia di docenti universitari (professori ordinari, associati e ricercatori) all'Università degli Studi di Catania e all'Assessorato regionale alla Sanità, per il pieno riconoscimento del loro status, e correlato trattamento economico, di medici universitari svolgenti funzioni assistenziali.

Con sentenza depositata due giorni fa, il CGA di Palermo ha respinto gli appelli dell'Università degli Studi di Catania e dell'Assessorato regionale alla Sanità, avverso le sentenze del TAR Catania, confermando il diritto dei medici universitari - già sancito dal TAR Catania - "alla piena equiparazione del proprio trattamento economico stipendiale a quello del personale medico del Servizio Sanitario Nazionale di pari funzioni, mansioni ed anzianità e al pagamento delle somme dovute a tale titolo sin dalla data di assunzione, oltre interessi e rivalutazione sino all'effettivo soddisfo, nonché al versamento dei contributi previdenziali ed assicurativi dovuti". Nonchè "a ricevere dall’Università degli Studi di Catania le somme dovute a titolo di emolumenti accessori per i servizi di reperibilità, guardie e festivi resi sin dalla data di assunzione, secondo la corretta equiparazione ospedaliera e al pagamento delle somme dovute a detto titolo sin dalla data di assunzione, oltre interessi e rivalutazione sino all'effettivo soddisfo". Confermato infine "l’obbligo della Regione Siciliana - Assessorato regionale alla sanità - di corrispondere all’Università degli studi di Catania la provvista finanziaria necessaria a garantire il riconoscimento di tale pretesa economica".

Il testo integrale della sentenza e' disponibile a richiesta.


lunedì 8 febbraio 2010

Ricercatori e Ddl Gelmini

 
 



Commenti e richieste di modifica al DDL Gelmini
proposte dai Ricercatori Universitari di ruolo dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna
(approvate nella riunione del 15 dicembre 2009)


Le profonde trasformazioni in atto nel sistema universitario italiano sono seguite con grande attenzione dai Ricercatori di ruolo dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna (UNIBO), che vedono nel DDL Gelmini del 28.10.09 (ad oggi al Senato della Repubblica Atto n°1905) la possibilità di realizzare una riforma organica e funzionale del sistema universitario.
Tuttavia, i Ricercatori di UNIBO, riunitisi in Assemblea il 15 dicembre 2009, sottolineano che una riforma così ambiziosa, riservata ad un settore trainante per lo sviluppo del Paese, non può essere realizzata senza oneri aggiuntivi e cioè senza intervenire sull’ormai costante sottofinanziamento del sistema universitario (assunzioni e carriere sono fortemente legate alle risorse disponibili), se non sacrificando ben più di una generazione di ricercatori senior e/o junior.

Confidando nella collaborazione attiva tra istituzioni e parti interessate (CRUI, CUN, organizzazioni della docenza, ecc) nel processo di riforma, i Ricercatori Universitari di Ruolo (RU) di UNIBO esprimono un giudizio positivo su alcuni aspetti del DDL:

  • volontà di definire procedure che facciano valere l’impegno e le professionalità acquisite dal personale dell’Università (valorizzazione del merito); introduzione di meccanismi incentivanti nella distribuzione delle risorse pubbliche;
  • interesse verso le procedure di ottimizzazione e qualificazione della spesa pubblica;
  • introduzione di un sistema di valutazione ex-post delle politiche di reclutamento e valutazione triennale dell’attività didattica e scientifica del corpo docente;
  • distinzione tra reclutamento e progressioni di carriera;
  • eliminazione dei periodi di conferma per le due previste fasce di Professori;
  • riconoscimento dell’inadeguata retribuzione degli attuali RU (che limita di per sé il rientro dei “Cervelli in Fuga” e non incentiva studiosi stranieri a partecipare ai concorsi).

Al tempo stesso i RU di UNIBO non possono fare a meno di sottolineare che alcuni di questi principi sembrano essere disattesi dalle procedure attuative del DDL e che alcune parti sono da integrare e/o modificare. Nella speranza di contribuire fattivamente al dibattito, i RU di UNIBO pongono l’attenzione soprattutto sui passaggi del DDL che definiscono le procedure di reclutamento e le progressioni di carriera del personale accademico:

  • l’attuale testo ignora completamente il notevole contributo dato dai RU nello svolgimento di attività didattica effettiva e non integrativa. Ad oggi circa il 35% dell’offerta formativa proposta dagli Atenei italiani, in accordo con i requisiti minimi definiti dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, è coperta dai RU, ai quali le Facoltà conferiscono corsi universitari per affidamento o supplenza. Per far fronte alle esigenze didattiche degli Atenei, i RU coniugano faticosamente il loro impegno scientifico con quello didattico sopperendo alla carenza di Professori di ruolo;
  • il DDL prospetta evidenti disparità di trattamento tra gli attuali RU e le nuove figure di Ricercatore a Tempo Determinato (RTD) a cui saranno assegnati i medesimi compiti che la maggioranza degli RU sta svolgendo da anni;
  • le procedure proposte dal DDL per la copertura di posti di Professore di seconda fascia sono del tutto insufficienti a garantire, in tempi ragionevoli, le progressioni di carriera ai RU che hanno maturato titoli didattici e scientifici congrui con il ruolo di Professore di seconda fascia (e che per anni hanno svolto e stanno svolgendo le medesime mansioni). Ad aggravare la situazione è quanto pianificato nella fase transitoria dei cinque anni successivi all’attivazione, da parte dei singoli Atenei, delle procedure di selezione di cui all’Art.12 che prevede la copertura dei posti per una percentuale non superiore ad un terzo di quelli di prima e seconda fascia con procedure di selezione riservate al personale in servizio nell’Ateneo (Art. 9, comma 4).
Tutto ciò non tiene affatto in conto che il ruolo dei RU è posto a esaurimento e che, quindi, Ricercatori di comprovata esperienza (secondo la definizione della Carta Europea dei Ricercatori di cui alla Raccomandazione CEE n. 251 dell’11.03.2005) sarebbero posti su un binario morto ed estromessi dalle componenti attive dell’Università (demotivandoli e riducendo quindi in pari maniera la loro produttività scientifica e didattica).

Sulla base di quanto premesso e considerato che:

  • i RU sono in attesa della definizione del proprio stato giuridico sin dai tempi dell’istituzione del ruolo stesso (DPR 382/80), come sottolineato anche dal CUN nell’adunanza del 5.11.2009;
  • i RU contribuiscono con il loro carico didattico anche agli indicatori di qualità della didattica ai fini dell’erogazione del 7% dell’FFO degli Atenei;
  • la legge n 230 del 4 novembre 2005 all’art. 5 comma 11 ha introdotto il “titolo di professore aggregato” conferito ai ricercatori (ed equiparati) che hanno svolto tre anni di servizio ai sensi dell’art. 12 della legge 19/11/1990 n.341;
  • negli ultimi anni è stato disatteso quanto previsto dalla Legge 230/05 (Art. 1, comma 4c) che prevedeva una quota dei giudizi di idoneità per i Professori di seconda fascia fosse riservata ai RU confermati con almeno tre anni di insegnamento;
  • nei prossimi anni si verificherà un elevato numero di quiescenze di Professori di I e II fascia liberando una notevole disponibilità di risorse economiche a fronte di una carenza didattica per la copertura di un significativo numero di corsi universitari;
  • ad oggi nelle Università lavorano: 18.929 professori di I fascia, 18.256 di II fascia e 25.583 ricercatori di ruolo;
  • le statistiche internazionali elaborate dall’OCSE mostrano che nella classifica del numero di ricercatori sul totale della popolazione attiva, l’Italia occupa uno degli ultimi posti e si trova molto al di sotto della media delle nazioni economicamente più progredite.
  • la valorizzazione delle risorse interne, nello specifico dei RU che hanno acquisito competenze didattiche e scientifiche, consentirà la razionalizzazione della spesa pubblica sopperendo al tempo stesso alle suddette carenze didattiche;
  • la sicurezza per i RU di poter avere a regime pari dignità (anche economica) dei docenti universitari potrà solo giovare alla qualità della ricerca e della didattica.
  • i RU non chiedono una ope legis, ma di poter essere valutati in tempi brevi (in base al merito) per la progressione a Professore di seconda fascia sulla base dei titoli didattici e scientifici acquisiti. Per dare alcune cifre oggettive, a chi pensa che non sia possibile effettuare a breve-medio termine (massimo 5 anni) un numero di concorsi regolari per un’effettiva progressione di carriera dei RU, negli ultimi 10 anni si sono svolte ben 37.185 valutazioni comparative che hanno portato a 12.268 idoneità a professore di I fascia, 16.396 a II fascia e 23.130 a RU.
  • i Ricercatori di UNIBO, auspicando il consenso delle diverse componenti accademiche, chiedono di scongiurare in qualsiasi modo l’ipotesi di porre ad esaurimento il ruolo dei RU riconoscendo a tale categoria, dopo decenni di attesa, il ruolo docente.
Le strade individuate e percorribili sono tre:

  1. istituzione del ruolo di professore di terza fascia (proposto da molto tempo da più parti), al quale tutti gli attuali RU dovrebbero accedere;
  2. ruolo unico della docenza organizzato su più livelli;
  3. nel caso si vogliano mantenere solo due fasce di docenza, l’unico modo per evitare la messa ad esaurimento dei RU sarebbe quello di traghettare nel minor tempo possibile tutti gli attuali RU nel ruolo del professore di II fascia.
Per questo scopo si propone di:
valutare, come titoli ai fini del conseguimento dell'abilitazione nazionale, la conferma nel ruolo dei RU e l’attività didattica (attestata dalle Facoltà) svolta per affidamento o supplenza di corsi universitari;

prevedere la chiamata diretta dei RU che abbiano conseguito l’abilitazione nazionale, come Professori di II fascia come previsto per i nuovi RTD;
nella fase transitoria, ossia nell'arco dei cinque anni successivi dall'entrata in vigore della legge, di:

  1. attribuire l’abilitazione nazionale ai RU confermati che abbiano svolto almeno tre anni di attività didattica come titolari di contratti, affidamenti e supplenze di corsi universitari e che presentino contemporaneamente una produzione scientifica rispondente agli indicatori di qualità relativi all’attività scientifica e di ricerca recentemente individuati dal CUN per ciascuna area scientifica (in seguito ad una specifica richiesta del MIUR);
  2. prevedere lo stanziamento di appositi fondi straordinari, aggiuntivi al FFO, necessari per cofinanziare le chiamate dirette a Professore di II fascia dei RU abilitati a seguito della valutazione dei titoli didattici e scientifici di cui al punto 3c-1), facendo rimanere a carico di questo fondo straordinario solo le differenze stipendiali. 
  3. non considerare le spese aggiuntive per queste progressioni di carriera al fine del computo del 90% delle spese stipendiali sul FFO, trattandosi, di fatto, di una procedura di ottimizzazione della spesa pubblica. Infatti, con una progressione di carriera, il sistema universitario acquisirebbe personale qualificato con l’obbligo di coprire incarichi didattici per un lungo arco temporale.
Con l’accoglimento di questa proposta verrebbe riconosciuto ai RU il ruolo accademico di Professore, di fatto già svolto (vedi titolo di Professore Aggregato), previa valutazione sia del merito del singolo Ricercatore sia delle esigenze didattiche e scientifiche delle diverse Università contribuendo alla razionalizzazione delle spese, valorizzazione delle risorse interne e soprattutto restituirebbe dignità alla fascia dei Ricercatori Universitari.

I Rappresentanti Eletti negli Organi Accademici dei Ricercatori dell’Università di Bologna

giovedì 4 febbraio 2010

Preside: tre mesi al voto



 


 




AAA: cercasi candidato non affiliato

... se ci sei, batti un colpo!


martedì 2 febbraio 2010

Ricerca e pratica clinica: oltre l'EBM


 


Riportiamo una profonda analisi sulla ricerca e pratica clinica "indipendente" di Beppe Rocca e Ferruccio Bonino, pubblicata sulla rivista Ca' Granda nel 2005 e di persistente attualita', nel giorno in cui il nostro Roberto D'Alessandro ci invita a partecipare al corso aziendale EBM sulla metodologia della ricerca:

La ricerca clinica spontanea è in crisi e il ricercatore indipendente una specie in via di estinzione. Perché? Forse una breve ricostruzione storica può permetterci di collocare il problema al centro di un orizzonte teorico più ampio e di andare oltre i tentativi marginali di soluzione suggeriti a partire dagli anni Settanta.

Prima della rivoluzione scientifica del Seicento, la medicina era ritenuta una forma di sapere dal profilo autonomo. La discussione delle storie cliniche di malati concreti era la pratica in cui la formazione, la ricerca e la concretezza della cura si incontravano e si integravano in tentativi sempre più articolati di strutturare la cura giusta per il singolo malato. Qualcuno oggi direbbe che si tratta di un esempio di Narrative Based Medicine.

Con Thomas Sydenham si verificò una svolta epocale: la medicina tentò di fondarsi come scienza delle specie morbose [malattie, natural kind] sul modello delle scienze naturali, in particolare la botanica e la fisica meccanica. Emerse un modello radicalmente diverso di ricerca medica: intesa come applicazione di un metodo [induttivo o ipotetico sperimentale] essa divenne una pratica completamente distinta dalla buona pratica clinica ordinaria, finalizzata alla produzione di conoscenza empiricamente evidente e metodicamente garantita sui meccanismi delle malattie, in un corpo smontato e analizzato come i componenti di una macchina. Dalle pratiche induttive o sperimentali della ricerca medica moderna sono emersi tre modelli teorici di malattia: anatomo-clinico, fisiopatologico ed eziologico.

La discussione dei casi in cui per secoli si è messo in gioco il sapere pratico del medico e la sua esperienza con casi concreti, è stata spinta ai margini della formazione medica e progressivamente ha assunto gli attributi soggettivi e irrazionali che a partire da Kant siamo abituati ad attribuire ai valori e a tutti gli aspetti umani e partecipativi delle decisioni. Essa ha conservato fino agli anni Settanta il ruolo marginale di un tirocinio pratico cui non è più riconosciuta alcuna valenza scientifica e di ricerca.

Dopo la Prima e soprattutto la Seconda Guerra Mondiale le potenti sostanze chimiche e le tecnologie inventate durante il conflitto vennero applicate alla diagnosi e alla terapia di massa delle malattie individuate dai tre modelli teorici dell’Ottocento grazie all’emergere del meccanismo del terzo pagante: servizi sanitari nazionali in Europa e assicurazioni in America.

Alla fine degli anni Sessanta emerse la non sostenibilità economica, etica e politica della medicina di massa. Anziché rivedere il progetto di una scienza medica che ha ridotto la ricerca alla produzione metodicamente guidata di conoscenza sui meccanismi delle malattie nella macchina del corpo – il cui statuto teorico e la cui applicabilità si sono rivelati sempre più incerti con il prevalere delle malattie croniche – si è tentato di applicare la logica induttiva della fisica sociale dell’Ottocento [Stuart Mill] come canone dell’intera ricerca medica. Negli anni Novanta i progetti preventivi basati su interventi verticali volti all’eliminazione dei fattori di rischio identificati con i metodi dell’Epidemiologia Analitica si rivelarono fallimentari. Anacronisticamente il Movimento per l’Evidence Based Medicine [EBM] si illuse di fondare una scienza medica su evidenze di tipo empirico: le sperimentazioni randomizzate controllate [RCT] che Ronald Fisher aveva inventato come strumento di screening di efficacia per i fertilizzanti in ambito agricolo furono viste da alcuni esperti e politici come lo strumento in grado di risolvere i problemi teorici e di sostenibilità della medicina di massa.

L’Inghilterra, visti i modesti risultati concreti dell’Epidemiologia Clinica e dell’EBM, alla fine degli anni Ottanta, si è spinta oltre: ha trasformato le istituzioni sanitarie in aziende e ha cambiato ancora una volta radicalmente lo scopo della ricerca: dalla produzione di conoscenza sui meccanismi delle malattie alla valutazione di tutti i farmaci, le tecnologie e gli interventi della pratica medica in termini economici di costo- beneficio. Negli stessi anni la ricerca clinica si è ridotta a studi di accordo tra osservatori, accuratezza di tecnologie diagnostiche e verifiche di efficacia di farmaci e terapie volta a dimostrare la superiorità di una merce rispetto ad altre in un’olimpiade senza fine della tecnologia, sponsorizzata dall’industria. Molti malati sono diventati il materiale indispensabile per le fasi applicative della ricerca industriale.


All’alba del nuovo millennio, funzionari e politici inglesi, preso atto delle perversioni introdotte dall’applicazione del modello di mercato come tecnica di governo delle istituzioni mediche, hanno varato un progetto di Clinical Governance in cui i responsabili delle istituzioni sanitarie devono rendere conto [accountability] della qualità delle prestazioni fornite. Come per le grandi industrie, il management ha spostato l’attenzione dalla massimizzazione dei profitti [o del risparmio] alla qualità globale delle merci prodotte. Così oggi assistiamo a un nuovo paradosso: migliaia di persone sono sottoposte a interventi – ad esempio sulle coronarie, la colecisti, l’esofago… – qualitativamente perfetti ma che non influiscono concretamente sulla vita dei malati. Si tratta di un fenomeno di cosmetizzazione delle decisioni cliniche: l’intervento è eseguito perché di grande qualità e in mani esperte è poco rischioso e molto redditizio.

La pratica clinica non è più un sapere dal profilo autonomo, un’esperienza di formazione e di ricerca volta a strutturare sempre meglio la cura di persone concrete [cura giusta]: essa si è ridotta ad una tecnologia impersonale di massa applicata su base probabilistica e rimborsata con meccanismi assicurativi senza l’intervento della responsabilità e dell’esperienza del medico, dell’infermiere, del malato o delle altre parti in gioco nei suoi equilibri enigmatici. L’azzardo morale legittimato da una teoria statistica della malattia è il principale responsabile della non sostenibilità economica, etica e politica della medicina attuale.

Oggi la ricerca su basi naturalistiche – fondata su evidenze empiriche o su tecniche di governo dell’economia classica – ha raggiunto un limite asintotico e ha esaurito molte delle sue valenze positive per cui è necessario un vero cambiamento di paradigma.

Le stesse biotecnologie non si prestano al modello probabilistico della medicina di massa e reclamano forme più flessibili e partecipate di decisione e di sperimentazione che vanno ben oltre il modello delle sperimentazioni randomizzate controllate in cui, come nel quadro di Dührer, la statistica è un cieco che guida i ciechi davanti alle decisioni della cura e della vita.

Ma ripercorrendo la storia dei progetti di fondazione della medicina come:

1 - scienza naturalistica della malattia

2 - azienda di produzione di massa orientata al profitto e più recentemente alla qualità globale,
ci rendiamo conto di un paradosso: nonostante il grave fraintendimento dello scopo pubblico e politico delle pratiche di cura e delle istituzioni sanitarie, ciascuno di questi tentativi di fondazione ha determinato per un breve periodo importanti vantaggi concreti per il malato.

Perché pratiche così diverse dalla pratica clinica e completamente esterne alle sue forme di partecipazione e di argomentazione, come la ricerca induttiva, il metodo ipotetico sperimentale, il management industriale dell’economia classica o i processi di produzione orientati alla qualità globale sono state in grado, per periodi storici limitati, di stimolare la ricerca e contribuire al miglioramento concreto anche se indiretto della cura nel singolo malato?

Una delle ragioni più importanti che emergono da una ricostruzione storico-teorica è che la medicina, a partire dall’alba del mondo moderno, è alla ricerca di un modello di formazione, di ricerca e di cura che pur prendendo atto che l’uomo è la misura di tutte le cose [Protagora, Ippocrate], che gli squilibri della salute hanno un’origine umana, troppo umana e non sono il risultato di interventi divini, magici o soprannaturali, tenga conto dei limiti della soggettività del medico e inventi istituzioni e forme di partecipazione in grado di permetterci di andare oltre l’uomo [Nietzsche] senza scivolare nel totalitarismo o nella propaganda di sofisti e persuasori occulti.

Per fare questo passo avanti non dobbiamo dimenticare quanto il metodo scientifico – induttivo o ipotetico sperimentale – e il management dell’economia classica e della qualità globale ci hanno insegnato: molti interventi medici ereditati da una tradizione sono inefficaci, l’esperienza personale è autoriflessiva e intrinsecamente dogmatica, il medico non sa tutto quello che c’è da sapere sulla cura della salute ma non può esimersi dal curare, il malato è sempre meno disposto ad ubbidire senza partecipare, ad assumere farmaci senza una motivazione convincente e l’autorità del medico è insufficiente per molte delle decisioni che la ricerca e la pratica clinica oggi suggeriscono.

Dopo la Rivoluzione Francese il diritto è stato riformato applicando la teoria della separazione dei poteri, perché il giudice dell’ancien régime non era più accettato come un modello adeguato per la nuova società democratica. Negli anni Settanta anche la figura del medico tradizionale è diventata obsoleta, ma la medicina non è stata capace di riformarsi ed è rimasta l’unica pratica umana che spende un decimo del PIL rimanendo anacronisticamente auto-referenziale.

Progetti sperimentali di governo clinico basati sul modello della separazione in livelli istituzionali distinti delle pratiche giuridiche:

1 - pratica clinica o esecutivo

2 - discussione partecipata di casi o giudiziario

3 - formazione di un patrimonio pubblico di precedenti [legislativo] integrati da un Istituto Superiore di Gover- no Clinico sul modello della Common Law in cui tutte le parti concretamente in gioco – medico, malato, famigliari, ricercatori, industria… – possono intervenire con il loro contributo e fornire al medico giuridicamente responsabile del malato tutti gli elementi e le prospettive di cui ha bisogno per arrivare a una decisione condivisa, possono ridare alla pratica clinica l’autorità e la concretezza oggi indispensabili per rilanciare una ricerca veramente indipendente, finanziata sia dallo Stato sia dai privati, come un patrimonio a disposizione di tutti e una forma di bene comune da amare e difendere da tutti i detrattori.