venerdì 22 ottobre 2010

Organi di Facolta': elezioni in vista




L'11 novembre prossimo si andra' a votare per rinnovare i componenti elettivi degli organi accademici della nostra Facolta' di Medicina e Chirurgia:

  • Commissione Didattica;
  • Commissione Didattica Scuole di Specializzazione;
  • Consiglio di Presidenza;
  • Coordinatore dei Direttori di Dipartimento;
  • Coordinatore dei Presidenti dei Corsi di Studio;
  • Coordinatore dei Direttori delle Scuole di Specializzazione. 

Si tratta degli organi fondamentali per lo svolgimento della vita istituzionale della nostra facolta', gli unici in grado di costituire il collante tra la base del consiglio ed il vertice della presidenza. In una universita' immobilizzata, in preda alla malgestione dei "baronetti" ed ai veti incrociati delle corporazioni (politiche, massoniche, cielline), la presenza attiva negli organi costituisce l'unica possibilita' di rinnovamento.

Dopo l'ingresso fattivo di ricercatori come Giorgini e Bigi nel Consiglio di Amministrazione dell'Ateneo, e' ora fondamentale che i ricercatori di Medicina riescano a piazzare due loro rappresentanti indipendenti in quello che rappresenta l'organo principale di controllo dell'operato della Presidenza: il Consiglio di Presidenza. Al contempo, e' fondamentale mantenere rappresentanti indipendenti nella Commissione Didattica.

L'obiettivo dichiarato e' quello di impedire una gestione personalistica della facolta' da parte del preside e dei "baronetti", che hanno dimostrato come la meritocrazia non risulti nei loro principi ispiratori. Similmente, l'opera della componente dei ricercatori deve continuare incessante nei Consigli di Dipartimento e nel Consiglio di Facolta'.

Medicina ha fatto vedere all'Ateneo che i suoi ricercatori sanno prendere decisioni anche difficili e sofferte, nonostante tutto e tutti. La loro voce deve poter risuonare anche negli organi dove si preconfezionano le decisioni.


giovedì 14 ottobre 2010

Universita' al tramonto?




Il DDL Gelmini di riforma del sistema universitario si e' arenato in Parlamento e, per ora, non verra' calendarizzato. Se, da un lato, il risultato e' stato accolto come una vittoria da parte del movimento dei ricercatori italiani, dall'altro, merita una riflessione piu' approfondita.

Aver integrato nel DDL l'articolo 5-bis, che prevede la progressione di carriera di almeno 9000 ricercatori universitari nei prossimi 6 anni e' un importante messaggio: non ci puo' essere riforma del sistema universitario, senza garantire l'avanzamento dei piu' meritevoli fra coloro che, da trent'anni, reggono le sorti di buona parte del sistema. E questo, senza la protesta del movimento dei ricercatori, non si sarebbe ottenuto. Lo stop giunto dalla ragioneria di stato sulla mancata copertura economica della legge non dovrebbe preoccupare di per se', visto che siamo alla vigilia della manovra finanziaria. Quale momento migliore per reperire i fondi per l'universita'?

Eppure diversi avvoltoi si stanno radunando su quello che considerano il cadavere della riforma Gelmini. La nostra universita' ha un estremo bisogno di una riforma strutturale ed il DDL Gelmini, anche se non puo' essere definito il miglior progetto di riforma, va nella giusta direzione. Di questo ne devono prendere atto anche i piu' oltranzisti ricercatori antiberlusconiani. Il suo fallimento globale lascerebbe il sistema nell'immobilismo attuale, assolutamente insostenibile. Ne' ci si puo' aspettare una "ope legis" con cui promuovere sic et simpliciter tutti i 22000 ricercatori universitari italiani a professori associati.

Questo governo, ed il ministero del tesoro in primis, devono trovare i fondi per la copertura finanziaria del DDL Gelmini. Ottimisticamente, crediamo che tali fondi vengano previsti e trovati nella legge finanziaria 2011, che verra' discussa nei prossimi giorni. In caso contrario, anche i ricercatori universitari che simpatizano per il governo Berlusconi si uniranno a gran voce al coro del movimento nazionale. La necessita' di una riforma del sistema universita' e' tanto piu' urgente oggi quando sempre piu' maestri della medicina, ed anche di altre facolta', vanno in pensione.

Questa mattina, in Consiglio di Facolta', abbiamo assistito al discorso di commiato di Gerardo Martinelli, Gian Paolo Salvioli ed Alessandro Ruggeri, tre ordinari della nostra facolta' medica bolognese che cesseranno il loro attivo servizio il prossimo 31 ottobre. Tre ordinari e tre maestri, di anestesiologia e rianimazione, di pediatria e neonatologia, di anatomia umana. Come loro, andranno in pensione alla fine di questo mese anche altri prestigiosi ordinari e maestri di medicina:

Bruno Barbiroli
Gian Luigi Biagi
Luciano Bovicelli
Giorgio Lenaz
Pierluigi Lenzi
Lucio Montanaro
Giuseppe Pelusi
Enrico Roda
Giovanni Romeo

Senza voler offendere nessuno, la "successione" appare alquanto problematica. Senza maestri di scienza e vita, come si soleva chiamarli, le facolta' mediche sono prive di quelle guide illuminate ed illuminanti, in grado di pilotare la nave nel rispetto e nella valorizzazione di tutti i passeggeri. Questa stessa mattina, nel suo discorso, il prof. Salvioli ricordava i maestri Carlo Rizzoli, Luigi Barbara e Giuseppe Gozzetti, il cui vuoto lasciato dopo di loro resta ancora incolmato.

Eppure in una mattinata seria e preoccupante ci e' parso di cogliere un segnale positivo. Dopo lo sfacelo del duo Cavina-Bongiovanni, ci e' parso di cogliere nelle parole del nuovo Direttore Generale della nostra Aosp una consapevolezza nuova, ben lontana dal sentire dell' ex-portantino. Sergio Venturi ha palesemente manifestato il desiderio di voler compiere una missione importante: rendere sempre piu' il Policlinico Sant'Orsola il "miglior" ospedale della regione. E per far questo ha bisogno dei "migliori" nel fare ricerca, didattica ed assistenza. E questi migliori sono in gran parte, anche se non solo, tra i medici universitari del policlinico. E questa consapevolezza sembra essergli naturale e connaturata.

Una buona impressione che fa ben sperare di trovare una valida "spalla" nella direzione aziendale, che possa sopperire a quei vuoti strategici e decisionali lasciati dai tanti maestri che ci salutano. In fondo un policlinico che vale e' una risorsa e ricchezza di tutti, sia universitari sia ospedalieri, soprattutto per i nostri due obiettivi primari: i pazienti e gli studenti.


mercoledì 13 ottobre 2010

Meditazione





Cari fratelli e sorelle,

l'11 ottobre 1962, quarantotto anni fa, Papa Giovanni XXIII inaugurava il Concilio Vaticano II. Si celebrava allora l'11 ottobre la festa della Maternità divina di Maria, e, con questo gesto, con questa data, Papa Giovanni voleva affidare tutto il Concilio alle mani materne, al cuore materno della Madonna. Anche noi cominciamo l'11 ottobre, anche noi vogliamo affidare questo Sinodo, con tutti i problemi, con tutte le sfide, con tutte le speranze, al cuore materno della Madonna, della Madre di Dio.

Pio XI , nel 1930, aveva introdotto questa festa, milleseicento anni dopo il Concilio di Efeso, il quale aveva legittimato, per Maria, il titolo Theotókos, Dei Genitrix. In questa grande parola Dei Genitrix, Theotókos, il Concilio di Efeso aveva riassunto tutta la dottrina di Cristo, di Maria, tutta la dottrina della redenzione. E così vale la pena riflettere un po', un momento, su ciò di cui parla il Concilio di Efeso, ciò di cui parla questo giorno.

In realtà, Theotókos è un titolo audace. Una donna è Madre di Dio. Si potrebbe dire: come è possibile? Dio è eterno, è il Creatore. Noi siamo creature, siamo nel tempo: come potrebbe una persona umana essere Madre di Dio, dell'Eterno, dato che noi siamo tutti nel tempo, siamo tutti creature? Perciò si capisce che c'era forte opposizione, in parte, contro questa parola. I nestoriani dicevano: si può parlare di Christotókos, sì, ma di Theotókos no: Theós, Dio, è oltre, sopra gli avvenimenti della storia. Ma il Concilio ha deciso questo, e proprio così ha messo in luce l'avventura di Dio, la grandezza di quanto ha fatto per noi. Dio non è rimasto in sé: è uscito da sé, si è unito talmente, così radicalmente con quest'uomo, Gesù, che quest'uomo Gesù è Dio, e se parliamo di Lui, possiamo sempre anche parlare di Dio. Non è nato solo un uomo che aveva a che fare con Dio, ma in Lui è nato Dio sulla terra. Dio è uscito da sé. Ma possiamo anche dire il contrario: Dio ci ha attirato in se stesso, così che non siamo più fuori di Dio, ma siamo nell'intimo, nell'intimità di Dio stesso.

La filosofia aristotelica, lo sappiamo bene, ci dice che tra Dio e l'uomo esiste solo una relazione non reciproca. L'uomo si riferisce a Dio, ma Dio, l'Eterno, è in sé, non cambia: non può avere oggi questa e domani un'altra relazione. Sta in sé, non ha relazione ad extra. È una parola molto logica, ma è una parola che ci fa disperare: quindi Dio stesso non ha relazione con me. Con l'incarnazione, con l’avvenimento della Theotókos, questo è cambiato radicalmente, perché Dio ci ha attirato in se stesso e Dio in se stesso è relazione e ci fa partecipare nella sua relazione interiore. Così siamo nel suo essere Padre, Figlio e Spirito Santo, siamo nell'interno del suo essere in relazione, siamo in relazione con Lui e Lui realmente ha creato relazione con noi. In quel momento Dio voleva essere nato da una donna ed essere sempre se stesso: questo è il grande avvenimento. E così possiamo capire la profondità dell’atto di Papa Giovanni, che affidò l’Assise conciliare, sinodale, al mistero centrale, alla Madre di Dio che è attirata dal Signore in Lui stesso, e così noi tutti con Lei.

Il Concilio ha cominciato con l'icona della Theotókos. Alla fine Papa Paolo VI riconosce alla stessa Madonna il titolo Mater Ecclesiae. E queste due icone, che iniziano e concludono il Concilio, sono intrinsecamente collegate, sono, alla fine, un’icona sola. Perché Cristo non è nato come un individuo tra altri. È nato per crearsi un corpo: è nato — come dice Giovanni al capitolo 12 del suo Vangelo — per attirare tutti a sé e in sé. È nato — come dicono le Lettere ai Colossesi e agli Efesini — per ricapitolare tutto il mondo, è nato come primogenito di molti fratelli, è nato per riunire il cosmo in sé, cosicché Lui è il Capo di un grande Corpo. Dove nasce Cristo, inizia il movimento della ricapitolazione, inizia il momento della chiamata, della costruzione del suo Corpo, della santa Chiesa. La Madre di Theós, la Madre di Dio, è Madre della Chiesa, perché Madre di Colui che è venuto per riunirci tutti nel suo Corpo risorto.

San Luca ci fa capire questo nel parallelismo tra il primo capitolo del suo Vangelo e il primo capitolo degli Atti degli Apostoli, che ripetono su due livelli lo stesso mistero. Nel primo capitolo del Vangelo lo Spirito Santo viene su Maria e così partorisce e ci dona il Figlio di Dio. Nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli Maria è al centro dei discepoli di Gesù che pregano tutti insieme, implorando la nube dello Spirito Santo. E così dalla Chiesa credente, con Maria nel centro, nasce la Chiesa, il Corpo di Cristo. Questa duplice nascita è l’unica nascita del Christus totus, del Cristo che abbraccia il mondo e noi tutti.

Nascita a Betlemme, nascita nel Cenacolo. Nascita di Gesù Bambino, nascita del Corpo di Cristo, della Chiesa. Sono due avvenimenti o un unico avvenimento. Ma tra i due stanno realmente la Croce e la Risurrezione. E solo tramite la Croce avviene il cammino verso la totalità del Cristo, verso il suo Corpo risorto, verso l'universalizzazione del suo essere nell'unità della Chiesa. E così, tenendo presente che solo dal grano caduto in terra nasce poi il grande raccolto, dal Signore trafitto sulla Croce viene l'universalità dei suoi discepoli riuniti in questo suo Corpo, morto e risorto.

Tenendo conto di questo nesso tra Theotókos e Mater Ecclesiae, il nostro sguardo va verso l'ultimo libro della Sacra Scrittura, l'Apocalisse, dove, nel capitolo 12, appare proprio questa sintesi. La donna vestita di sole, con dodici stelle sul capo e la luna sotto i piedi, partorisce. E partorisce con un grido di dolore, partorisce con grande dolore. Qui il mistero mariano è il mistero di Betlemme allargato al mistero cosmico. Cristo nasce sempre di nuovo in tutte le generazioni e così assume, raccoglie l'umanità in se stesso. E questa nascita cosmica si realizza nel grido della Croce, nel dolore della Passione. E a questo grido della Croce appartiene il sangue dei martiri.

Così, in questo momento, possiamo gettare uno sguardo sul secondo Salmo di questa Ora Media, il Salmo 81, dove si vede una parte di questo processo. Dio sta tra gli dei – ancora sono considerati in Israele come dei. In questo Salmo, in un concentramento grande, in una visione profetica, si vede il depotenziamento degli dei. Quelli che apparivano dei non sono dei e perdono il carattere divino, cadono a terra. Dii estis et moriemini sicut homines (cfr Sal 81, 6-7): il depotenziamento, la caduta delle divinità.

Questo processo che si realizza nel lungo cammino della fede di Israele, e che qui è riassunto in un'unica visione, è un processo vero della storia della religione: la caduta degli dei. E così la trasformazione del mondo, la conoscenza del vero Dio, il depotenziamento delle forze che dominano la terra, è un processo di dolore. Nella storia di Israele vediamo come questo liberarsi dal politeismo, questo riconoscimento — «solo Lui è Dio» — si realizza in tanti dolori, cominciando dal cammino di Abramo, l'esilio, i Maccabei, fino a Cristo. E nella storia continua questo processo del depotenziamento, del quale parla l'Apocalisse al capitolo 12; parla della caduta degli angeli, che non sono angeli, non sono divinità sulla terra. E si realizza realmente, proprio nel tempo della Chiesa nascente, dove vediamo come col sangue dei martiri vengono depotenziate le divinità, cominciando dall'imperatore divino, da tutte queste divinità. È il sangue dei martiri, il dolore, il grido della Madre Chiesa che le fa cadere e trasforma così il mondo.

Questa caduta non è solo la conoscenza che esse non sono Dio; è il processo di trasformazione del mondo, che costa il sangue, costa la sofferenza dei testimoni di Cristo. E, se guardiamo bene, vediamo che questo processo non è mai finito. Si realizza nei diversi periodi della storia in modi sempre nuovi; anche oggi, in questo momento, in cui Cristo, l'unico Figlio di Dio, deve nascere per il mondo con la caduta degli dei, con il dolore, il martirio dei testimoni. Pensiamo alle grandi potenze della storia di oggi, pensiamo ai capitali anonimi che schiavizzano l'uomo, che non sono più cosa dell’uomo, ma sono un potere anonimo al quale servono gli uomini, dal quale sono tormentati gli uomini e perfino trucidati. Sono un potere distruttivo, che minaccia il mondo. E poi il potere delle ideologie terroristiche. Apparentemente in nome di Dio viene fatta violenza, ma non è Dio: sono false divinità, che devono essere smascherate, che non sono Dio. E poi la droga, questo potere che, come una bestia vorace, stende le sue mani su tutte le parti della terra e distrugge: è una divinità, ma una divinità falsa, che deve cadere. O anche il modo di vivere propagato dall'opinione pubblica: oggi si fa così, il matrimonio non conta più, la castità non è più una virtù, e così via.

Queste ideologie che dominano, così che si impongono con forza, sono divinità. E nel dolore dei santi, nel dolore dei credenti, della Madre Chiesa della quale noi siamo parte, devono cadere queste divinità, deve realizzarsi quanto dicono le Lettere ai Colossesi e agli Efesini: le dominazioni, i poteri cadono e diventano sudditi dell'unico Signore Gesù Cristo. Di questa lotta nella quale noi stiamo, di questo depotenziamento di dio, di questa caduta dei falsi dei, che cadono perché non sono divinità, ma poteri che distruggono il mondo, parla l'Apocalisse al capitolo 12, anche con un'immagine misteriosa, per la quale, mi pare, ci sono tuttavia diverse belle interpretazioni. Viene detto che il dragone mette un grande fiume di acqua contro la donna in fuga per travolgerla. E sembra inevitabile che la donna venga annegata in questo fiume. Ma la buona terra assorbe questo fiume ed esso non può nuocere. Io penso che il fiume sia facilmente interpretabile: sono queste correnti che dominano tutti e che vogliono far scomparire la fede della Chiesa, la quale non sembra più avere posto davanti alla forza di queste correnti che si impongono come l'unica razionalità, come l'unico modo di vivere. E la terra che assorbe queste correnti è la fede dei semplici, che non si lascia travolgere da questi fiumi e salva la Madre e salva il Figlio. Perciò il Salmo dice – il primo salmo dell’Ora Media – la fede dei semplici è la vera saggezza (cfr Sal 118,130). Questa saggezza vera della fede semplice, che non si lascia divorare dalle acque, è la forza della Chiesa. E siamo ritornati al mistero mariano.

E c'è anche un'ultima parola nel Salmo 81, “movebuntur omnia fundamenta terrae” (Sal 81,5), vacillano le fondamenta della terra. Lo vediamo oggi, con i problemi climatici, come sono minacciate le fondamenta della terra, ma sono minacciate dal nostro comportamento. Vacillano le fondamenta esteriori perché vacillano le fondamenta interiori, le fondamenta morali e religiose, la fede dalla quale segue il retto modo di vivere. E sappiamo che la fede è il fondamento, e, in definitiva, le fondamenta della terra non possono vacillare se rimane ferma la fede, la vera saggezza.

E poi il Salmo dice: “Alzati, Signore, e giudica la terra” (Sal 81,8). Così diciamo anche noi al Signore: “Alzati in questo momento, prendi la terra tra le tue mani, proteggi la tua Chiesa, proteggi l'umanità, proteggi la terra”. E affidiamoci di nuovo alla Madre di Dio, a Maria, e preghiamo: “Tu, la grande credente, tu che hai aperto la terra al cielo, aiutaci, apri anche oggi le porte, perché sia vincitrice la verità, la volontà di Dio, che è il vero bene, la vera salvezza del mondo”. Amen

Benedetto XVI
11 ottobre 2010


martedì 12 ottobre 2010

In memoria




Gulistan (Afghanistan) 9 ottobre 2010



sabato 9 ottobre 2010

Ricercatori: il problema non e' (solo) a Roma




La "questione" ricercatori sembra tutta incentrata sull'opposizione al DDL Gelmini, con un costante filo diretto  con le commissioni della Camera sugli emendamenti in discussione. Certamente, il DDL Gelmini rischia di tarpare le ali alle possibilita' dei ricercatori universitari sia come fondi per la ricerca, sia come riconoscimento dello stato giuridico, sia come progressione di carriera.

Indipendentemente o meno dall'approvazione del DDL Gelmini o di qualche suo emendamento, il problema dello stato giuridico e del ruolo dei ricercatori universitari confermati, ed assunti a tempo indeterminato, e' un problema cronico del sistema universitario, fin dalla sua creazione con il DPR 382/1980. In particolare, il loro ruolo ed il loro apporto all'attivita' didattica di insegnamento frontale, che di fatto hanno svolto e svolgono ad alto livello, e' oggi uno dei punti caldi del contendere, ma rappresenta da sempre un'anomalia ed una incongruenza della nostra universita'.

E' giunto il momento politico e culturale di "razionalizzare" la problematica dei ricercatori, permettendo ai migliori di essi, la meritata progressione di carriera a professore associato. Sarebbe un autogol farsi riconoscere con una mera indennita' economica il ruolo docente, rimanendo ricercatori o pomposamente chiamati "professori aggregati". Oltre al danno (fare didattica al posto della ricerca), vi sarebbe anche la beffa di continuare ad essere dei docenti formalmente di serie B. L'unica alternativa e' un periodo di almeno tre anni in cui le risorse delle facolta' vengano convogliate alla chiamata di quei ricercatori che avranno ottenuto l'idoneita' scientifica nazionale, prevista dalla Legge 230/2005 e dal D.Lgs. 164/2006.

Se, da un lato la legge 230/2005 nasce con l'intento di superare il localismo accademico, dall'altro la chiamata di idoneo nazionale su posto bandito da una universita' riflettera' sempre e comunque la strategia politica ed accademica di quella universita'. Sempre e comunque la singola universita' potra' decidere se dare priorita' alla chiamata di idonei nazionali "ordinari" od "associati". Quello che serve, e servira' sempre piu', e' una forza politica locale che impegni i dipartimenti e le facolta' a dare priorita' ai posti di seconda fascia rispetto a quelli di prima fascia. Almeno per un periodo di tre-quattro anni. Altrimenti, DDL Gelmini o meno, i ricercatori non vedranno mai aprirsi quegli sbocchi carrieristici meritati.

A questo punto, la riflessione deve spostarsi sul locale: qual e' stata la politica accademica di reclutamento della nostra facolta' di Medicina e Chirurgia di Bologna negli ultimi tre anni di Presidenza Stefoni? Visto che la presidenza Stefoni e' stata rinnovata, che cosa ci possiamo aspettare nei prossimi tre anni?

L'anamnesi e' impietosa. Sotto la presidenza di Sergio Stefoni non e' stato bandito nessun concorso per professore associato che non fosse gia' stato approvato nella programmazione ruoli durante la presidenza Landini. Motu proprio, Sergio Stefoni non ha fatto nulla per la progressione di carriera dei ricercatori. I nuovi professori associati dei settori MED/06, MED/26 e MED/44 derivano da concorsi gia' programmati sotto Maria Paola Landini. A dire il vero, motu proprio, vi e' stata una chiamata di idonea di professore di seconda fascia, guarda caso nel settore scientifico disciplinare di un caro amico del preside.

I punti di budget disponibili, la presidenza attuale li ha utilizzati per posti di professori di prima fascia, banditi o per trasferimento, nei settori MED/17, MED/18, MED/23, MED/36. Si tratta di 4 punti interi di budget ordinario. E tutto questo senza che, ad esempio, nel Consiglio di Presidenza nessuno dei rappresentanti dei ricercatori mettesse a verbale alcuna obiezione. Sic stantibus rebus, con questa presidenza e senza una nuova politica della facolta' e dei rappresentanti dei ricercatori, sperare che vengano banditi posti da professore associato sembra pura utopia.

Ma la protesta anti-Gelmini e' stata ed e' utile. Ha fatto riscoprire coesione fra i ricercatori. Per la prima volta la stragrande maggioranza dei ricercatori universitari della nostra facolta' ha saputo dire stop allo sfruttamento didattico rinunciando a tutti gli insegnamenti o mantenendone uno solo. Ora questa coesione non va persa, ma deve produrre frutti politici che sappiano indirizzare, tramite nuovi rappresentanti in consiglio di presidenza e nuove azioni comuni in consiglio di facolta' e nei consigli di dipartimento, gli sforzi e gli investimenti verso una scelta meritocratica dei ricercatori universitari confermati alla chiamata di professore di seconda fascia.

La storia ha cambiato i ricercatori, spetta ai ricercatori cambiare la storia.


martedì 5 ottobre 2010

Dietrofront: il DDL Gelmini non slitta




I vari organi di informazione hanno, negli ultimi giorni, diramato la notizia che il Disegno di Legge "Gelmini" di riforma del sistema universitario sarebbe stato posticipato, alla Camera, al 14 ottobre. Se cosi' fosse, sarebbe alquanto improbabile che l'iter legislativo potesse concludersi prima dei lavori parlamentari sulla legga finanziaria. In realta', sembra trattarsi di un diversivo, una sorta di bluff per allentare la tensione e l'interesse sull'argomento.

Che l'espediente funzioni lo dimostrano gli aggiornamenti degli ordini del giorno delle varie assemblee universitarie. Molti ricercatori stanno per tornare sui banchi della didattica, proprio perche', per il momento, il "pericolo" sembrerebbe scampato. Ma, probabilmente, cosi' non e'.

Meduni ribadisce la sua ferma posizione di astensione dei ricercatori dalla didattica frontale, tutta e senza eccezioni o distinguo, indipendentemente dal DDL Gelmini. La questione della progressione di carriera dei ricercatori va definita ora. Grazie, quindi e paradossalmente, al DDL Gelmini che ha portato di estrema attualita' un problema che esiste da 30 anni e che ha permesso il coagularsi di interessi e volonta' distinte.

Ma tornando alla notizia, due sono i segnali odierni che, probabilmente, il DDL non slittera' alla Camera e verra' approvato in tempi brevissimi:

1. Giovedi' 7 ottobre, alle ore 14, inizia la seduta "fiume" della VII Commissione Permanente (Cultura, scienza e istruzione) della Camera sul disegno di legge in oggetto (C 3687) che potrebbe e dovrebbe riuscire a chiudere entro la tarda serata. A seguire, infatti, e' convocato, sullo stesso tema, l'Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi (quindi non piu' al 14 ottobre !).

2. In data odierna il Presidente della CRUI, prof. Enrico Decleva, ha inviato ai Rettori questa mail:

"   Cari Colleghi,

dopo le uscite sulla stampa e in televisione di ieri, credo opportuno informarvi brevemente, e per quanto possibile, sulla situazione del DDL di riforma.
 

Grazie anche agli interventi fatti, a tutti i livelli, c'è stata un'evoluzione positiva. Sembra nuovamente assicurato uno spazio in Aula alla Camera sufficiente a portare al voto finale sulla legge prima che inizi la sessione di bilancio. E sembra (non uso a caso questo verbo) che anche all'interno delle forze politiche ci sia la volontà di arrivare rapidamente a una conclusione.
 

L'attenzione si sposta a questo punto sulla VII Commissione, che si è impegnata a concludere i suoi lavori entro giovedì, cioè dopodomani, eventualmente ricorrendo a una seduta finale notturna. Resta però il fatto che gli emendamenti presentati sono oltre 600 ed è quindi da vedere come concretamente procederanno i lavori. Tra gli emendamenti presentati dalla relatrice o, comunque, predisposti con il consenso del Ministero, mi risulta che ci siano quelli riguardanti il piano straordinario di assunzione dei 9000 associati in sei anni e lo svincolo dei docenti (sembrerebbe non solo i ricercatori) ai livelli più bassi dal blocco degli scatti. Ma non è stato ancora possibile prendere visione dell'insieme degli emendamenti.
 

Non mi sembra il caso di azzardare previsioni. Non appena disporrò di notizie aggiornate, ve le comunicherò.

Un vivo saluto.

Enrico Decleva
   "