mercoledì 27 aprile 2011

Facolta': divisi alla meta




Il nodo della riorganizzazione dei Dipartimenti Universitari (DU) e' finalmente arrivato al pettine. I tempi per formalizzare una proposta condivisa da sottoporre all'approvazione del Senato Accademico ed alla ratifica del CdA sono praticamente scaduti. Gli attuali DU sono in via di disattivazione ed i nuovi DU saranno attivati dall'Ateneo entro l'estate.

La roadmap prevista dal Magnifico Rettore prosegue senza intoppi. La Facolta' di Medicina e Chirurgia, anch'essa in via di disattivazione, domani si riunisce per fare il punto della situazione e giungere ad una decisione comune e condivisa sui nuovi dipartimenti. Ma di comune e condiviso sembra esservi ben poco, per ora, o, meglio, vi sono due linee comuni e contrapposte. Da un lato la stragrande maggioranza dei professori ordinari e parte dei professori associati propone una ristrutturazione di Medicina imperniata su 5 dipartimenti (Medicina, Chirurgia, Materno-Infantile, Onco-Ematologia, Rizzoli + Neuroscienze), dall'altro la stragrande maggioranza dei ricercatori e parte dei professori associati propone un massimo di tre dipartimenti, preferibilmente due. Ma perche' questa frattura?

Credo che valga la pena fare una breve messa a punto sulla problematica. La legislazione vigente fa riferimento, sostanzialmente, al D.P.R. 382/1980 ed alla L. 30-12-2010 N. 240. I DU debbono intendersi come "l'organizzazione di uno o piu' settori di ricerca omogenei per fini o per metodo e dei relativi insegnamenti" con funzioni di promuovere e coordinare la ricerca (art. 83 D.P.R. 382/1980). La legge Gelmini (N. 240) non ha stravolto il dettame del 1980, ma lo ha modificato ed arricchito. In particolare, vale la pena sottolineare:

Art. 2. par. 2: ...le universita' statali modificano, altresi', i propri statuti in tema di articolazione interna, con l'osservanza dei seguenti vincoli e criteri direttivi:
a) semplificazione dell'articolazione interna, con contestuale attribuzione al dipartimento delle funzioni finalizzate allo svolgimento della ricerca scientifica, delle attivita' didattiche e formative, nonche' delle attivita' rivolte all'esterno ad esse correlate o accessorie;
b) riorganizzazione dei dipartimenti assicurando che a ciascuno di essi afferisca un numero di professori, ricercatori di ruolo e ricercatori a tempo determinato non inferiore a trentacinque, ovvero quaranta nelle universita' con un numero di professori, ricercatori di ruolo e a tempo determinato superiore a mille unita', afferenti a settori scientifico-disciplinari omogenei.

Da questo punto di vista, la proposta dei professori ordinari di cinque dipartimenti appare tecnicamente corretta (i numeri dei docenti ci sarebbero), anche se sembra problematica l'organizzazione dipartimentale delle attivita' didattiche e formative, con docenti suddivisi in cinque blocchi dipartimentali. Ma allora perche' la maggioranza dei ricercatori universitari non e' d'accordo? A parte le motivazioni di evitare inutili ed eccessive frammentazioni e di favorire l'organizzazione della didattica, credo che vadano aggiunte alcune considerazioni che sembrano sfuggite ai nostri professori ordinari ed al nostro preside che li supporta:

1. La legge 240 (Gelmini) ristruttura sostanzialmente l'organizzazione ed il funzionamento delle universita' statali anche, e soprattutto, nell'ottica delle attribuzioni e della distribuzione delle risorse. Non esistera' piu' il budget integrato di Dipartimento, ma vi sara' il budget integrato di Ateneo, con la nuova figura del Direttore Generale con cui annualmente i dipartimenti dovranno contrattare il loro budget. Nel budget saranno comprese tutte le risorse da attribuire ai dipartimenti, non solo quelle per il funzionamento, compresi i punti di budget per la programmazione dei ruoli docenti. La tanto cara programmazione ruoli, ovvero i concorsi e le chiamate per professori ordinari ed associati sara' possibile se l'Ateneo, nella figura del Direttore Generale e con la ratifica del CdA, avra' concordato l'attribuzione a quel dipartimento dei fondi necessari. E l'assegnazione dei fondi da parte dell'Ateneo, recita sempre la legge 240 all'art 2, dovra' tenere in sostanziale conto dell' "attribuzione al nucleo di valutazione della funzione di verifica della qualita' e dell'efficacia dell'offerta didattica, anche sulla base degli indicatori individuati dalle commissioni paritetiche docenti-studenti, (...) nonche' della funzione di verifica dell'attivita' di ricerca svolta dai dipartimenti e della congruita' del curriculum scientifico o professionale dei titolari dei contratti di insegnamento di cui all'articolo 23, comma 1, e attribuzione, in raccordo con l'attivita' dell'ANVUR, delle funzioni di cui all'articolo 14 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, relative alle procedure di valutazione delle strutture e del personale, al fine di promuovere nelle universita', in piena autonomia e con modalita' organizzative proprie, il merito e il miglioramento della performance organizzativa e individuale".

Secondo voi, ha piu' probabilita' di eccellere in qualita' ed efficacia della didattica ed in qualita' di produzione scientifica e di ricerca un dipartimento formato da 70 docenti senza componente preclinica o biomedica, od un dipartimento con 150 docenti, di cui parte preclinica o biomedica? Polemicamente, mi chiedo come un dipartimento di chirurgia possa guadagnare fondi per la programmazione ruoli in confronto ad un dipartimento di medicina. Impact factor alla mano, e considerando che alcuni colleghi chirurghi non si sono mai presentati in aula ad insegnare agli studenti durante tutto l'anno accademico, puo' esservi competizione per i fondi? Eppure, i nostri lungimiranti ordinari continuano a sostenere che almeno 5 dipartimenti vanno benissimo.

2. Altro aspetto sara' la rappresentanza di componenti dei dipartimenti negli organi elettivi dell'universita', come ad esempio il Senato Accademico. La' dove si decidono le strategie d'Ateneo, avra' piu' probabilita' di risultare eletto un docente espressione di un dipartimento di 150 membri o un docente che proviene da uno striminzito dipartimentucolo di 50 anime?

3. Terza considerazione, di non minore importanza, riguarda il personale tecnico amministrativo dei dipartimenti. L' Ateneo sara' piu' propenso a rimpiazzare o fornire nuove risorse unane ad un grande dipartimento attivo e che richiama fondi e investimenti, o ad un piccolo agglomerato di compagni di merenda?

Sembra ovvio che convenga a tutti ridurre la proposta ad un massimo di tre dipartimenti "verticali", con i docenti preclinici e biomedici inseriti in essi e non in un raggruppamento a parte. Considerando che il dipartimento dei colli sembra cosa fatta e inscindibile (Rizzoli + Bellaria Neuroscienze), la partita si gioca ora al Sant'Orsola e nelle strade dei preclinici (Belmeloro, San Giacomo, Irnerio). Il tutto, anche nell'ottica futura di un' auspicabile costituzione del Policlinico S. Orsola-Malpighi, coi preclinici, in IRCCS. Inoltre, la proposta di almeno 5 dipartimenti, gia' avanzata in sede di audizione alla Commissione Statuto, era stata bocciata senza mezzi termini dal Magnifico Rettore. Eppure i nostri lungimiranti ordinari perseverano!

Fortunatamente, la stoltezza di chi si ostina a proporre di spartire il gregge dei circa 450 docenti in almeno 5 dipartimenti non tiene conto di due nodi cruciali che potrebbero risultare insuperabili: (1) i dipartimenti universitari per essere attivati devono essere approvati dal Senato Accademico e firmati dal Rettore, (2) l'incardinamento dei docenti nei dipartimenti avviene per richiesta individuale di afferenza dei singoli e non per coercizione. Questi due punti fermi possono portare ad una o due conseguenze che di fatto renderebbero inattuabile il pentaprisma dipartimentale: (a) il Senato Accademico non approva l'attivazione di uno o piu' dipartimenti, (b) i dipartimenti, seppure attivati, non raggiungono il numero minimo di docenti richiesti.

E qui viene il ruolo fondamentale dei tanto snobbati, finora, ricercatori universitari e di molti professori associati. Se non faranno domanda di afferenza, distribuendosi, nei 5 o piu' dipartimenti proposti, ma rimarrano fermi e compatti sulla proposta di non piu' di tre dipartimenti, i 5 o piu' dipartimenti non si potranno costituire. La facolta' di medicina subirebbe una sorta di commissariamento da parte degli organi accademici, indice ulteriore dell'inettitudine e della mancanza di leadership dell'attuale presidenza. Ma cio' non avverra', almeno lo speriamo per tutti noi, perche' non ve ne sara' bisogno.

A domani.

venerdì 22 aprile 2011

Cristo Figlio di Dio condannato e ucciso: il giorno della memoria




" Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre "
(Prima Lettera di Giovanni, capitolo 2, versetto 23).

Il Dio in cui credono i cristiani e' il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Non ci si puo' definire cristiani negando la divinita' di Cristo. Ricordiamocelo, quando abbiamo il tabu' di chiamare col proprio nome quello che avvenne duemila anni fa: deicidio.

Cristo e' la pietra dello scandalo, scartata dai costruttori e divenuta testata d'angolo.

In questo giorno di tristezza e riflessione, invitiamo a leggere il breve lavoro di padre Isidoro da Alatri o.f.m., pubblicato nel 1961, con il titolo "Chi ha ucciso Gesu' Cristo?" ed "Il Grande Inquisitore" nel libro V del capolavoro di Dostoevskij, I Fratelli Karamazov.


venerdì 15 aprile 2011

Un testimone troppo scomodo




Vittorio Arrigoni, pacifista ed attivista per i diritti umani nella Striscia di Gaza e' stato sequestrato ed ucciso.

Da anni testimone ed accusatore dei soprusi e dei crimini compiuti dall'esercito israeliano contro la popolazione civile palestinese, e' stato sequestrato ed ucciso da un fantomatico gruppo terroristico.

Vedere la longa manus di Israele dietro questo delitto sembra fin troppo facile.

Invitiamo a leggere il suo blog http://guerrillaradio.iobloggo.com/ vera voce di uno che grida nel deserto.

A questo ennesimo martire rispetto e memoria.


martedì 5 aprile 2011

Roadmap medicina: la necessita' di una scelta




E venne l'ora dell'audizione dell'Area delle Scienze Mediche e Medico-Veterinarie da parte della Commissione Statuto, la commissione d' Ateneo che ha il difficile compito di redigere il nuovo Statuto Generale d'Ateneo, che dovra' essere approvato dal Senato Accademico e dal CdA.

Redigere un nuovo statuto generale d'ateneo corrisponde, per una universita', a quello che e' la redazione della Carta Costituzionale per uno stato sovrano, ovvero un atto fondativo. I principi ispiratori della riforma dello statuto sono quelli di facilitare il conseguimento degli obiettivi primari - didattica e ricerca -, dell'internalizzazione e della diffusione ed applicazione della conoscenza, per il progresso culturale, civile ed economico della societa'.

L'approvazione della legge 240 di riforma dell' universita' - Legge Gelmini - ha aperto una nuova fase di organizzazione dell' Universitas Studiorum, con la finalita' di incentivare qualita' ed efficienza del sistema universitario. Buona o cattiva che possa essere considerata, la legge Gelmini offre la straordinaria opportunita' di ridisegnare la struttura della trasmissione del sapere, di riscrivere l'universita'. In questa nuova fase costituente il nostro Ateneo si avvale di un Magnifico Rettore la cui intelligenza e cultura fanno molto ben sperare. Ma in tutta questa nuova fase costituente di riforma del sistema dalle fondamenta, la "prestigiosa" Facolta' di Medicina e Chirurgia che cosa sta proponendo?

Non e' chiaro che cosa il nostro signor preside, prof. Sergio Stefoni, e la sua delegazione proporranno domani nell'audizione alla Commissione Statuto, ma da quanto e' emerso nell'unica Conferenza di Facolta' organizzata e dai documenti piu' o meno formali che circolano, le aspettative appaiono molto dimesse.

Le maggiori preoccupazioni emerse finora in seno a Medicina appaiono di tipo quantitativo e formale e non, come ci si dovrebbe aspettare, di natura qualitativa e sostanziale. Alla nostra presidenza sembra stare a cuore innanzitutto la permanenza in autonomia della "Facolta'" di Medicina e Chirurgia. Nemmeno il nome Facolta' vorrebbe essere dismesso, e, soprattutto, si vuole conservare una coordinazione sovra-dipartimentale, con competenza nella programmazione ruoli. Invece di essere un "service" di collegamento fra i dipartimenti, la facolta' vuole continuare ad essere sede decisionale. In quest'ottica, naturalmente, piu' saranno i dipartimenti universitari meglio sara', poiche' cosi' si dovra' necessariamente ricorrere non ad un servitore ma ad un arbitro. La figura ed il potere del preside resterebbero salvi, nonostante e a dispetto della legge Gelmini.

Fortunatamente, il termine di Facolta' non restera' nel nostro Ateneo, ma verra' adottato il termine di "Scuola", intesa come struttura che coordina le attivita' didattiche programmate dai dipartimenti. Resta invece ancora aperto il ruolo delle scuole nella programmazione del personale e nella programmazione didattica e nell'istituzione ed attivazione dei corsi di studio. Sebbene la Commissione Statuto definisca con chiarezza le scuole come "strutture di raccordo" non e' invece chiaro il loro compito e potere in materia di reclutamento del personale docente e di chiamata di docenti con idoneita' nazionale a professori di prima e seconda fascia. Non e' cosa da poco. Ne vien da se' che maggiore sara' il numero dei dipartimenti, maggiore sara' la necessita' di un coordinamento "superiore" delle esigenze programmatorie di didattica e di ricerca avanzate dai singoli dipartimenti. In sintesi: piu' dipartimenti piu' potere per il preside, definito in futuro presidente del consiglio della scuola, a scapito dell'autonomia gestionale dipartimentale .

Da questa disanima deriva come la riorganizzazione e ristrutturazione dei dipartimenti biomedici, medici e chirurgici rappresenti la pietra angolare da cui conseguira' gran parte dell'intero impianto riformatore. Ai dipartimenti sono attribuite le responsabilita' delle funzioni finalizzate alla ricerca ed alla didattica. I dipartimenti devono soddisfare requisiti di "congruita'" culturale e scientifica e devono avere una numerosita' minima di almeno 50 docenti. Ovviamente, i dipartimenti propongono il reclutamento del personale e l'offerta formativa di ogni livello e l'affidamento dei compiti didattici. Viene quindi meno la dicotomia attuale fra compiti prevalentemente di organizzazione della ricerca per i dipartimenti e di organizzazione della didattica per le facolta'.

Con circa 450 docenti, usando un criterio puramente quantitativo, a Medicina si potrebbero costituire ben 9 dipartimenti. E' chiaro che, nell'ottica della riforma Gelmini, che punta a valorizzare il ruolo centrale dei dipartimenti nell'organigramma accademico, nove piccoli dipartimenti sarebbero un non senso, incapaci di attrarre e veicolare risorse e servizi messi a disposizione sulla base dei risultati conseguiti nella didattica e nella ricerca. Ma, cosi', si salverebbero tanti piccoli interessi personali e corporativi. Dall'altro, si potrebbe invece proporre la costituzione di due mega-dipartimenti, orientati ad esempio, come proposto dai ricercatori universitari, uno prevalentemente alla specializzazione ed alla tecnologia e l'altro prevalentemente alla medicina sociale, del territorio e dei servizi.

Sebbene la proposta dei due mega-dipartimenti, uno per la ricerca e formazione in ambito specialistico e tecnologico ed uno per la ricerca e formazione in ambito di medicina generale e dei servizi, appaia molto interessante, sembra anche essa nascere da una logica di tipo "reverse look-up": prima fissare il numero necessario per costituire una massa critica e poi decidere che cosa metterci dentro. Sembra anche qui che la logica quantitativa e formale preceda quella qualitativa e sostanziale.

Non credo che ci siano in questo momento soluzioni facili o semplici, ma decisioni si devono prendere e le decisioni derivano da scelte che bisogna fare. Il numero dei dipartimenti e, di converso, del rapporto docenti/dipartimenti non appare al momento fondamentale. Ovvio che una massa critica di circa 100 docenti per dipartimento sia auspicabile, doverosa e necessaria. Tuttavia il quesito fondamentale cui probabilmente occorre rispondere e' questo: l'Universita' deve unicamente rispondere alle richieste della societa' e ad esse adeguarsi o puo' farsi promotrice culturale di nuovi modelli che possono modificare la societa'? Da come rispondiamo a questa domanda deriva, probabilmente, la logica strutturale ed organizzativa di quella "domus scientiae" che e' il dipartimento universitario.

Se crediamo che la ricerca e la formazione universitaria possano creare nuova cultura e nuovo sapere, allora i modelli pre-esistenti della societa' sono importanti, fondamentali, ma non imprescindibili. Tre sono i punti cardini che dovrebbero regolare la nuova fase costituente dei dipartimenti:

1. Non esiste una scienza di base pura ed una scienza applicata pura. La conoscenza e' dinamica, fluida e traslazionale. Se si deve fare ricerca la ricerca va fatta per macroaree del sapere e della conoscenza, con all'interno, gomito a gomito, docenti e ricercatori pre-clinici, biomedici, medici e chirurghi. Gomito a gomito significa superare la divisione storica dei dipartimenti per nozioni del sapere ed arrivare a dipartimenti logisticamente verticali, in cui convivono esperti di un campo del sapere con diverse metodologie di studio di quel campo del sapere. Non continuiamo a sbirciare la luce dal buco della serratura, ma entriamo nella luce insieme ed apriamo le porte perche' tutti possano entrare.

2. L'assistenza clinica ai pazienti richiede strutture, organizzazioni e logiche che non si possono integrare con lo sviluppo conoscitivo della ricerca e della formazione. I dipartimenti universitari rispondono a logiche ante-quam, di ricerca, scoperta, invenzione e trasmissione del sapere. I dipartimenti ospedalieri rispondono a logiche post-quam, di applicazione di sapere e conoscenze consolidate. In nessun modo possono coincidere. Sarebbe come applicare nel settore ricerca e sviluppo di un'azienda le logiche organizzative e di funzionamento della catena di montaggio.

3. La congruita' culturale e scientifica di un dipartimento esula dalla omogeneita' e dalla somma dei settori scientifici disciplinari dei singoli docenti che lo compongono. L'afferenza di ogni singolo docente ad un dipartimento e', e deve rimanere, libera e volontaria, frutto di una scelta profonda ed interiore di adesione, compartecipazione, affinita' ad un working-team di colleghi, indipendentemente dal loro burocratico SSD. Non si dovra' ingabbiare gli scienziati a priori, ma permettere che si raggruppino liberamente e, certamente, valutarli, a posteriori.

Se la Commissione Statuto, il Senato Accademico ed il CdA porteranno alla formazione nella scuola medica di dipartimenti che rispondono a tutti e tre questi principi, molto probabilmente il rettorato di Ivano Dionigi sara' ricordato nei tempi, alla stregua di Enrico De Nicola.