martedì 14 agosto 2012

La truffa degli assegni di ricerca




Gli assegni di ricerca rappresentano una importante fonte di finanziamento che, annualmente, l'Universita' conferisce per favorire la realizzazione di attivita' di ricerca. Gli assegni, da regolamento, hanno come oggetto lo svolgimento di attivita' di ricerca, da realizzare nell'ambito di uno specifico progetto di ricerca, alla cui attuazione e' vincolata l'attivazione dell'assegno.

In sostanza si tratta di fondi, di soldi pubblici, che l'Universita' mette a disposizione, nell'ambito delle disponibilita' di bilancio, per finanziare chi attivamente si impegna a portare avanti un preciso progetto di ricerca. Il contratto, con carattere continuativo temporale definito, messo a bando di concorso pubblico, prevede uno specifico progetto di ricerca che si articola in uno specifico programma di ricerca, le cui attivita' sono svolte nell'ambito di un rapporto di coordinamento con il tutor. L'entita' dei fondi messi a disposizione non e' poi nemmeno tanto esigua, dal momento che il valore minimo contrattuale e' di almeno 23.000 euro all'anno.

Poiche' il progetto di ricerca puo' articolarsi in programmi di ricerca clinica, i titolari di assegni di ricerca, relativi ai settori scientifici disciplinari dell'area medico-chirurgica, "possono svolgere attivita' assistenziale esclusivamente in relazione alle esigenze del progetto di ricerca". Per poter svolgere tale limitata ed esclusiva attivita' clinica, sui soggetti (pazienti) dello specifico progetto di ricerca, esiste una normativa di appositi accordi tra l'Universita' e l'Azienda Ospedaliera, che autorizza, regola e tutela la prestazione clinico-assistenziale dell'assegnista di ricerca.

Alla conclusione dell'attivita', il titolare dell'assegno deve presentare al Consiglio del Dipartimento di afferenza una relazione e rendicontazione dettagliata dell'attivita' di ricerca svolta e dei risultati ottenuti.

Tutto sembrerebbe chiaro e benemerito. Ma c'e' un pero', c'e' un ma serio, grave e grossolano.

I direttori universitari di Unita' Operative medico-chirurgiche e i professori universitari che svolgono attivita' assistenziale nel Policlinico hanno bisogno ed interesse ad avere giovani collaboratori per far quadrare il difficile cerchio delle prestazioni assistenziali, richieste come obiettivi di budget alle loro unita' operative dall'Azienda Ospedaliera. D'altro canto, l'Azienda Ospedaliera, che gia' si giova dell'attivita' assistenziale dei medici specializzandi, non puo' che vedere di buon occhio eventuale personale medico specialistico che svolga attivita' clinico-assistenziale nell'Azienda, senza essere pagato dall'Azienda stessa. Infine, e' anche interesse dei giovani medici neospecialisti poter trovare subito, appena specializzati, un contratto di lavoro, della durata di pochi anni, che permetta loro uno stipendio che non e', oltretutto, incompatibile con eventuali ulteriori attivita' svolte in ambito libero professionale.

Ecco allora che tra professori universitari, i primi colpevoli, l'Azienda Ospedaliera, che concorre facendo finta di non sapere, ed i giovani neospecialisti si perpetua il patto scellerato di truffa ai danni dell'Universita', con utilizzo di fondi pubblici finalizzati.

Come viene perpetrata la truffa? Semplice. Il professore universitario (docente-tutor) propone all'Universita' uno specifico progetto di ricerca, con dettagliato ed articolato programma scientifico, e ne ottiene il finanziamento. Il Dipartimento, su richiesta del docente-tutor, mette a bando l'assegno di ricerca, ed il predestinato giovane medico specialista vince il concorso di selezione. Fin qui tutto regolare, o quasi. Poiche' il progetto di ricerca implica anche lo svolgimento di attivita' assistenziale "esclusivamente finalizzata allo svolgimento del programma di ricerca", l'Azienda Ospedaliera autorizza l'attivita' assistenziale dell'assegnista. A questo punto il gioco e' fatto.

L'assegnista di ricerca viene inserito regolarmente nei turni di servizio assistenziali dell' Unita' Operativa e svolge settimanalmente attivita' clinica ed assistenziale totalmente sganciata ed assolutamente non in relazione con lo specifico progetto di ricerca per cui riceve lo stipendio. In altri termini, si realizza una truffa per cui con soldi pubblici universitari, finalizzati esclusivamente ad attivita' specifica di ricerca, viene pagata manovalanza con finalita' assistenziale ospedaliera. Cio' non toglie che tale attivita' possa servire all'ulteriore formazione specialistica del giovane medico, ma questo avviene con l'utilizzo di soldi a tutt'altro destinati.

Alla fine del contratto di ricerca, spesso e volentieri, all'assegnista non viene richiesta alcuna relazione dettagliata e consuntiva dell'attivita' di ricerca svolta e dei risultati conseguiti.

Un ultimo aspetto, spesso poco considerato, riguarda il rischio di responsabilita' civile e penale cui puo' incorrere sia l'assegnista, sia anche il suo docente-tutor, nel caso in cui sia coinvolto in un procedimento medico-legale derivante da attivita' assistenziale da lui svolta. Se il pubblico ministero ed il giudice stabiliscono che l'attivita' assistenziale svolta, che ha generato il caso di "malpractice", non era autorizzata dal contratto di ricerca in essere, l'assicurazione verosimilmente non si fa carico del risarcimento dell'eventuale danno, e l'assegnista ed il docente-tutor si vedono sottoposti a procedimenti disciplinari ed a richiesta di risarcimento danni che nessuno puo' o vuole coprire, men che meno l'Azienda Ospedaliera che, pur al corrente, ufficialmente non sa.

Questo schema fa impallidire la truffa di Toto' che voleva vendere la Fontana di Trevi, ma il Principe De Curtis si assumeva anche meno rischi.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

In sintesi: Brillanti ha assolutamente ragione. Non è così che facilitiamo la formazione di ricercatori veramente competitivi. All'estero hanno più mezzi, più fondi e dedicano il 100% del tempo alla ricerca !
Gaddi

Anonimo ha detto...

Sono d'accordo ma vorrei aggiungere un ultimo punto degno di nota e sempre dimenticato. Mi riferisco alla qualitá della eventuale ricerca finanziata e soprattutto alla sua utilitá. Spesso si tratta di aride speculazioni basate su casistiche inadeguate o studi abbandonati (se mai iniziati) alla fine dell'assegno. Nessuno si senta additato ma neppure escluso.. Sarebbe opportuna una valutazione in itinere e bloccare l'assegno in caso di inconsistenza dei risultati. Ricordiamoci di politici stranieri licenziati con disonore per aver taroccato le proprie tesi di dottorato.
Antonio Farina

Dario Braga ha detto...

carissimo,
ho letto con interesse l'intervento sugli AdR.
Il problema che affronti non è
piccolo e - ahinoi - non è nuovo.
Non per "alzare il itro" ma è lo
stesso problema dei ricercatori a
tempo determinato e - in qualche
misura - persino dei dottorandi di
ricerca.

Io non sono un medico, come sai, e
quindi posso guardare al problema
da fuori.

Due letture diverse:
vediamo quella positiva:
l'assegnista (come il RTD ) in
area medico-clinica è un medico e
spesso la sua attività, la sua
prospettiva e anche la sua
ambizione è quella di essere un
buon clinico - è quello di mettere
le mani sui pazienti, di fare il
mestiere insomma. L'assegnista di
ricerca quindi potrà trovarsi a
coniugare (ripeto siamo nello
scenario "giusto") i suoi
interessi di ricerca,
concordati/definiti dal suo
supervisor, con la pratica clinica
e - penso- ne verrà fuori un ricercatore
migliore e un medico migliore e
non avrà certamente male
utilizzato i soldi del suo
salario, vuoi che vengano dal
bilancio dell'ateneo vuoi che
vengano da altre fonti.

vediamo quella negativa: che è poi
quella che dipingi tu - e che so
essere molto veritiera - bene in
questo scenario non positivo si
realizza esattamente quello che
descrivi: un uso improprio delle
risorse pubbliche (in particolare
se il salario dell'AdR viene dalle
casse dell'Ateneo), una mancanza
di "prodotto di ricerca", e quindi
un danno, da un lato e un servizio
indebitamente reso a un ente
pubblico terzo dall'altro.

Dov'è il discrimine?

E' chiaro che siamo in una
classica situazione di interessi
in competizione - da un lato
quello dell'assegnista che vuole
fare pratica clinica, ma anche
ricerca, (e che è facilmente
soggetto a pressioni nel caso
venissero esercitate) e dall'altro
quello della struttura sanitaria -
e spesso anche dei colleghi
senior - che hanno bisogno di
presenza assistenziale. I
comportamenti opportunistici poi
sono facilmente immagginabili e
infatti avvengono.
Che fare?

Secondo me l'unica cosa che
andrebbe sempre fatta in questo
Paese - e che viene praticata
troppo poco - è quella della ferma, continuativa e coerente
gestione delle risorse umane
avendo a mente gli obiettivi e la
missione del datore di lavoro da
un lato (l'Università) e gli
obiettivi e le necessità del
personale in formazione dall'altro(l'assegnista) e avendo una forte
posizione negoziale nei confronti
di chi del secondo tipo di
coinvolgimento (quello
assistenziale) trae vantaggio (e
questo vale in maniera
assolutamente importante anche per
gli aspetti medico-legali).

Insomma, come sempre, nulla
può "normarsi fino in fondo"
e "nessuna norma / regolamento può
sostituirsi all'azione di
controllo" di chi ha le
responsabilità amministrative e
gestionali.
un caro saluto

Dario Braga

Stefano Brillanti, M.D. ha detto...


Ringrazio il Prorettore alla Ricerca della nostra Universita' per l'autorevole commento.

In particolar modo, per aver evidenziato il piu' ampio coinvolgimento della problematica (vedi ricercatori a tempo determinato) e per aver saggiamente dato dei consigli operativi tesi a mantenere sempre piu' l'attivita' assistenziale in funzione della ricerca, e non viceversa, soprattutto quando i soldi che si usano sono esclusivi per la ricerca.

Stefano Brillanti