domenica 30 dicembre 2012

Don Chisciotte e Sancho Panza: una perla giornalistica di Francesco Merlo




La politica li ha fatti fuori tutti, ma proprio tutti, tranne uno: Pierferdinando Casini "l'inrottamabile", più celodurista di Bossi, più gatto di D'Alema, più volpe di Veltroni, più conchiglia di Mastella, eterno come fu Andreotti. I capelli imbiancati su un viso da ragazzo come un Gianni Morandi senza tinture, finto vecchio e finto giovane come i lesti gregari delle favole che sono i complici-registi di tutti i draghi e di tutti i nostri animalitotem: la Balena, il Caimano e Monti, che è ancora in cerca di zoologia ma è forse l’Ippogrifo, il cavallo alato che riportò il senno all’Orlando, furioso come l’Italia.
 
Di sicuro, Casini ritrova con Monti quel Forlani che fu il suo “miglior fabbro”, il solo maestro che non ha mai tradito, il galantuomo gommoso, il coniglio mannaro della Dc. Monti somiglia a Forlani persino fisicamente, la stessa figura sobria, un elegante corpo senza fatica da Signor Veneranda, garbato e puntuto anche nel linguaggio doroteo che fu inventato appunto da Forlani: «Potrei andare avanti per ore» ironizzava di sé. Certo Monti è un “Forlani international” con le competenze di economia che nella vecchia Dc erano limitate al parastato. Casini comunque è abituato a riverire e a imbrigliare questa antropologia sin dai tempi in cui a me, cronista ancora giovane, diceva «guarda cosa farò dire questa sera in tv a Forlani» che era allora il segretario della Dc, vale a dire l’uomo più potente d’Italia, e però con Casini che lo serviva da segretario non si capiva chi tra loro due era il Segretario e chi il segretario del Segretario.
 
E difatti con la Balena, Pierferdinando esordì non come comparsa nascosta tra le quinte, ma come attor giovane subito alla ribalta. Poi venne appunto il Caimano, con cui Casini si traghettò dal disastro di Tangentopoli al “Polo del buon governo”, diventando accanto a Berlusconi e a Fini una delle punte del famoso, sciagurato Tridente. E ora tocca a Monti che i giornali della destra raccontano come l’ambizioso ma ingenuo leader nelle mani appunto del puparo, del Casini stratega, del servo-padrone: «Monti si candida a vice di Casini» è il titolone di prima pagina di Libero di ieri.
 
Ed è però una semplificazione perché la dialettica tra il Sancho Panza Casini e il Monti Don Chisciotte è molto più complessa ed è appena all’inizio, anche se tutto si concluderà in pochissimi mesi. Caricato di crisma e carisma, Monti-Chisciotte ascende al rango della Cavalleria, cioè della Politica, per riparare i torti che essa ha subito e restituirle l’onore, cacciare la casta dal tempio, sconfiggere il debito e lo spread, erigere fortezze alla virtù. Sancho-Casini non lo contraddice mai: «Siamo da sempre i più leali con lui», «Rispetteremo le sue decisioni quali che siano», «Sceglieremo noi i nostri candidati ma ci sottoporremo volentieri all’esame di Bondi», il fedele tagliatore di teste di Monti che anche per Casini farà il lavoro sporco, e solo in un romanzo italiano poteva chiamarsi Bondi come il Sandro fedele a Berlusconi.
 
Come il Sancho di Cervantes, Casini è dunque il servitore interessato non perché servendolo lo domina, ma perché solo così può sognarsi re di un’isola e intanto lucrare voti come nel romanzo ruba banchetti e donzelle. L’Udc era infatti ridotto a una miseria proprio come il raccolto andato a male del contadino Sancho prima dell’incontro con “il cavaliere dalla trista figura”. E anche Casini è emerso dal sottoscala dell’irrilevanza: tutti gli altri uomini che, alla sua destra o alla sua sinistra, condivisero il suo passato sono ormai senza futuro, pensionati e dimenticati.
 
E invece Casini ieri mattina, con una conferenza stampa al galoppo, ha di nuovo esibito il piglio del leader, e finalmente da socio di maggioranza di una coalizione dove la fa padrone: «Viaggiava Sancho Panza sopra il suo asino come un patriarca, colle bisacce in groppa e la borraccia all’arcione, e con un gran desiderio di diventare governatore dell’isola che il padrone gli aveva promesso». E aspetta che Monti-Chisciotte sbatta la testa sulla dura realtà, non gli dice che i giganti sono le pale di un mulino e che la sua Dulcinea, il Centro «a vocazione maggioritaria» cui dedica la tenzone cortese, è in realtà una meretrice, fatta con il Fli di Fini, l’Italia Futura di Montezemolo, l’Udc di Cesa e Buttiglione.
 
Corrado Passera, che ha visto Casini all’opera, non in un agguato ma in un vero confronto politico, ha percepito il ritorno di uno stile. E ieri mattina infatti un dettaglio ha rivelato la scuola di Casini, il getto vegetale d’antica pianta: «Una lite con Passera? Mi viene da ridere». Solo Casini poteva pubblicamente chiamare «amico» e «grande amico» l’uomo che aveva appena costretto alla resa, come nelle sceneggiature sciasciane, in Todo Modo, dove la carezza è sentenza.
 
Non è ancora il ritorno alla dissimulazione onesta del potere spietato e rispettoso delle forme, ma sono molti i rimandi all’antico galateo del diavolo che in Casini ha pure quella famosa benedizione vaticana che tradotta in vulgata plebea suona così: «Amare Dio e fregare il prossimo». Casini, che ha avuto una vita sentimentale moderna e disordinata e dunque peccatrice, è anche portatore di un conflitto di interessi meno pacchiano e meno cospicuo di quello di Berlusconi, ma ancora importante. Ha infatti sposato con la signora Azzurra anche i giornali e il mattone di Francesco Gaetano Caltagirone.
 
Rassegnatosi da tempo alla fine della Dc, Casini vuole diventare l’ago della bilancia grazie a Monti e ai voti ottenuti con la moltiplicazione delle liste che si chiamano appunto “liste a strascico”, e non illustrano una strategia gollista ma solo il trucco dei trafficanti di Porcellum. Monti invece si sentirebbe sconfitto se i risultati elettorali dimostrassero che, nell’universo che ha aperto il suo perimetro, nella politica che si affida alla testa e alle gambe, non si tornerà mai più all’ombelico, alla cicatrice natale, al punto mediano dove tutto l’ingorgo politico va a defluire.
 
Povero Monti se un giorno scoprisse di avere fatto tutto questo per permettere a Casini di diventare l’ago della bilancia, per consentire a Pierferdinando la colpevole ma simpatica inadeguatezza di rimirarsi e rimuginarsi l’ombelico.
 
La Repubblica 30.12.2012
 
 

mercoledì 26 dicembre 2012

Nativita' di Gesu' Cristo




Il dono di Dio


lunedì 24 dicembre 2012

Il ridisegno dei DAI: una proposta





A seguito dell’incontro della Giunta del DIMEC, promosso dal direttore, prof. Zoli, ed allargato ai direttori universitari dei DAI, di martedi’ 18 dicembre, mi permetto di sottoporre alcune riflessioni sull’importante tema della riorganizzazione dei Dipartimenti ad Attivita’ Integrata.

La discussione di martedi’ si e’ giustamente incentrata sul ripensamento della funzione del Policlinico in toto, in un’ottica di integrazione “inter-organizational”, ovvero su ridisegnare le macrostrutture sanitarie del comune e della provincia, attraverso interventi cosiddetti “inter-organizational”. Da qui, se il Policlinico debba continuare ad essere un ospedale “generale” multispecialistico, con disegno funzionale basato sulle specilita’ o discipline, ovvero possa evolvere verso un ospedale “specialistico”, in cui non siano piu’ rappresentate tutte, o quasi, le specialita’ mediche e chirurgiche, ma solo alcune di esse, di eccellenza. La seconda ipotesi implicherebbe la realizzazione di un network multi-hospital, basato su forme di cooperazione od alleanza con strutture sanitarie sul territorio. Anche in questo secondo scenario, l’organizzazione interna del Policlinico resterebbe comunque basata sulle specialita’ o discipline mediche e chirurgiche.

In ambito di organizzazione dei sistemi sanitari questa riorganizzazione va sotto il termine emblematico di “bridging” ed e’ sicuramente fondamentale. Ritengo pero’ che il problema della riorganizzazione dei DAI del Policlinico non possa essere affrontata solo nell’ottica del “bridging”, ma si debba anche affrontare il tema del “redesigning”, ovvero della ristrutturazione intra-ospedaliera, senza la quale la riorganizzazione inter-ospedaliera potrebbe non avere molto senso o non essere efficace. La riorganizzazione intra-ospedaliera o intra-dipartimentale riguarda l’integrazione fra i medici, il personale del comparto ed il management. Il quesito che si pone e’ se l’organizzazione basata sulle specialita’ sia ancora attuale, efficace ed efficiente. Piu’ esplicitamente, se l’organizzazione dei DAI in unita’ operative sia ancora la migliore possibile per rispondere alle esigenze ed agli obiettivi di una sanita’ “care-focused” e “patient-oriented” o siano possibili anche forme organizzative diverse.

L’organizzazione dei DAI in modo verticale e basato sulle specialita’ o unita’ operative ha i suoi pregi e punti di forza. Si tratta di una organizzazione consolidata nei decenni, imperniata sui differenti “skills” delle discipline e specialita’, che ha condotto a strutture organizzative suddivise in una moltitudine di unita’ operative o strutture semplici dipartimentali. Non si puo’ tuttavia negare che tale organizzazione richieda uno sforzo di coordinazione non indifferente. Nel contempo, i bisogni dei pazienti pongono sempre piu’ domande cross-specialistiche che mettono in discussione i limiti delle specialita’ mediche e chirurgiche, ed in parallelo anche i medici avvertono sempre piu’ le rigidita’ di tali barriere professionali. Se il lavoro clinico e’ cambiato allora, forse, dovrebbe cambiare anche l’organizzazione dipartimentale ed ospedaliera.

Ma come? Se la riorganizzazione dei DAI significa ri-arrangiare le medesime strutture funzionali senza porre in discussione la tradizionale struttura basata sulle unita’ operative, probabilmente si incorre in quello che scriveva con arguzia Minzberg nel 1997: “hospitals are constantly reorganizing, which means shuffling boxes around on pieces of paper. Somehow, it is believed that by rearranging authority relationships, problem will be solved. But all this may reflect none more than the frustration of managers in trying to effect real change in the clinical operations. Architecture might offer a much more effective solution: if even a fraction of the efforts that are put into moving positions around on charts went into moving people around on floors, there might be an awful lot more collaborative activities in hospital”.

Una proposta di “redesigning” strutturale alternativa o complementare potrebbe essere quella basata sulla costituzione di team multidisciplinari in cui professionisti diversi, provenienti da discipline o specialita’ diverse, convergano verso uno schema comune basato su principi di “managed-care”. Quello che apparentemente puo’ sembrare semplicemente un modo diverso di aggregazione dei professionisti, in realta’ sottintende un nuovo paradigma di organizzazione interna che passa da “specialty-focused” a “care-focused”.

L’istituzione di “care-teams” multidisciplinari, in cui la “care” e la “cure” del paziente sia offerta in modo integrato da un team multidisciplinare e multiprofessionale, permetterebbe anche una integrazione sia clinica sia di risorse ed un maggior focus sul paziente, nonche’ un diverso coinvolgimento dei professionisti. Non basta pero’ istituire dei care-teams sulla carta, occorre anche provare a ridisegnare gli spazi in modo funzionale a questo nuovo approccio.

Non credo, tuttavia, che si possa o si debba ristrutturare un intero modo di fare assistenza e ricerca in una volta. Ecco allora che puo’ valere la pena di procedere per passi, facendo partire uno o due progetti pilota di riorganizzazione strutturale basata su care-teams multidisciplinari. Il progetto pilota dovrebbe vedere un “resource pooling” ed un “patient grouping”. I letti, le sale operatorie, gli strumenti diagnostici, il personale infermieristico verrebbero impiegati non piu’ in una logica di “possesso” della specilistica, ma in una logica di “condivisione” tra diverse specialistiche ri-raggruppate. E da qui, la identificazione di un team multidisciplinare dedicato allo studio e la cura di pazienti affetti da determinate patologie. Il raggruppamento di pazienti affetti da simili patologie permetterebbe la organizzazione dei reparti e degli ambulatori sulla base delle necessita’ simili di pazienti con problemi simili e la contemporanea utilizzazione delle risorse al loro massimo livello di produttivita’. Non da ultimo, questo processo di ristrutturazione permetterebbe una maggiore funzionalita’ alla inscindibilita’ tra attivita’ di assistenza, ricerca e didattica.

Non e’ facile proporre riorganizzazioni trasversali in strutture nate e concepite da decenni verticalmente e proprio per questo il processo dovrebbe avvenire gradualmente ed in parallelo al mantenimento della vecchia strutturazione. Esempi concreti di organizzazione di care-teams multidisciplinari da cui partire potrebbero essere la formazione di un centro medico-chirurgico per lo studio e la cura delle malattie del fegato e delle vie biliari ed un centro medico-chirurgico per lo studio e la cura delle malattie infiammatorie croniche intestinali, in cui cominciare a far convergere i partecipanti medici e chirurghi, che potrebbero continuare a mantenere l’afferenza alle unita’ operative di appartenenza, e a far convergere i pazienti. Pazienti non piu’ instradati nei complessi dedali dei percorsi diagnostico-terapeutici oggi approntati, ma gestiti in un’unica struttura da un team multidisciplinare di professionisti.

Stefano Brillanti


mercoledì 5 dicembre 2012

I ricercatori del DIMEC al Rettore: basta assistenza non funzionale




Incontro ieri mattina, al Policlinico S. Orsola-Malpighi, tra il Magnifico Rettore della nostra Universita', Ivano Dionigi, ed il personale docente, ricercatore e tecnico-amministrativo del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche (DIMEC).

Accorato appello dei ricercatori clinici al Magnifico Rettore, affinche' si trovi una soluzione strutturale affinche' l'attivita' di assistenza richiesta e svolta sia quantitativamente e qualitativamente funzionale all'attivita' di didattica e di ricerca.

Riportiamo il testo dell'intervento, letto dal ricercatore Fernando Rizzello a nome di tutti i ricercatori medici del DIMEC:

" Magnifico Rettore,

La ringrazio, a nome dei ricercatori del DIMEC, per la sua presenza qui. I problemi che vorremmo discutere con Lei sono molti e riguardano i diversi aspetti del ruolo del ricercatore universitario, ma oggi vorremmo porre alla sua attenzione la questione della modalità di svolgimento della nostre attività assistenziali che, a norma dello Statuto del nostro Ateneo, dovrebbero essere "prioritariamente finalizzate all'assolvimento dei nostri compiti didattici e di ricerca".

Come noto, i ricercatori della scuola di Medicina e Chirurgia, vivono una condizione lavorativa complessa avendo contemporaneamente un ruolo universitario ed uno puramente assistenziale. La commistione tra attività di didattica e ricerca ed attività assistenziale, peraltro in molti casi inevitabile, ha tuttavia fortemente penalizzato molti di noi per il progressivo prevalere di questa ultima rivolta in larga misura alla copertura di necessità del Sistema Sanitario, che chiaramente non fanno parte dei criteri per l’abilitazione scientifica nazionale.

Ad oggi, nonostante lo Statuto preveda che "compiti e responsabilità assistenziali" debbano essere attribuiti secondo il "principio della piena valorizzazione delle competenze assistenziali, didattiche e scientifiche", di fatto molti ricercatori della Scuola di Medicina svolgono le attività richieste dal Sistema Sanitario Regionale a prescindere dalla specifiche competenze e dal collegamento con l’attività di ricerca e di didattica e con un carico assistenziale complessivo largamente superiore a quanto teoricamente atteso. Il problema è complesso e, negli anni, non si è mai giunti ad una soluzione concordata nonostante i numerosi tentativi, per cui ad oggi, vi sono molte e spesso insoddisfacenti soluzioni di compromesso ma con una sostanziale sovrapposizione lavorativa tra dipendente universitario e dipendente ospedaliero, come sta rivelando una indagine interna alla fascia dei ricercatori. In ultimo, il verbale di intesa tra Università e Servizio Sanitario Regionale risale ormai al 2007, senza che siano mai stati ridiscussi gli accordi attuativi.

Questa situazione mette in difficoltà la nostra attività istituzionale, danneggiando la potenziale successiva possibilità di carriera e la valutazione complessiva della nostra Scuola di Medicina, che sarà prioritariamente basata su ricerca e didattica. Inoltre, tuttora permane una differenza economica rispetto ai colleghi medici dipendenti del Sistema Sanitario che, i ricercatori del nostro dipartimento hanno chiesto di portare alla luce rendendo pubblici, sul sito del Dipartimento, i propri CUD.

Le chiediamo, Magnifico Rettore, di intervenire su questo problema, ridiscutendo i patti di intesa e stilando gli accordi attuativi con il Servizio Sanitario Regionale coinvolgendo, come già meritoriamente fatto da Lei in passato negli Organi accademici e come già fa il nostro Dipartimento, tutte le fasce coinvolte, compresa quella dei ricercatori che, spesso più degli altri, risente delle suddette scelte. "